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CIVILTANO' - LA 7 NEWS
dal mondo
Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Il futuro del lavoro. Un dibattito fondamentale per il nostro Paese
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lunedì 04 febbraio 2019



Sono contento che in molti abbiano voluto intervenire in un dibattito come quello sul futuro del lavoro (che poi coincide per larga parte con il futuro della società) che è obiettivamente difficile. Ringrazio quindi anche coloro che non sono d’accordo sul merito e sul metodo della ricerca, perché spero che contribuiscano più di altri a stimolare la nascita di un pensiero critico e costruttivo su un tema che, purtroppo, non è pura speculazione. Non è un caso se proprio l’impatto dell’iperproduttività delle tecnologie esponenziali sia stato uno dei temi centrali di discussione nel recente incontro a Davos.
Penso che dobbiamo affrontare questo argomento senza pregiudizi ideologici. Quindi, rispetto per esempio alle obiezioni di Massimo Famularo sul Fatto Quotidiano mi sento di rassicurare tutti che non è mia intenzione promuovere o giustificare l’intervento statale nell’economia. Anzi, come imprenditore, credo che la competitività su un mercato libero, sebbene regolamentato, sia la prima leva della produttività. Il nocciolo della questione, però, è proprio qui: la competitività.
La corsa delle aziende oggi è su questo fronte: contenere i costi, velocizzare e ottimizzare i processi per essere più competitivi sul mercato globale. Quindi, se è vero che l’evoluzione tecnologica non avviene in modo lineare, come giustamente hanno rilevato Stefano Quintarelli e Luciano Floridi (tra l’altro bisogna riconoscere l’impegno di Open per il fact checking sui dati riportati nel video), dobbiamo considerare che non avviene in modo lineare nemmeno l’adozione delle nuove tecnologie. Se fino a ora sono state riservate a pochi grandi e grandissimi operatori sul mercato – pensiamo ad Amazon per esempio – nel giro di pochi anni diverranno accessibili a molte più imprese e il numero crescerà in modo esponenziale. Gli imprenditori italiani sanno bene quale impatto può rappresentare l’intelligenza artificiale per le loro aziende, come ha ben spiegato recentemente anche Edoardo Narduzzi.
Se in Europa e in Italia fatichiamo a parlare esplicitamente dell’impatto che questo fenomeno avrà necessariamente sull’occupazione, in altri luoghi dove la cultura sindacale e il tema della dignità del lavoratore sono molto meno radicati, l’argomento viene affrontato senza reticenze. Giusto per citare un paio di esempi: Terry Gou, presidente della taiwanese Foxconn ha dichiarato pubblicamente che sostituirà l’80% della forza lavoro con sistemi automatizzati in 5 o massimo 10 anni; Richard Liu, fondatore della società di e-commerce cinese JD.com, ha dichiarato che spera un giorno di riuscire ad automatizzare al 100% la sua azienda.
Come potranno le nostre imprese competere su scala globale se non stando al passo con il resto del mondo ed evolvendosi nel segno dell’automazione?
Alle obiezioni di Domenico De Masi rispondo, per esempio, con uno studio dell’OECD, che fotografa una situazione abbastanza precisa sull’impatto che l’automazione e l’intelligenza artificiale avranno nei prossimi anni sull’occupazione: 210 milioni di posti di lavoro a rischio nei 32 paesi considerati nello studio. Ma di fonti che è possibile consultare per farsi un’idea dello scenario che ci attende ce ne sono ormai numerose, per esempio lo studio di Redwood Software e Sapio Research oppure quello di PWC.
L’Intelligenza Artificiale creerà posti di lavoro? Nel breve periodo è possibile, ma sul medio e lungo termine il saldo sarà pesantemente negativo. Pietro Ichino rileva giustamente che nell’ultimo quarantennio di forte sviluppo dell’automazione la forza-lavoro italiana è aumentata da 19 a 22 milioni, ma non considera due fattori chiave. Il primo: l’evoluzione tecnologica che si prospetta nei prossimi 5-10 anni è esponenzialmente più veloce di quella avvenuta negli ultimi 40. Non è paragonabile in alcun modo e questo dovrebbe tenerlo presente anche Michele Boldrin nei suoi ragionamenti. Basti pensare che esistono già oggi sul mercato soluzioni tecnologiche in grado di sostituire un intero reparto finance di una media azienda con un costo di poche migliaia di euro all’anno. E senza contributi Inps. Il secondo: è vero che gli occupati sono aumentati negli ultimi quarant’anni – come rilevano Luca Ricolfi per esempio e molti altri – , ma nei dieci anni precedenti al 2017 sono rimasti stabili e il dato significativo in realtà è quello sul numero di ore lavorate totali, che sono diminuite del 5%, come rileva tra gli altri la CGIA. Quindi in sostanza abbiamo progressivamente sostituito gli occupati full time con occupati part time, come ha fotografato anche l’ISTAT pochi giorni fa. Non si può trascurare questo elemento, se vogliamo affrontare il tema con serietà e senza pregiudizi ideologici e, a mio parere, andrebbe fatto.
Niccolò Andreula vede nelle soft skills, nel reshoring e nelle politiche fiscali europee le chiavi per affrontare questa sfida e su questo sono d’accordo, ma non credo che siano sufficienti per un intervento strutturale che vada alla radice del problema. Sul reskilling (suggerisco questa lettura a chi volesse approfondire), come sul reshoring, in effetti ci sono esempi di successo. Amazon per esempio ha dichiarato di aver formato oltre 16.000 magazzinieri in campi ad alta richiesta come infermieristica e meccanica aeronautica, coprendo il 95% della spesa. Ma sono eccezioni e avvengono in un contesto in cui tutto questo è ancora sostenibile. Nel caso di Amazon tra l’altro oltre che sostenibile è fondamentale in un’ottica di reputation aziendale. Ma quante aziende potranno permettersi oppure – questo è il nodo – vorranno offrire in futuro opportunità di questo tipo ai propri dipendenti divenuti inutili?
Bisogna prendere consapevolezza del fatto che il primo nemico della difesa dei posti di lavoro umani è proprio la spinta alla competitività, nel momento in cui questa non si basa più sull’incremento della forza lavoro, ma sull’adozione di tecnologia che ha sempre meno necessità dell’intervento umano. E sempre meno ne avrà in futuro.
Non me ne abbiano Luigi Marattin e Luciano Capone, ma devo ammettere che nel nostro studio sul futuro del lavoro probabilmente siamo stati ottimisti. Forse non avremo nemmeno lo spazio di una generazione per ripensare completamente e dalle fondamenta il nostro sistema economico e, soprattutto, quello della formazione che è fondamentale.
Se la prospettiva per i prossimi 10 anni può essere positiva, in termini di occupazione e aumento della produttività, sono i successivi 15 quelli che dobbiamo considerare davvero. E bisogna farlo oggi, adesso, implementando strumenti capaci di evolversi con l’evoluzione delle necessità sociali, ripensando al sistema formativo, al sistema fiscale, tassando la produttività più del lavoro umano, come tra gli altri suggerisce lo stesso Marco Bentivogli che con i lavoratori ha a che fare tutti i giorni più di chiunque altro abbia commentato il video.
C’è molto da fare e bisogna farlo adesso. Non possiamo lasciare che le nostre imprese si trovino costrette a scegliere tra sopravvivenza e forza-lavoro, dobbiamo creare fin da ora le condizioni perché possano prosperare e questa prosperità vada a vantaggio di tutti, in modo equo. Non dobbiamo lasciare soli i lavoratori, ma nemmeno le imprese. La vera sfida è questa.
di Davide Casaleggio
font.blogdellestelle

Leggi anche: 2054: la fine del Lavoro come lo conosciamo

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La conferenza non s'ha da fare
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sabato 26 gennaio 2019



"La verità fa male a chi ha la coscienza sporca Elisa Palmieri"
«La Verità ti fa male lo sai» cantava Caterina Caselli.
La Verità infatti dà molto fastidio al Sistema, per il semplice fatto che rende gli uomini liberi!
Per questo motivo si allunga la lista dei «boicottatori di regime» che vorrebbero veder saltare la conferenza stampa del 24 gennaio alla Camera dei Deputati, organizzata dal Corvelva.
Oltre Beatrice Lorenzin e all’attuale ministro della salute Giulia Grillo si è aggiunta in queste ore anche la FNOMCeO, la Federazione nazionale degli ordini dei medici, la tristemente nota "casta delle caste".
La Lorenzin, rea di aver presentato una legge scandalosamente a vantaggio delle lobbies farmaceutiche, invece di nascondersi su qualche asteroide nella fascia tra Marte e Giove se ne esce con le sue solite sparate: «Non esiste una controparte per chi genera fakenews».
Lei di minchiate infatti se ne intende eccome...
Secondo la Grillo invece mancherebbe la controparte, non capendo o facendo finta di non capire, che si tratta di una conferenza stampa e non di un congresso internazionale. Se poi teniamo conto che alle loro conferenze non sono mai state invitate le cosiddette controparti, l’ipocrisia da manifesta diventa surreale. Peccato per la Grillo perché ha perso l’occasione di salutare il dottor Ivan Catalano che conosce bene, in quanto lei come medico era membro della Commissione Parlamentare Uranio Impoverito della quale Catalano era vicepresidente.
Il dottor Filippo Anelli come presidente Fnomceo, invece, manifesta «la preoccupazione del mondo medico per la diffusione di informazioni scarsamente attendibili». Secondo lui la prestigiosa sede potrebbe generare prevedibili equivoci sulla sua validità scientifica e istituzionale.
Dov’erano il dottor Anelli, la dottoressa Grillo e la liceale Lorenzin il 9 ottobre scorso quando nella Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato si è svolta una conferenza internazionale dal titolo «Global Health: l’Italia driver di best practice» organizzata in collaborazione con la mitica GlaxoSmithKline?
Forse per gli utili-ipocriti una conferenza organizzata da una associazione come il Corvelva è preoccupante per la validità sia scientifica che istituzionale, mentre una conferenza sulla salute sponsorizzata, quindi pagata, dalla GSK, il primo produttore al mondo di vaccini, è seria e attendibile?
Polemiche su polemiche, post su post e lettere su lettere per tentare di rimettere il coperchio sul Vaso di Pandora, ma ogni assurdo e disperato tentativo non fa altro che aprirlo squarciando il velo di falsità.
In tutto questo bailamme politico e mediatico, nessuna delle istituzioni e degli enti sovranazionali (Aifa, Ema, ecc.) ha tirato fuori e pubblicato gli studi di sicurezza dei vaccini. Come mai?
Strano perché il cancan finirebbe in un attimo, e non servirebbero neppure conferenze stampa o congressi…
Chi ha orecchie per intendere, intenda, a tutti gli altri ricordo che «la Verità è figlia del tempo», quindi preparate le valigie…
di Marcello Pamio
font.disinformazione.it


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La Francia renda pubblici gli accordi di decolonizzazione dell'Africa
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sabato 26 gennaio 2019



Intervista di Alessandro di Battista a Otto Botjoka fondatore dell'Unione delle comunità africane in Italia
Di Battista
Otto innanzitutto grazie per questo incontro perché come avrai visto, noi vogliamo sempre di più approfondire e studiare la questione. Io ti dico che ho iniziato a interessarmi del Franco CFA quando ero in Costa Rica, dove ho conosciuto in un campo profughi alcuni cittadini africani provenienti da regioni francofone. Mi hanno parlato della questione e della problematica. Poi ho iniziato un po’ a informarmi e ho parlato con alcuni professori universitari, poi dopo essere andato da Fazio sono arrivato a te, però non ti nego che dopo che ho lanciato questo tema da Fazio, mi è arrivato fango, valanghe di critiche, Repubblica e il Corriere della Sera che confutano quello che ho detto, esponenti politici di destra e di sinistra che mi attaccavano, l’ambasciatrice italiana richiamata in Francia dal Governo francese. Io mi sono evidentemente domandato: forse è un punto abbastanza centrato?
Otto Bitjoka
Hai toccato un punto centrale perché sono 60 anni che gli africani questa moneta non la vogliono più, la chiamano la “Monnaie de singe”, perciò hai toccato un punto essenziale nel dibattito africano. È ovvio che questo va contro certi tipi di interessi. Io credo che all’aristocrazia mondialista turbocapitalista interessa mantenere una moneta del genere, perché questa moneta crea tantissimi effetti perversi che bisogna analizzare. È anche ovvio che i giornali che si mettono contro magari lo fanno a ragion veduta, ma io non saprei la motivazione. Ma se si va ad analizzare non hanno ragione a mettersi contro di te. Come anche la sinistra non ha ragione a mettersi contro di te perchè è una verità. La sinistra che negli anni ‘60 quando i paesi africani lottavano per l’indipendenza, andavano ad aiutare i compagni, andavano ad aiutare nella Guerra per l’Indipendenza. In questo momento devono essere loro a battersi per togliere questi elementi simbolici della colonizzazione. A me stupisce il fatto che non lo facciano loro. E mi stupisce anche molto di più il fatto che si mettano contro una dichiarazione di questo genere. Indipendentemente che sia stata detta da una persona che non fa parte della sinistra, del fatto che sia una battaglia politica, bisogna cogliere l’occasione per sapere che quella è la verità. Come fare per rendere i popoli africani liberi? Questo è il punto. E quando sento dire che gli africani che arrivano qua non sono francofoni, questo è un discorso che non ha nessun senso, perché è chiaro che ogni essere umano che nasce è portatore, a volte anche a sua insaputa, di un progetto esistenziale che vorrebbe realizzare ove le condizioni sono favorevoli. Si sottintende che a casa propria le condizioni devono essere favorevoli. Purtroppo non è il nostro caso. Allora la gente è costretta a cercare dove può realizzarlo. Può capitare che venga in Occidente, ma ti posso garantire che la maggior parte della migrazione è interna all’Africa. Perché migrano all’interno? Perchè vanno a cercare fortuna altrove, là dove c’è maggior sviluppo. Ma là dove c’è maggior sviluppo non sono più paesi francofoni, vanno in Sudafrica, vanno in Nigeria a cercare questo. Vuol dire che se i francofoni avessero la possibilità di produrre sviluppo all’interno, attraverso la creazione delle imprese, ovvero se un’attrazione, un impulso per i nostri giovani a trovare un impiego, rimarrebbero lì a casa senza dover subire all’estero il fatto di essere chiamati “orangotango”, “scimmia”, “negri”. Nessuno ama sentire queste parole, anche se si fa finta di niente, nessuno. Perciò l’idea di dire che questo non ha nessun impatto sull’immigrazione, non è vero, ha un impatto eccome. Ma anche quando si pensa che la maggior parte di quelli che arrivano sono anglofoni, ma se la parte francofona fosse sviluppata, quelli che vengono dalla parte anglofona andrebbero a lavorare là, perché lì c’è una comunità di destino, siamo tutti neri, nessuno dice “negro” a un negro. Perciò il discorso proprio non lo capisco, ma credo quindi che forse lo dicono in maniera ideologica, perché magari voi fate parte un movimento, loro fanno parte dell’altro, ma credo che la sincerità dell’argomento dovrebbe prevalere sulle ragioni ideologiche, però vedo che non è così. Ma voi siete sulla buona strada, andate dritto su questo. Io dico che niente deve consentire agli africani di separarsi su una battaglia formidabile, anche se siamo diversi: gli altri sono di destra, di sinistra, di centro, ognuno vada dove gli pare, ma in nome della battaglia dobbiamo trovare l’unità. Questa presa di posizione è piaciuta molto all’Africa. Tutti i giornali africani ne hanno parlato. Non vi conoscevano però ne hanno parlato positivamente. Io stesso che non sono un grillino, vedo che questa cosa è giusta e bisogna supportarla, perché è la verità. E bisogna che la sinistra si renda conto che è la verità. E che è inutile che ieri ci difendevano per la Guerra della Liberazione, e oggi non lo fanno più perché si chiamano i progressisti, che sono i protettori dell’aristocrazia del turbocapitalismo mondialista. Capisco che non è più la loro battaglia di rilasciare agli altri la libertà, perché le materie prime non gli servono. Però serve un po’ di onestà e per questo la sinistra dovrebbe essere molto più onesta.
Di Battista
Per questo io dico anche dall’altra parte. Per quanto mi riguarda, se Salvini fa il sovranista, allora ha l’obbligo di difendere la sovranità che non è roba ideologica, ma è qualcosa di concreto, la sovranità degli africani. Ma ti volevo chiedere una cosa, perché tu prima hai parlato del Franco CFA come simbolo ancora di un progetto coloniale. Oltre a questa valenza simbolica, e comunque lo sappiamo che buttare giù un simbolo libera le coscienze africane, quanto e come pregiudicano lo sviluppo in quelle aree? Ce lo puoi spiegare? Perché se lo spiego io mi danno del cazzaro, forse se lo spieghi tu ti danno più retta.
Otto Bitjoka
Pregiudica lo sviluppo. Prima di tutto perché questa moneta qua, il Franco CFA, è una moneta che non è stampata da noi, è stampata altrove e usata in Africa. Però, per produrre lo sviluppo bisogna investire, e investire in macchinari, e per comprare macchinari serve la valuta perciò c’è la riserva valutaria presso la Banca Centrale, il problema è lì. Tutto ciò che serve per gli investimenti in valuta deve costituire il 50% del valore di quell’investimento presso le riserve valutarie però che sono domiciliati nel compte d’opération, come si chiama, ma presso il tesoro francese.
Di Battista
Allora facciamo questo esempio: il Togo vende agli Stati Uniti d’America un miliardo di dollari in cacao. Che cosa succede?
Otto Bitjoka
Allora nell’incassare questo miliardo di dollari in valuta, deve, per motivi di accordi, lasciare il 50% di quel valore lì al Tesoro francese. Qualcuno dice che si mette nell’attivo ma non vuol dire niente nel patrimonio della banca nell’attivo. Nell’attivo significa solamente cosa ho fatto con il passivo. Quell’attivo può essere l’acquisto del titolo obbligazionario francese, qualsiasi titolo finanziario ma servono i nostri soldi però. E quando devi pagare, e devi pagare stampando moneta. Perciò è una parte di scrittura a volte, e non moneta fisica. Questo fa che ci manca e non abbiamo capacità di accumulare il capitale.
Di Battista
Non avete liquidità.
Otto Bitjoka
No. E non abbiamo tanta valuta per poter produrre sviluppo e questo manca. Se non produci sviluppo non c’è crescita da lavoro.
Di Battista Otto Bitjoka
Peggio ancora. La dove noi esportiamo le materie prime, non facciamo i prezzi. Gli altri ci impongono il prezzo e dobbiamo prenderlo così. Perciò non solamente se l’idea è di prendere le nostre materie prime a basso prezzo, ma anche quelle che vendiamo a basso prezzo, il 50% rimane nelle riserve valutarie che sono domiciliati nel Tesoro francese. Questo impedisce lo sviluppo. Voi pensate che noi abbiamo ad esempio 68% delle terre incolte del pianeta. Io sono del Camerun, piove sei mesi all’anno, abbiamo tre volte il raccolto all’anno, se usiamo il concime. Che siamo così fessi non vogliamo sviluppare la filiera agroalimentare? Io penso proprio di no, che non siamo così fessi. Ci sarà un problema.
Di Battista
Quanto è importante una battaglia che si può fare anche in seno al Parlamento Europeo per pretendere dalla Francia la pubblicazione di tutti quelli che sono i documenti rispetto al processo di decolonizzazione? Sapere, cioè, esattamente dalla Francia quali sono stati gli accordi di decolonizzazione, per conoscere se hanno e come hanno il controllo sulle materie prime, dei diritti di prelazione rispetto agli acquisti delle materie prime in Africa, tutta una serie di accordi che da De Gaulle in poi si sono fatti per – di facciata – dire “il processo di decolonizzazione è terminato” ma sostanzialmente continuare un processo di colonizzazione.
Otto Bitjoka
Questo è un punto molto importante, ovvero quello di rendere pubblici gli accordi di decolonizzazione, perché è dentro quegli accordi che andiamo a sapere come vive l’Africa, perché è così in ritardo. Perché gli accordi di decolonizzazione sono come un contratto. Un contratto tra un lavoratore e il suo padrone. Ma il continente africano non è un lavoratore e la Francia non è il nostro padrone. Perciò rendere pubblici questi accordi è molto importante. È trasparenza. Tutto sarà alla luce del sole, e ciò che è scritto dentro gli accordi si potrà discutere con coscienza e consapevolezza e far sì che l’Unione Europea se ne assuma la responsabilità di far fermare questi accordi. Io penso che è una buona cosa ed è una bella battaglia chiedere loro di rendere pubblici questi accordi. Non so se lo accetteranno volentieri perché i predatori veri si nascondono dietro questi accordi, che li negano di giorno e di notte li applicano. Renderli pubblici significa che tutti siano al corrente dei contenuti e, a volte, anche sapere quali sono i predatori.
Di Battista
A volte mi invitano ancora un po’ di televisioni, sono stato ospite da Fazio, domenica andrò dalla D’Urso. Se mi chiamasse Floris o altri, ci vieni con me a titolo del tutto indipendente per spiegare le tue idee e per far capire ai cittadini italiani l’importanza di battersi contro il Franco CFA?
Otto Bitjoka
Io vengo volentieri perché sono un panafricanista convinto. Però mi interesserebbe confrontarmi anche con gli altri fratelli africani. Vorrei confrontarmi con la Kyenge, del Partito Democratico, con Toni Iwobi, della Lega. Io sono indipendente e non ho nessuna tessera, però ho le mie idee, e vorrei confrontarmi con loro. Chiedere magari a Floris se può organizzare il dibattito fra la Kyenge, Iwobi e Bitjoka perché noi siamo gli afro-italiani. Siamo i tuoi concittadini, ma abbiamo una lettura diversa di ciò che accade. Ad esempio io sarei disponibile a chiedere all’amico Toni, che è leghista, perché non si tolgono dalla strada tutte le donne che si prostituiscono? Perché non si tolgono dalla strada tutti i mendicanti? Oggi, si dice che ci sia la “zingarizzazione” degli africani – con tutto il rispetto degli zingari – in quanto fanno tutto quello che facevano gli zingari. Perché non combatte la mafia nigeriana? Sono cose che danno senso alla sua presenza. Chiederei, ad esempio, alla Kyenge se è d’accordo con le dichiarazioni della Corte costituzionale del Congo, che è il suo paese d’origine, sulle elezioni di Tshisekedi. Oppure se condivide quelle del ministro degli Affari Esteri francese, che decide la Francia chi avrebbe dovuto vincere. Queste cose vorrei capire.
Di Battista
Perché quindi per te il Partito Democratico è del tutto appiattito sulle posizioni filo-francesi?
Otto Bitjoka
Questo non lo so, io non sono un politico, io sono un libero cittadino. Non so se è appiattito o meno. Dico solamente che il Partito Democratico – io sono culturalmente di sinistra – non può pensare che i suoi nemici possano essere i nemici dei neri. I neri devono imparare a tutelare i propri interessi con coloro che vogliono rendere alla luce del sole questi punti.
Di Battista
L’ultima cosa ti chiedo. Hai visto che abbiamo fatto questa battaglia per pretendere che il seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che appartiene alla Francia passi alla Comunità europea intera. Come ritieni che la Francia abbia utilizzato quel potere di veto negli ultimi 60 anni?
Otto Bitjoka
Lo ha sempre utilizzato per chiedere di potere andare a intervenire per far fuori i capi di stato. Abbiamo visto, l’ultima volta, sono andati a portare l’ex-presidente della Costa D’Avorio nel tribunale penale internazionale, che non aveva fatto niente. E hanno messo lì il loro proconsole. Hanno usato lo stesso potere per andare a bombardare Gheddafi. Quel seggio è uno strumento nelle loro mani per dare libertà di azione e andare a distruggere tutti coloro che sono contro il loro interesse. Chiedere che questo posto venga assegnato all’Unione Europea è un atto di civiltà e darebbe anche un potere forte di rappresentanza e una voce unitaria all’Unione Europea. Quindi, se posso riassumere quello che abbiamo detto: primo, chiedere all’Unione Europea di chiedere alla Francia di rendere pubblici tutti gli accordi di decolonizzazione; secondo, che l’Unione Europea prenda quel seggio del Consiglio di Sicurezza e non la Francia; terzo, portare avanti questa battaglia per togliere il simbolo del Franco CFA, e che gli africani possano battere una loro moneta e finanziare l’economia, che possano avere una politica monetaria espansiva, tesa alla spesa pubblica che crei investimenti. Per il momento tutto questo non è possibile. L’unico vantaggio che ha questa moneta è il tasso di cambio fisso, ma forse è solo il Franco CFA che ha il tasso di cambio fisso, ma ognuno vorrebbe che quando fluttua una moneta fluttua anche l’altra, aggiustando con tutte le leve necessarie una politica monetaria espansiva. L’altra cosa che questo produce è il fatto che consente di controllare l’inflazione. Ma quello che serve è una politica monetaria espansiva per investire e creare lavoro.
Di Battista
L’ultimissima cosa perché lo hai citato tu. Tu ritieni – e io ho letto anche dei documenti di Wikileaks – che dietro l’intervento armato francese in Libia, purtroppo avallato anche dall’Italia, vi sia stato anche un progetto che aveva Gheddafi di contrastare il Franco CFA e di creare una moneta panafricana collegata al Dinar libico?
Otto Bitjoka
Sì, ma Gheddafi, come l’Unione Africana, ha deliberato su quello, cioè che dovevano fare il fondo monetario africano con sede in Camerun, a Yaoundé, come la Banca africana di investimento con sede a Tripoli. Era un progetto, ma non era tanto per contrastare il Franco CFA, ma per l’autonomia, per essere sovrani. Ma questo è normale: ogni popolo vuole essere sovrano. Qua sento la Lega dire “ognuno è padrone a casa sua”, ma perché gli africani non possono essere padroni a casa loro? Non capisco, davvero non capisco questo. Quando uno cerca di essere padrone, cercano di cacciarlo via.
Di Battista
Grazie Otto, ci vediamo presto.
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