L'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha pubblicato oggi l'ultimo rapporto sull'educazione, nel quale l'Italia figura agli ultimi posto della classifica della percentuale di Pil destinata all'istruzione: il 4,5%, contro una media dei paesi Ocse del 5,7 e punte di eccellenza come l'Islanda, che guida la graduatoria con il 7,8. Ogni scolaro costa in media 6622 dollari l'anno (media Ocse 6687 dollari). L'Italia è inoltre ultima in classifica, per la percentuale di spesa pubblica destinata alla scuola, il 9% (media del 13,3), seguita da vicino da Giappone e Repubblica ceca. L'Ocse segnala inoltre nel suo rapporto che gli insegnanti italiani sono tra i meno pagati e che i nostri alunni passano troppo tempo sui banchi. Immediate le polemiche, con il ministro Gelmini che sottolinea come l'Ocse dia ragione all'azione intrapresa dal governo Berlusconi, e il Pd che parla di sonora bocciatura per il governo.
Gli insegnanti della scuola pubblica in Italia sono pagati meno della media dei Paesi Ocse, e il divario si accentua con il passare degli anni di servizio. Un maestro di scuola elementare italiano, ad esempio, guadagna poco più di 26.000 dollari l'anno a inizio carriera, contro una media di quasi 29.000. Alla fine della carriera il suo stipendio sale a 38.381 dollari, ma la media Ocse è salita a 48.000 dollari, quasi 10 mila euro in più. Lo stesso vale per il professore delle medie (che guadagna tra i 28.098 dollari iniziali e i 42.132 di fine carriera) e per il docente delle superiori: quest'ultimo, tra gli insegnanti italiani, ha l'aumento più consistente, passando nel corso della carriera da 28.098 dollari a 44.041, ma la media dei suoi colleghi di altri Paesi passa da 32.500 dollari a oltre 54.700..
In Italia gli scolari tra i 7 e i 14 anni passano a scuola circa 8.200 ore, contro una media dei Paesi Ocse di 6.777. Il nostro Paese viene superato solo da Israele, paese partner. Il rapporto sottolinea, però, come «in questa fascia d'età, il tempo di istruzione previsto è un indicatore del carico di lavoro teorico degli alunni in ambito scolastico, ma non può essere considerato come l'esatto volume dell'insegnamento che viene loro effettivamente impartito durante la formazione iniziale. In alcuni Paesi il carico di lavoro è più pesante, la scuola dell'obbligo è meno lunga e i giovani lasciano la scuola prima. In altri Paesi, al contrario, l'apprendimento è ripartito in modo più uniforme e su un periodo più lungo».
Commissione Ue: investire di più e bene. La Commissione europea «condivide» una delle principali conclusioni dell'analisi pubblicata oggi dall'Ocse: ossia che «in materia di istruzione bisogna continuare a investire - e investire di più e bene - in quanto si tratta di risorse che garantiscono un ritorno finanziario e sociale molto importante. Ed è per questo che il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso ha messo l'istruzione al cuore della Strategia 'Ue 2020' per la crescita e l'occupazione». In concreto Bruxelles dice: «Anche in periodo di recessione economica gli investimenti per l'istruzione sono indispensabili. Si tratta, non solo ma investire, ma investire bene. Per questo nella strategia Ue 2020, due importanti obiettivi sono stati fissati: Scendere al 10% di abbandono scolastico (ora siamo mediamente tra il 15 e il 16%), e fare in modo che il 40% della popolazione abbia un diploma universitario». Obiettivi ambiziosi per cui - ammette Bruxelles - «bisogna ancora lavorare molto». Mercoledì prossimo la commissaria alla cultura e all'istruzione, Androulla Vassiliou presenterà l'iniziativa “La gioventù in movimento” proprio sul tema dell'occupazione e della mobilità dei giovani. Alla Commissione europea si spera poi che nelle prossime prospettive finanziarie post-2013 (un documento al riguardo è attesa ad ottobre) l'Europa aprirà ulteriormente i cordoni della borsa in materia di istruzione, mobilità e formazione, superando i 50 miliardi di euro (43 per i diversi fondi Ue e 7 per il programma di formazione nel corso della vita) ora a disposizioni per gli anni 2007-2013.
La Gelmini: confermate le nostre valutazioni, avanti con le riforme. «I risultati dell'indagine Ocse confermano le nostre valutazioni sul sistema scolastico e la necessità di proseguire sulla strada delle riforme», dice il ministro dell'istruzione. La ricerca Ocse, secondo il ministro, «dimostra che la qualità dell'istruzione non è affatto legata al numero di ore passate tra i banchi. Secondo l'Ocse infatti l'Italia raggiunge il record di ore di lezione ma il rendimento scolastico degli studenti resta basso. Per migliorare la qualità dell'istruzione inoltre è indispensabile che la retribuzione dei docenti sia basata sul merito e non esclusivamente sull'anzianità di servizio, come rilevato dall'Ocse. Non è accettabile che un insegnante raggiunga il massimo dello stipendio solo dopo i 35 anni di lavoro. In un contesto internazionale che richiede rigore nei conti pubblici l'indagine conferma che è necessario ottimizzare le risorse per l'istruzione. Esattamente ciò che il governo italiano sta facendo. Come rileva la ricerca infatti, l'efficacia dei sistemi scolastici nel futuro sarà misurata solo in base ai risultati effettivamente conseguiti e non sulla quantità di soldi spesi inizialmente dai singoli Paesi. Comunque, la spesa per studente in Italia è nella media dei paesi Ocse: 7.948 dollari all'anno. Concordo pienamente con la ricerca quando afferma la necessità di puntare sull'istruzione superiore per incentivare l'occupazione. È con questo obiettivo infatti che il governo si è impegnato a riorganizzare i licei e rilanciare l'istruzione tecnica e professionale. Si tratta di una risposta concreta alla crisi economica e di uno strumento indispensabile per sostenere le piccole e medie imprese».
Il ministro: più investimenti su qualità e merito. «Non è pensabile che soltanto il 3% del bilancio totale dell'istruzione resti utilizzabile per investimenti in qualità e merito - dice poi il ministro all'Ansa - Stiamo cercando di superare questo squilibrio in modo da poter liberare risorse da destinare a innovazione, merito e qualità. Solo così il nostro sistema di istruzione potrà fare quel balzo in avanti che consentirà alle nostre scuole e ai nostri studenti di competere sul piano internazionale, non solo recuperando i ritardi accumulati ma cercando di avere una marcia in più. Ma finchè il 97% del bilancio servirà a pagare gli stipendi, va da sè che questo obiettivo resta lontano».
Il Pd: Gelmini prima bocciata dell'anno. «Deve essere una gran bella soddisfazione, per Tremonti e Gelmini, sapere che l'Italia è fanalino di coda nella spesa per l'istruzione e che persino Brasile ed Estonia sono più generosi. Peggio di noi c'è solo la Slovacchia ma diamo tempo a questo governo e certamente non ci negherà anche questa soddisfazione - dice Francesca Puglisi, responsabile Pd Scuola - Al netto della propaganda e delle arrampicate sugli specchi ci pensa proprio l'Ocse con numeri inoppugnabili a tracciare questo quadro impietoso, con le inevitabili ricadute sulla qualità dell'insegnamento e sulla possibilità per i nostri studenti di essere competitivi in un mercato globalizzato. E una scuola nella quale non si investe è una scuola morta. Quanto al fatto che i ragazzi stiano troppo a scuola, nelle medie e nelle superiori ci sono oggi troppe ore di lezione frontale ma noi vogliamo che le scuole siano aperte tutto il giorno e tutto l'anno per far diventare la scuola il cuore pulsante dei quartieri e delle comunità: e quindi servono più laboratori e maggiore diffusione di nuove tecnologie». E Alessia Mosca, deputato del Pd, segretario della Commissione Lavoro e vicepresidente di Trecentosessanta, associazione che fa riferimento a Enrico Letta sottolinea come il ministro Gelmini «ha passato le sue vacanze mettendo a punto un piano di tagli indifferenziati all'istruzione, attaccando continuamente la scuola pubblica e l'università, fino a rifiutare di incontrare i precari in sciopero della fame. Non si era mai vista tanta tracotanza da parte di un ministro della Repubblica. Ma come far emergere il merito se si pensa solo a tagliare? Non ci siamo proprio: l'anno scolastico inizia con una sonora bocciatura, la sua». Secondo l'on. Manuela Ghizzoni «il ministro è ormai isolato a livello internazionale perch‚ si ostina a considerare la spesa per la scuola come un costo e non come un investimento. I dati parlano chiaro mentre negli altri paesi la spesa pubblica per istruzione aumenta da noi si riduce: siamo ormai il fanalino di coda in Europa e dopo i tagli delle due ultime finanziarie la situazione è destinata anche a peggiorare. Insomma il ministro Gelmini ha completamente sbagliato rotta e dovrebbe prendere atto di questa netta bocciatura internazionale. Nella prima seduta della commissione Cultura chiederemo che il ministro venga alla Camera a commentare questi dati».
Rete studenti: servono investimenti. «I dati Ocse sono molto chiari: per uscire dalla crisi bisogna investire sull'istruzione, concetto che ribadiamo da anni e che oggi trova delle conferme in dati concreti che non possono essere ribaltati dalla Gelmini, nonostante ovviamente ci stia provando», rileva la Rete degli studenti secondo la quale «la campagna mediatica che questo governo sta portando aventi viene oggi smantellata in ogni sua sfaccettatura: non è vero che in periodo di crisi non si può far altro che tagliare sullistruzione, non è vero che sbagliamo a chiedere più risorse, non è vero che anche negli altri paesi europei i governi stanno prendendo questi provvedimenti. Tagliare 8 miliardi di euro alla scuola pubblica, come se fosse un'azienda in dissesto economico, vuol dire tagliare ogni speranza di ripresa dalla crisi per il nostro paese, nonchè tagliare ogni aspettativa di futuro a noi studenti». Da qui la richiesta: «chiediamo una scuola di qualità, ma di qualità vera, che ci permetta di essere al passo con i nostri coetanei europei e con un mondo del lavoro sempre più precario e globalizzato. La realtà è che la finta riforma Gelmini va dalla parte sbagliata, e che finchè saremo il fanalino di coda in quanto a spesa per l'istruzione in rapporto al Pil, addirittura dietro a Brasile ed Estonia, c'è poco da festeggiare».
Dai furbetti del quartierino, ai pizzini in tv. Dalle primarie, alla questione morale. A Telebavaglio tutto (o quasi) quello che avreste voluto domandare a Nicola La Torre e nessuno gli ha mai osato chiedere dal sito il fatto quotidiano
Entra in redazione con il sorriso e la battuta pronta: “Sapete, ho la scorta che mi aspetta giù, se ci sono problemi faccio un fischio e vengono a soccorrermi”. Esce, dopo la registrazione, un po' provato: “Mi avete preso a pallonate”. Nicola Latorre comunque c'è stato. Il senatore pugliese del Pd, dalemiano doc, ha accettato la sfida con ilfattoquotidiano.it e la società civile. In redazione parla così di primarie, immunità parlamentare, alleanze e, a sorpresa, apre a Nichi Vendola: “è una risorsa imprescindibile per noi”. Incalzato da Roberta Covelli, 18 anni, attivista di Qui Milano Libera, dice che adesso la priorità è cacciare Berlusconi. Quindi larghe intese con tutti i partiti pur di allontanare il Cavaliere. E sulle primarie: “Sono una delle novità del Pd dalla sua fondazione”. Poi Latorre prende le distanze da Piero Fassino che ha definito squadristi i contestatori di Schifani, ma evita commenti sul presidente del Senato. E sul ddl intercettazioni targato Mastella-centrosinistra che, per quanto riguardava la stampa, era la fotocopia della legge bavaglio, dopo un lungo duello, alla fine ammette: "Per fortuna quel testo non è mai stato approvato"
Tanti anni fa, nel Partito Socialista di Craxi, c’era un ambientino non troppo dissimile da quello dell’attuale Pdl: con un capo assoluto, una pletora di cortigiani genuflessi e una passione per l’affarismo che aveva gradualmente sostituito qualsiasi programma politico – altro che balle sul riformismo.
Dietro Craxi, c’era l’eterno delfino Claudio Martelli, solo una decina d’anni più giovane ma sempre lì in seconda fila ad aspettare un’eredità che non arrivava mai, fino al patetico tentativo di emanciparsi dal capo quando era troppo tardi, e tutto intorno stava già crollando.
Gianfranco Fini doveva avere bene in mente il destino di Martelli, quando un paio d’anni fa ha iniziato a fare il controcanto al Cavaliere, fino allo strappo di fine luglio e al discorso di ieri a Mirabello.
Perché quando ci sono capi assoluti come Craxi o Berlusconi, alla fine della parabola si scopre quasi sempre che l’immensa volumetria delle loro personalità strabordanti ha creato attorno il vuoto di persone, idee, di progetti. Ne consegue un’implosione devastante, che inghiotte chi non ha saputo prenderne le distanze per tempo. E si sa che in Italia l’altro lato della medaglia – nella venerazione infantile di un leader carismatico – sono le piazze Loreto o le monetine del Raphael.
Non so se la scommessa di Fini arriverà all’obiettivo, se riuscirà a costruire un altro partito della destra – ispirato al “law and order”: ma certo i suoi sedici anni anni in meno rispetto al Cavaliere in questi giorni contano molto di più di tutto il resto.
Perché nessuno sa se il berlusconismo finirà fra un anno o fra tre, in modo chiassoso o felpato, pacifico o violento. Ma a un certo punto finirà, e chi non si è preparato -a destra e a sinistra – sarà fuori dai giochi.
A Berlino, il 7 ottobre del 1989, Gorbaciov disse a Honecker che “la vita avrebbe punito i ritardatari”. Un mese dopo crollò il Muro.
martedì, settembre 07, 2010
In questa notte della dismisura
Che vedi quello che succede in questa Italia, la fine di un amministratore locale ammazzato dalla camorra, la mestizia della scuola pubblica che riapre (riapre?), la difficoltà di migliaia di cittadini, il tempo perso e le occasioni mancate e a volte tutto ti sembra così struggente. E ti viene in mente Rilke, per dire, e la «notte della dismisura», in cui siamo sprofondati.
Che ci sono esagerazioni ed eccessi. E tutto sembra così sproporzionato: le cose che abbiamo di fronte, le sfide che ci attendono e, poi, le nostre meschinità, l'infima qualità del dibattito, la difficile soluzione da individuare con i mezzi inadeguati di cui disponiamo.
Abbiamo di fronte Schifani, e qualcuno storce il naso per Di Pietro. Pare sia un irresponsabile, con il quale facciamo alleanze – responsabilmente – da vent’anni. Parliamo di governabilità, e poi imbarchiamo forze politiche che dichiarano ufficialmente che non parteciperanno al governo. Curioso concetto di responsabilità, davvero.
E tutto mentre il mondo e la storia scorrono, come se noi non ci fossimo.
La storia si spalanca davanti a noi e noi ci sottraiamo, chiudendoci in un nostro discorso (più precisamente un monologo) interiore. Proteggendoci dalle cose che non sappiamo, grazie a quelle quattro o cinque che ci sembra di padroneggiare.
La complessità ci fa indugiare o abbandonare a scorciatoie. Ad atteggiamenti superficiali. A continui cambiamenti di rotta, che fanno impazzire tutti quelli che ci seguono. E che ormai ci inseguono. Con il fiatone. E con il nervoso, anche.
Basta, vi prego, parlare di assetti, formule, alleanze, strategie, gherminelle, rimbalzi tecnici, giochi di ruolo. C’è bisogno di dire qualcosa. Di comprensibile. Di coerente. Di giusto. Di necessario.
C’è la crisi economica, anche se ora, per la verità, non c’è nemmeno più, è sparita perché Tremonti vuole andare a votare. E però c’è la crisi. C’è la crisi della politica, c’è la crisi dei salari, c’è la crisi di governo. E nessuno sembra notare che c’è da cogliere l’occasione per un ripensamento in limine mortis, per una presa di coscienza del mondo che c’è là fuori, per una grande riscossa delle energie vitali di un Paese ormai avvilito. Che lo è talmente da sembrare incapace di reagire.
Sproporzioni, lontananze, eccessi, dismisure: eppure tutto sembra così chiaro, ovvio, luminoso. Eppure.
Il poeta prosegue consigliando, al suo interlocutore, di essere «magica forza all'incrocio dei tuoi sensi, senso del loro incontro strano». Ecco cosa ci vuole. È il momento di mettersi in gioco, per cambiare tutto o quasi. Chissà che qualcuno se ne renda conto. Prima che sia troppo tardi.