Da Torino alla Costa d’Avorio in bicicletta
Scritto da Administrator   
lunedì 26 novembre 2018



“Casa è un posto dove parcheggiare la bici”, cosí sosteneva il grande scrittore e viaggiatore britannico Bruce Chatwin, ed è questa la filosofia che ha sposato Filippo dal 2 gennaio di quest’anno, cioè da quando ha dato inizio al suo viaggio: una pedalata in solitario che finora da Torino lo ha condotto fino alla Costa d’Avorio. Pochi i capisaldi del suo percorso: Torino, Dakar, Windhoek per giungere alla dinamica Cape Town, passando per la miriade di paesi che costellano l’Africa Occidentale.
Solo un paio di volte è dovuto ricorrere a mezzi extra: il traghetto per il Marocco e un treno merci nel deserto della Mauritania. Un viaggio esplorativo, sostanzialmente privo di itinerario, come una piuma che delicatamente si fa trasportare dal vento. Come scrive Filippo nel suo blog: “Il lavoro di preparazione per questo viaggio è stato più dedicato al dove non passare.
Alcune zone del continente africano sono calde, molto calde, e non soltanto a causa della latitudine”.
Lui, trentenne piemontese di Castelnuovo Don Bosco, laureato in Ingegnieria Aerospaziale al Politecnico di Torino, da una decina d’anni godeva di una buona posizione all’Avio di Rivalta, il tipo di lavoro, a tempo indeterminato, tanto agognato dai ragazzi della sua generazione. Da tempo però il posto fisso gli andava stretto. Alpinista-arrampicatore di passione, adora praticare diversi sport e, appena il lavoro glielo permetteva, partiva per vacanze che molti definirebbero estreme: un giro in bici per i fiordi norvegesi, la traversata, sempre in bici, del Takikistan e del Kirgikistan, il cammino di Santiago da solo, oltre all’ascensione di vari ghiacciai alpini.
Insomma un ragazzo che non si lasciava risucchiare da divano e televisione. Ciò nonostante si sentiva intrappolato dalle poche “striminzite” settimane di vacanza che gli venivano concesse all’anno, durante le quali accumulava una dose tale di vita da poterci rimuginare su per qualche tempo. Gli capitava di incontrare viaggiatori che attraversavano continenti interi, chi in autostop , chi alla guida di mirabolanti bici o motociclette, e di sentirsi impotente di fronte a tanta elettrizzante energia umana. “Da dove sei partito?”, “Dalla Siberia e sto tornando a casa in bici, e voi?”, “Mmh, Italia. due settimane di vacanza, ma poi si torna in ufficio!”. Era la tipica conversazione da vacanza che pungolava le sue aspirazioni, con un pizzico d’invidia. Il desiderio di qualcosa di più continuava a bussare alla sua porta.
Finche a metà del 2017, di ritorno dalle steppe Tagike, matura la decisione: un viaggio in bici in direzione Sud, alla scoperta del continente Africano. L’intenzione è di evitare le strade più battute e le città più caotiche, incuneandosi in percorsi sterrati nelle zone rurali dell’Africa, quella autentica e magica. Filippo spera di entrare in contatto con le comunità locali, i villaggi, conoscerne le tradizioni, condividere con loro preziosi momenti di vita, quale testimone di un’Africa senza filtri, di cui abbiamo purtroppo tanta paura, spesso ingiustificata. La migliore cura contro i pregiudizi che assediano le nostre menti; cosí brutalmente alimentati da quotidiani e politici che inneggiano all’odio cieco e abietto.
La sua voce al telefono è pacata, ma emana un’energia che contagia: “Oggi mi fermo a dormire in una piccola chiesetta, in una comunità guidata da un prete statunitense. Stanotte ho un tetto solido sotto il quale il dormire.” Un lusso, considerate le tante notti che ha dormito in tenda. “Le persone sono talmente aperte , gentili e disponibili, che non è mai stato un problema trovare un posto dove farsi accogliere. La situazione tipo è la seguente: arrivo in un villaggio sperduto, cerco il capovillaggio e mi siedo da solo con lui a conversare. Nel giro di 5 minuti, giro la testa e mi ritrovo circondato da un centinaio di curiosi osservatori”.
Nell’Africa rurale, se sei un uomo bianco, non esiste la privacy: “‘Monsier Le Blanc monta la tenda, guardate! – Osservate come accende il fornelletto per cucinare! – L’uomo bianco fa la doccia col secchio d’acqua!’. Più di tutti mi colpiscono i bambini: quando ti vedono in lontananza, prima scappano dalle loro famiglie, poi prendono fiducia e ti rincorrono. Peraltro, un atteggiamento ampiamente motivato. Qui in tanti paesini vale ancora la favola dell’uomo bianco (l’equivalente del nostro “uomo nero”) che ti acchiappa e ti porta via. Beh, a pensarci è tutt’altro che una favola. Tanti bambini non hanno mai visto un bianco”. Filippo li chiama i suoi angeli custodi: “ti fissano anche mentre dormi”. Gli rivolgo poche domande, non ce n’è bisogno.
Le sue non sono risposte, sono torrenti in piena, incubatori di vita vissuta, catalizzatori di emozioni, corredati di aneddoti e morali che hanno trovato il loro spazio nella sua testa, dopo quasi un anno di strada. Alla domanda se si sia mai sentito minacciato, non esita un secondo: “Assolutamente no. Ci sono stati un paio di episodi ambigui, dove il mio timore era più dettato dal non conoscere le persone, dal buio, e forse dai tabù e le credenze che ci siamo creati. Ma poi si sono conclusi in sorrisoni”. Si considera orgoglioso e fortunato di non aver ancora pagato nulla e nessuno. In paesi dove niente è scolpito sulla pietra, le regole sono lontane dalla quotidianità e i ricatti all’ordine del giorno.
“Ho sviluppato una specie di sesto senso per le persone che mi approcciano. Chi ti chiama da lontano si capisce in fretta che cerca soldi, specialmente nelle città più grandi, dove bisogna stare più attenti”. Ma gli episodi dove viene sorpreso positivamente dall’onestà della gente sono molti di più: come quella volta in Marocco dove, dopo l’ennesima tazza di the, lascia la bici legata a un palo vicino a una casa, monta in sella alla moto di un signore e viaggiano insieme per 40 minuti. Non nasconde la preoccupazione per la bici, ma alla fine la sua fiducia viene ripagata e il giorno seguente ritrova la bici nello stesso identico punto.
Nella nostra chiamata c’è anche il tempo di analizzare la missione del viaggio di Filippo. “Io sto ricevendo molto di píu di quello che sto dando. Ovviamente non posso permettermi di fare regali e distribuire soldi a tutti”. Inutile negarlo. Si chiama spirito di auto-conservazione. Ma la sua presenza va molto oltre il mero fattore economico o una sobria beneficiencia. Mi ricorda che il semplice fatto di presentarsi, lui uomo bianco, su una bici, pieno di polvere, fango, di fronte alle popolazioni locali, agli occhi dei bambini, trasmette un insegnamento unico, un esempio di vita in carne ed ossa, che difficilmente troveranno altrove. Spesso, e soprattutto nei paesi più poveri (Guinea, Sierra Leone, Liberia), le sere nei villaggi si siede attorno ad un fuoco con un gruppetto di 5-10 persone, solitamente giovani, a raccontare come si vive in Europa, anche sfatando certi miti e probabilmente disincentivando alcune persone a partire. Sono serate di scambi, dove i locali hanno l’occasione di imparare tantissimo. Tante persone riconoscono che una chiacchierata con Filippo non ha prezzo.
Nei mesi si è reso conto che lo stereotipo di viaggio che si era prefissato alla partenza è cambiato profondamente. Non sono i tramonti nella savana, le dune del deserto, i panorami mozzafiato a contraddistinguere il suo cammino, sebbene stupendi nella loro sintesi. Non sono gli aspetti esteriori. La diversità sta nello scrigno intimo di ognuno di noi. Nel creare l’empatia con le persone di un villaggio di 30 abitanti, con un gruppo di donne con un carico di riso in testa, nell’instaurare un legame personalissimo e indissolubile con un artigiano del legno, che mai nessuna foto potrà catturare. La bellezza sta nel cuore pulsante delle persone. Senza di loro le meraviglie naturali soffrirebbero di una paradossale solitudine.
Naturalmente, Filippo ci tiene a sottolineare che il viaggio non è tutto rosa e fiori. A volte l’impossibilità di trovare pezzi di ricambio per la bici, altre volte la mancanza di un qualsiasi tipo di servizio, anche di un semplice negozio per comprare il pane. Oppure, come quella volta in Liberia, dove, dopo centinaia di chilometri nel fango, era sul punto di mollare tutto. Insieme ad altri due amici, che lo hanno accompagnato per una decina di giorni, si è trovato in una strada impantanata, nel tardo pomeriggio, a pochi minuti dall’imbrunire, con un caldo tropicale, senz’acqua, senza energie. Non c’erano indicazioni di villaggi nei paraggi, e i ragazzi si sono sentiti senza un’apparente via d’uscita. “Alla fine sono usciti dal nulla due ragazzi che ci hanno informato dell’esistenza di una casa in costruzione a un km di distanza, e ci hanno addirittura aiutato a spingere le bici fino alla casa, senza poi chiedere niente in cambio”.
Gli chiedo cosa manca all’Africa che ha visto finora: “a livello umano sono splendidi; purtroppo non c’è un vero accesso all’educazione; spesso mancano proprio i trasporti per portare i bambini e i maestri a scuola. Durante la stagione delle pioggie le strade sono impercorribili e tutto si blocca. E spesso ci finisco io a dormire in scuole totalmente deserte, come mi è accaduto in Guinea Bissau”. Mi fa presente che quasi tutti i paesi attraversati, chi prima chi poi, sono passati da una guerra civile, pure nella stessa Costa d’Avorio. Paradossalmente, però, ai suoi occhi sono apparse popolazioni molto pacifiche, dove convivono serenamente tribù e religioni diverse (islam, cristianesimo, religioni animiste), come quel famoso cimitero musulmano-cristiano senegalese costruito con delle conchiglie. D’altronde è nelle avversità e nelle difficoltà dove più ci si aiuta.
Un viaggio in bici ti permette di vivere davvero i luoghi che visiti, come un’esperienza tantrica che abbraccia tutti sensi, e te ne sviluppa di nuovi, tra i tanti sorrisi dei bambini e gli sguardi simpaticamente perplessi degli adulti. Di settimana in settimana medita sul da farsi, se continuare o magari tornare. Occasionalmente scrive anche su facebook. Filippo è diretto in Sudafrica, ma mi confessa che nelle sere di libertà gli piace “smanettare” sull’applicazione delle mappe che sta usando, pianificando già il prossimo viaggio, verso chissà quali angoli del mondo. Hermann Hesse nel suo Siddharta diceva: siamo quello che viviamo, una soluzione unica tra passato presente e futuro, una convivenza destrutturata delle nostre esperienze sensoriali spalmata nel tempo. “Il fiume si trova dovunque in ogni istante, alle sorgenti e alla foce, alla cascata, al traghetto, alle rapide, nel mare, in montagna, dovunque in ogni istante. Per lui non vi è che presente, neanche l'ombra del passato, neanche l'ombra dell'avvenire". Dalle parole di Filippo si percepisce qualcosa di rassicurante, come il dolce scorrere di un fiume. font.unimondo.org.

Marco Grisenti
Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente.


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