E se smettessimo di sprecare talenti?
Scritto da Administrator   
giovedì 20 agosto 2020



Foto: superabile.it

Questo articolo nasce grazie ad un medico, la dottoressa Hannah Barham-Brown, conosciuta casualmente su Youtube guardando un suo intervento al TEDxExeter (UK). 15 minuti di monologo nel quale una straordinaria donna racconta la sua storia di professionista e di persona con disabilità: «Crescendo, vedevo progredire la disabilità di mia madre. Quindi non ho mai pensato che la disabilità in sé potesse essere un punto di debolezza o un ostacolo che possa fermare qualcuno dal fare qualsiasi cosa. Le persone disabili erano semplicemente persone come mia madre, (…) questo è il motivo per cui non ho potuto cavarmela usando la mia disabilità come scusa per non avere successo. Mia madre non lo avrebbe mai accettato.»
Così, diciotto mesi dopo la diagnosi di una sindrome rara, Hannah si laurea in medicina e inizia la sua carriera. Non ci sono molti dottori su una sedia a rotelle e la sua storia diventa una novità fra pazienti e colleghi, che non sempre accolgono la donna con favore. Come mai tanta sorpresa, imbarazzo quando non addirittura seccatura?
Come riscontrato nella pubblicazione “Making the future of work inclusive of people with disabilities” realizzata dalla Fundacion ONCE in collaborazione con ILO Global Business and Disability Network, il numero di persone con disabilità nel mondo che partecipano al mercato del lavoro è nettamente inferiore rispetto al numero delle persone senza disabilità. Purtroppo non è facile disporre di dati precisi, in quanto non vi sono statistiche disponibili a livello globale (e già questo dovrebbe essere un campanello d’allarme).
Si stima che nel 2020 in Unione Europea vivranno 120 milioni di persone disabili. Nel 2018 solo il 38% partecipa al mercato del lavoro, contro il 60% dei cosiddetti normodotati. Un dato preoccupante riguarda l’abbandono scolastico prematuro: 22.5% delle persone disabili contro l’11% dei senza disabilità. Le donne – nemmeno a dirlo – sono maggiormente colpite da questo triste computo: la disoccupazione delle donne disabili in età lavorativa è al 18.8%, contro la disoccupazione delle donne senza disabilità (comunque alta) al 10.6%. In definitiva, il 30% delle persone con disabilità sono a grave rischio di povertà o emarginazione, contro il 21.5% delle persone normodotate.
In Italia, nonostante la legge 68/99, la situazione non sembra essere più confortante, con una disoccupazione al 31.3% delle persone con gravi limitazioni in età lavorativa, contro il 57.8% del resto della popolazione, come è stato fotografato dall’ISTAT nel 2019. Eppure per davvero i disabili possono essere parte attiva della società, come testimonia un convegno del marzo scorso a cui Unimondo ha partecipato.
Ma cosa succederebbe se la società cambiasse prospettiva e la disabilità venisse considerata una risorsa?
È già stato ampiamente argomentato come un’azienda che punta alla valorizzazione della diversità e dell’inclusione ne tragga beneficio sia in termini di profitto, che dal punto di vista della reputazione. Ma a questo è necessario aggiungere le competenze e le conoscenze che le persone disabili hanno maturato proprio grazie alla loro disabilità e che possono essere utilizzate in ambito lavorativo. Se prendiamo una qualsiasi offerta di lavoro ad esempio, si legge sempre che l’azienda è alla ricerca di persone creative, con spiccate capacità di problem-solving e di lavoro in team. Ebbene, le persone disabili sono naturalmente portate a risolvere problemi, escogitando strategie per cavarsela in un mondo disegnato sulla base della visione dei normodotati e che non tiene in considerazione le loro necessità. L’esigenza di esprimere i propri bisogni e di individuare chi può eseguire una mansione più efficacemente degli altri, fa delle persone disabili dei formidabili componenti di una equipe. Insomma, la capacità di adattamento e la resilienza non sono abilità sviluppate perché stiamo parlando di supereroi, ma piuttosto di equilibristi che con il loro spirito di sopravvivenza sanno inventare ed inventarsi.
In futuro, i lavori più richiesti saranno quelli collegati alla nuove tecnologie e le competenze dei lavoratori dovranno essere rapidamente e costantemente modificate. I problem-solvers saranno lavoratori essenziali nelle aziende, le quali dovranno dare priorità a tutte quelle soft-skills personali e sociali in cui l’umanità non potrà essere sostituita. Pensiero critico, intelligenza emotiva e flessibilità cognitiva diventeranno la chiave di volta per le aziende di domani e le persone disabili potrebbero offrire un contributo davvero significativo, a patto che la società tutta si impegni a garantire pari opportunità di formazione e inclusione.
«Così ho deciso di diventare un modello – riporta la dottoressa Barham-Brown – perché ho visto una luce accendersi negli occhi dei bambini che mi vedevano entrare nelle loro stanze d’ospedale. Una dottoressa su una sedia a rotelle, proprio come loro. D’improvviso non erano più bambini su una sedia a rotelle, ma dei bambini che crescendo, avrebbero potuto scegliere di essere qualsiasi cosa avessero voluto, nonostante il mondo ripeta loro che sono diversi. Una piccola scintilla che può cambiare la prospettiva di una vita.»
Lavoro dignitoso e crescita economica, e più nello specifico, occupazione piena e produttiva, equamente remunerata per tutti è uno degli obiettivi dell’Agenda 2030. Per raggiungere questo traguardo si potrebbe allora cominciare con l’utilizzare un linguaggio diverso. Potremmo dire, ad esempio, che con l’Agenda 2030 si ambisce a smettere di sprecare talenti. Ha ragione la dottoressa Hannah Barham-Brown, la diversità è fondamentale ed è ora che la società celebri questa ricchezza e ne tragga il meglio.
di Maddalena D'Aquilio
font.unimondo.org/fondazione fontana


Maddalena D'Aquilio
Laureata in filosofia all'Università di Trento, sono un'avida lettrice e una ricercatrice di storie da ascoltare e da raccontare. Viaggiatrice indomita, sono sempre "sospesa fra voglie alternate di andare e restare" (come cantava Guccini), così appena posso metto insieme la mia piccola valigia e parto… finora ho viaggiato in Europa e in America Latina e ho vissuto a Malta, Albania e Australia, ma non vedo l'ora di scoprire nuove terre e nuove culture. Amo la diversità in tutte le sue forme. Scrivere è la mia passione e quando lo faccio vado a dormire soddisfatta. Così scrivo sempre e a proposito di tutto. Nel resto del tempo faccio workout e cerco di stare nella natura il più possibile. Odio le ingiustizie e sogno un futuro green.


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