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Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Inquinamento da farmaci: danni collaterali delle cure
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martedì 14 agosto 2018



Quella dell’inquinamento da farmaci è una questione della quale si sa ancora poco e si discute ancora di meno. La nostra è sempre più una società con maggiore disponibilità e facilità di accesso ai farmaci. Ciò comporta la conseguenza positiva di un miglioramento delle cure e di una longevità davvero impensabile solo alcuni decenni fa, eppure c’è anche un inquietante rovescio della medaglia.
Tutte le vie dell’inquinamento da farmaci
Sono in particolare tre i momenti nei quali si può verificare l’inquinamento da farmaci. Prima di tutto nella fase della produzione, quindi direttamente dagli scarichi delle aziende farmacologiche. Poi nel momento dello smaltimento dei farmaci, sia quelli scaduti che quelli inutilizzati. Uno studio del 2014, realizzato nelle farmacie di Verona e provincia in collaborazione con Federfarma, ha evidenziato come ancora il 22% degli intervistati (che erano i clienti delle farmacie) smaltiva i farmaci scaduti e quelli non utilizzati direttamente nel wc, nel lavandino o nella spazzatura. Molti quindi sono ancora refrattari a utilizzare gli appositi contenitori che ormai qualsiasi farmacia, anche nei paesi più piccoli, mette a disposizione dei clienti. Infine, l’inquinamento da farmaci può derivare dall’eliminazione dei principi attivi dal nostro organismo una volta assunto il farmaco. Attraverso le fognature, le feci e le urine che contengono tracce dei farmaci assunti, raggiungono l’acqua, fiumi, laghi, mari e oceani.
Secondo l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) “l’escrezione di farmaci dopo l’uso terapeutico umano e veterinario è la porta principale d’ingresso dei farmaci nell’ambiente ed è una conseguenza inevitabile del consumo di medicinali e pertanto molto più difficile da controllare. I farmaci sono generalmente solubili in acqua e quindi finiscono negli scarichi fognari. Molte sostanze chimiche farmaceutiche non sono degradabili per resistere all’ambiente acido dello stomaco o per avere una lunga durata, e possono penetrare, persistere e diffondersi nell’ambiente, specialmente nelle acque, e ritornare, attraverso la catena alimentare, negli esseri umani”. Di questi problemi si occupa la Ecofarmacovigilanza, una scienza emergente che racchiude – secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – “le attività di rilevazione, valutazione, comprensione e prevenzione degli effetti negativi legati alla presenza dei prodotti farmaceutici nell’ambiente”.
Quantità ed effetti dell’inquinamento da farmaci
Da alcuni anni i progressi della scienza consentono di realizzare studi capaci di verificare la presenza di farmaci nell’ambiente, cosa una volta impossibile, e di valutare dunque la eco-tossicità dei principali prodotti in commercio. Da tali studi è chiaro che non si tratta di concentrazioni altissime, e quindi non parliamo di emergenza immediata, ma di sostanze presenti nell’acqua in concentrazioni molto piccole: nell’ordine dei microgrammi al litro o addirittura nanogrammi al litro. Gli studi quindi si concentrano nel valutare i rischi di una esposizione continua a un basso dosaggio di decine di sostanze attive diverse. I primi risultati di tali ricerche furono quelli derivanti dagli studi di due chimici berlinesi, Thomas Heberer e Hans-Jurgen Stan, che già negli anni Ottanta del secolo scorso, cercando prove di inquinamento di un erbicida nelle acque di laghi e di fiumi, si imbatterono nella presenza di acido clofibrico. Si tratta di una sostanza presente nei farmaci anti-colesterolo.
Da quel momento in poi anche altri laboratori notarono la presenza di tale sostanza sia in Europa che nel Nord America. Più recentemente, nel 2011, l’Agenzia Nazionale di Sicurezza Sanitaria Francese ha rilevato come un quarto dei campioni di acqua potabile analizzati contenessero tracce di farmaci, in particolare antiepilettici e ansiolitici. E ancora, concentrandoci sul nostro Paese, una ricerca condotta in Lombardia ha evidenziato la presenza di numerosi farmaci (dagli antibiotici agli antitumorali, dagli antinfiammatori ai diuretici, dagli ansiolitici agli antidepressivi) nelle acque lombarde, nei sedimenti dei fiumi Po, Lambro e Adda e negli acquedotti di Varese e Lodi. Le conseguenze della presenza di tali sostanze nelle acque e nel suolo sono state studiate sugli animali. Sempre secondo l’Aifa, uno studio in Pakistan ha rivelato che gli avvoltoi subiscono gravi danni renali dal consumo delle carcasse di bestiame trattate con questo farmaco. In un periodo di tempo relativamente breve, il numero di avvoltoi è diminuito così drasticamente da renderli una specie in via di estinzione. Un altro esempio è la sterilità delle rane attribuita a tracce di pillole contraccettive orali nelle acque. La presenza di ormoni sessuali femminili (etinilestradiolo) nell’ambiente acquatico sembra provochi mutazioni sessuali nei pesci.
È ipotizzabile che gli esseri umani, che sono in cima alla catena alimentare, possano essere interessati dagli inquinanti farmaceutici ambientali. Ancora, due ricerche realizzate sia in Corea che in Cina hanno dimostrato come un comune antidolorifico da banco come l’ibuprofene crei seri danni riproduttivi al pesce del riso; uno studio tedesco ha invece descritto tutti i danni al fegato, ai reni e alle branchie della trota arcobaleno causati dal diclofenac, un antinfiammatorio molto utilizzato. Uno dei problemi più gravi poi è sicuramente quello della dispersione degli antibiotici. In questo caso. Il pericolo principale, infatti, è la resistenza microbica in quanto – come scrivono Bikash Medhi and Rakesh K. Sewal, due farmacologi indiani dell’Institute of Medical Education and Research di Chandigarh, in un editoriale pubblicato sull’Indian Journal of Farmacology – “l’esposizione continua a basse dosi di antibiotici attraverso l’acqua potabile potrebbe condurre infatti a forme di resistenza” combattendo anche i batteri utili all’ecosistema acquatico e contribuendo in questo modo allo sviluppo di pericolosi ceppi resistenti.
L’importanza di sensibilizzare farmacisti e pazienti
Calcolando che in solo dieci anni, dal 2000 al 2010, le prescrizioni di farmaci sono aumentate del 60%, con un incremento annuale che si aggira intorno al 2-3%, e che solo una parte di questo aumento è dovuto all’invecchiamento della popolazione, la prima soluzione al problema dell’inquinamento da farmaci è facilmente individuabile: arrivare ad un uso più responsabile dei farmaci. Questo in due differenti modi: abbattendo notevolmente la quantità di medicinali che restano inutilizzati e che quindi vanno poi a incrementare i rifiuti farmacologici, e diminuendo i farmaci assunti, anche in modi sbagliati e in quantitativi eccessivi, che vanno a creare quella dispersione nelle acque continua e dannosa. Maggiore sensibilità, dunque, viene richiesta anche a medici e farmacisti nel prescrivere medicinali solo in casi davvero necessari e cercando di definire un piano di cura appropriato, con i giusti quantitativi.
Un aiuto dalla ricerca: verso la green pharmacy
Un aiuto per diminuire l’impatto dell’inquinamento da farmaci sta arrivando poi direttamente dalle aziende che si occupano dello sviluppo e della produzione dei medicinali. In Nord Europa si parla ormai di “green pharmacy”, in particolare grazie a movimenti ecologisti che cercano di favorire la produzione e la scelta di farmaci rispettosi dell’ambiente. Dalla “Green and Sustainable Chemistry Conference” che si è svolta a Berlino la prima settimana di aprile è arrivato un importante impegno da parte delle aziende chimiche per lo sviluppo di una “chimica green”, una branca recente della chimica che ha come obiettivo “la creazione di prodotti e l’utilizzo di processi che riducano o eliminino la generazione di sostanze dannose”. I partecipanti alla conferenza di Berlino hanno suggerito di lavorare su soluzioni ecologiche: le sostanze chimiche devono fornire una certa prestazione ma dovrebbero anche essere progettate fin dall’inizio. Il dottor Klaus Kümmerer dell’Università di Lüneburg, ad esempio, sta lavorando nella progettazione di medicinali che siano facilmente biodegradabili dai batteri presenti nell’ambiente. I medicinali gettati nel wc potrebbero dunque essere aggrediti da tali batteri per diventare molecole sicure come l’acqua e l’anidride carbonica. Potrebbe sembrare futuristico ma, in fondo, fino a non molti anni fa chi pensava che si sarebbe effettivamente giunti a realizzare la plastica biodegradabile che oggi invece è una realtà?
Tratto da https://www.biopianeta.it/2016/04/danni-inquinamento-farmaci/

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Marcello Foa alla Rai? Sì, quando i somari voleranno…
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domenica 05 agosto 2018



Il nuovo pericolo per l’informazione italiana di Regime ha finalmente un nome e cognome.
A sorpresa dal cilindro magico del governo giallo-verde, nell’elenco dei papabili per dirigere la Rai di Viale Mazzini, è saltato fuori il suo nome, e questo ha fatto tremare il terreno sotto i piedi dell’establishment.
Al Sistema, le cose non programmate, cioè quelle che escono dalla loro agenda irritano non poco, figuriamoci se poi al comando dei canali nazionali, cioè della Rai - Radiotelevisione Italiana - viene proposto Marcello Foa. Quando è troppo è troppo, e mettere a capo dell’informazione un uomo libero non è ammissibile e accettabile nel Paese delle banane.
La sincronicità ha sempre il suo fascino: con l’apparizione del suo nome a livello mediatico è partita una campagna vergognosamente faziosa con lo scopo di demolire la figura professionale del giornalista italo-svizzero. Stiamo parlando di uno che ha lavorato sotto Indro Montanelli come capo redattore agli Esteri, una delle redazioni chiave del «Giornale», e ultimamente ai vertici del «Corriere del Ticino». Ha scritto libri, insegnato, tenuto conferenze in giro per il mondo, e spiegato (ecco il vero problema) come funzionano la manipolazione e gli inganni dell’informazione.
Insomma un curriculum che moltissimi dei direttori passati alla Rai si sognano. Ma in Italia il curriculum non conta, perché quello che fornisce il lasciapassare sono gli scheletri nell’armadio, o una tessera elettorale ben precisa, oppure la fratellanza ad una loggia…
Foa essendo estraneo a tutto ciò, per la massonica stampa progressista è un pericolo. Da qui gli attacchi perché sarebbe sovranista, populista, filorusso, no-vax, e addirittura (pensate), perché scrive libri sulle Fake News. Roba da peste bubbonica per coloro che comandano dalle sale ovali. Hanno buttato sul calderone perfino l’accusa di vilipendio al capo dello Stato, perché qualche mese fa, dopo le incresciose dichiarazioni di Sergio Mattarella, Marcello Foa avrebbe detto che il presidente risponde ai mercati e all’Europa. Abominio inaudito…
Ancora devo capacitarmi di cosa avrebbe detto di così strano. Dovremmo forse chiederlo alle mezze calzette di pseudo-giornalisti alla mercé di una sinistra ormai allo sbando totale.
Mattarella dopo le elezioni popolari non si è comportato da presidente della Repubblica ma da uomo del Sistema tecnobancario europeo. Tutto qua.
Ma l’apoteosi dell’accanimento mediatico è stata raggiunta sabato 28 luglio alle ore 16:37. «Casualmente - come ha scritto l’amica Enrica Perucchietti - nel pieno della discussione per la sua nomina alla presidenza RAI, è stata modificata la pagina wikipedia di Marcello Foa, aggiungendo la sezione ‘Controversie’ (prima inesistente, e la cronologia lo prova) in cui viene denigrato come un ‘complottista’ per aver sostenuto l’esistenza di false flag e per aver parlato della teoria gender».
Avete capito? Qui abbiamo a che fare con esperti stacanovisti, che lavorano anche di sabato pomeriggio pur di manipolare e falsificare le informazioni, per distruggere la reputazione di un uomo, molto pericoloso, perché libero! Peccato che la cronologia di wikipedia ha registrato le prove...
Giornalisti venduti
Stranamente i grandi giornalisti della carta stampata, quelli che oggi criticano aspramente Marcello Foa, si sono dimenticati di scrivere della (loro) collega Monica Maggioni, ex presidente Rai che è anche alla guida della pericolosissima e losca «Commissione Trilaterale»[1], oppure della «rossa col gomito appoggiato», come chiamava il grande Giorgio Gaber Lilli Gruber, che figura nel Comitato Direttivo di un altro gruppo elitario potente, il «Bilderberg»[2]. L’elenco da fare sarebbe lungo.
Questi personaggi vanno bene al Sistema (e quindi anche ai loro zerbinati giornalisti) perché fanno parte del Sistema stesso, mentre un giornalista libero, senza fronzoli e bandierine, senza appartenenza alcuna diventa un problema nazionale! Si è scomodato perfino Silvio Berlusconi che ha criticato la scelta del giornalista, dicendo che Forza Italia voterà contro la linea del governo.
Stiamo parlando di un uomo morto politicamente e probabilmente anche fisicamente.
Il Silvio che vediamo infatti è un clone, perché il vero si trova in una cella criogenica.
Si è fatto ibernare nella speranza che tra qualche decennio, al suo risveglio, abbiano risolto l’annoso problema del trapianto di capelli.
Toupè a parte, complimenti al neogoverno per la performance magica: estrarre il nome di Marcello Foa come Direttore Rai è stata una prestidigitazione unica. Ha messo in luce il problema dell’informazione in Italia.
Se anche la Commissione di Vigilanza boccerà il nome (e mi auguro di no), inventandosi motivazioni assurde, oramai il danno è fatto e sempre più persone capiranno il giochetto. Prenderanno coscienza che in Italia vige una dittatura vera e propria! Per cui non ha alcun senso pagare il canone e acquistare i quotidiani…
La fine dei tempi è prossima per il Sistema…
di Marcello Pamio

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Un’eccellenza italiana? I “Comuni Ricicloni”!
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giovedì 02 agosto 2018




La presentazione del XXV rapporto Comuni Ricicloni di Legambiente, avvenuta lo scorso 28 giugno a Roma nell’ambito dell’EcoForum, sì è conclusa con la premiazione delle comunità locali, degli amministratori e delle esperienze che hanno ottenuto i migliori risultati nella gestione dei rifiuti urbani. Non parliamo di mosche bianche. Erano 486 lo scorso anno, oggi sono 505 i Comuni dove la raccolta differenziata funziona correttamente, ma soprattutto dove ogni cittadino produce, al massimo, 75 chili di secco residuo all’anno, ovvero di rifiuti indifferenziati avviati allo smaltimento. Parliamo di 3.463.849 cittadini, circa 200.000 in più rispetto al 2017, un trend assolutamente positivo, anche se c’è ancora molto da fare in tema di economia circolare, visto che siamo davanti ad una scelta di sostenibilità ancora in costante evoluzione. Anche per questo nel corso degli anni gli obiettivi della classifica dei Comuni Ricicloni sono diventati sempre più stringenti adeguandosi al panorama della gestione dei rifiuti in Italia che è mutato molto rispetto alle prime campane stradali dedicate alla raccolta differenziata dagli imballaggi principali, ed è arrivato all’attuale intercettazione di rifiuti “complessi” porta a porta, con un target minimo del 65% richiesto dal 2012.
La Giuria del concorso, composta da Legambiente, dai Consorzi di filiera e dai principali attori del settore, ha di volta in volta modificato i criteri di valutazione dei vincitori per poter fornire ai Comuni uno stimolo a raggiungere risultati sempre più ambiziosi. Così da tre anni a pesare su questa virtuosa classifica non sono più solo i livelli di raccolta differenziata raggiunti, ma anche le politiche di riduzione della quantità di rifiuto destinata allo smaltimento. Il nuovo pacchetto europeo sull’economia circolare recentemente raccontato su Unimondo.org pone, tra i suoi obiettivi, “il riciclo del 70% degli imballaggi entro il 2030 e del 65% dei rifiuti urbani al 2035” e, alla stessa scadenza, “un massimo del 10% di rifiuti che possono essere smaltiti in discarica”. Proprio da questo presupposto è nata l’esigenza di porre come obiettivo minimo per entrare a far parte dei "Comuni Ricicloni" la soglia di produzione di 75 Kg all’anno per abitante di secco residuo, prodotto che comprende il secco residuo e la parte di ingombranti non riciclata.
Il ruolo dei Comuni nel portare l’attuale sistema di gestione dei rifiuti sempre di più verso l’economia circolare è fondamentale. Per il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti "Le amministrazioni locali sono le uniche in grado di indirizzare i propri concittadini verso pratiche virtuose di prevenzione, raccolta e riciclo”. Come fare? Basta usare iniziative virtuose all’interno di un contesto di “normative regionali e nazionali e di piani d’ambito che sostengano questa direzione, prevedendo gli strumenti necessari come la tariffazione puntuale, sistemi di premialità per sfavorire il conferimento in discarica e incentivare il recupero di materia, la raccolta porta a porta e serie politiche di riduzione della produzione dei rifiuti”. Al tempo stesso per Legambiente “gli amministratori possono, attraverso scelte consapevoli e obbligatorie (come il Green Public Procurement), incidere in maniera significativa sulla diffusione di una vera e propria economia circolare", scelta ancora più urgente vista anche la chiusura del mercato cinese all’importazione dei rifiuti.
Per quanto riguarda la classifica, le città di Treviso, Pordenone e Trento si riconfermano, come lo scorso anno, sul podio tra i capoluoghi di provincia, così come, ancora una volta, il Nord-Est si dimostra l'area geografica più efficiente in tema di gestione virtuosa dei rifiuti urbani. Su 505 comuni a bassa produzione di secco residuo, ben 264 appartengono, infatti, a quest’area in cui, non a caso, la raccolta e la gestione dei rifiuti sono basate, quasi totalmente, su sistemi consortili con una raccolta organizzata esclusivamente con il sistema porta a porta. Per quanto riguarda i Comuni rifiuti free che superano i 15mila abitanti sono risultati essere 50 e comprendendo anche città di una certa dimensione, come Empoli con i suoi 52mila abitanti e Carpi con quasi 73mila abitanti, a testimonianza del fatto che dove esistono politiche di buona gestione dei rifiuti, si possono raggiungere risultati estremamente soddisfacenti. Arrivano sempre dal nord-est i Consorzi che riempiono le prime posizioni della classifica dedicata ai “Consorzi oltre i 100mila abitanti”, dove va segnalata Mantova Ambiente che ha scalato pian piano la classifica fino ad arrivare all’attuale terza posizione, dietro ai noti Priula e Bacino Sinistra Piave, entrambi della provincia di Treviso e nel complesso capaci di gestire in tre la differenziata di quasi un milione di abitanti. Invariata rispetto allo scorso anno nelle prime tre posizioni la classifica dei “Consorzi sotto i 100mila abitanti”, dove ancora una volta si distinguono i trentini AMNU, ASIA e Fiemme Servizi che si sono dimostrati i più efficienti nel servire i loro circa 173mila utenti complessivi.
Il rapporto ci segnala anche l’importante aumento dei Comuni rifiuti free al Sud: “erano 43, pari al 10%, lo scorso anno e oggi sono 76, quindi un 15%” a differenza del Centro Italia che si conferma sostanzialmente stabile "passando da 38 a 43 Comuni e cioè dall’8% al 9% con qualche avanzamento dovuto al successo del porta a porta in Toscana", mentre il numero dei Comuni virtuosi diminuisce del 6% al Nord tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige che pur perdendo 26 comuni e con un leggero aumento della produzione di rifiuti indifferenziati, rimangono comunque le regioni col maggior numero di comuni virtuosi. Tuttavia al Nord migliora solo la Lombardia che aggiunge altri 11 comuni ai 90 all’anno precedente, mentre a livello nazionale l’aumento più significativo di comuni virtuosi è in Basilicata "dove la percentuale dei Comuni Rifiuti Free sul totale passa dall’1,5% all’8%".
Per Legambiente la strada da percorre è ancora in salita, ma i risultati non mancano, soprattutto quando l’obiettivo dei Comuni non prescinde “dall’insieme delle buone politiche di prevenzione, da un buon sistema di impianti di riciclo per il recupero di materia e da un sistema di raccolta porta a porta efficace almeno quanto la tariffazione puntuale”. Anche se alle orecchie dei contribuenti suona male appare indubbio che optare per la tariffa paga, in tutti i sensi. Sono, infatti, 361 i Comuni rifiuti free che hanno adottato un sistema di tariffazione, ma lo sforzo economico dei contribuenti, grazie ai notevoli benefici ambientali e sociali, non può che ripagare i cittadini.
di Alessandro Graziadei
font.unimondo.org


Alessandro Graziadei
Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.


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