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Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Violenza di confine
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lunedì 30 ottobre 2017
“Sono stato picchiato a lungo. Mi hanno spogliato nudo, faceva molto freddo”; “Ci colpivano come se stessero giocando a calcio con i nostri corpi”; “Ci hanno colpito ovunque. Tre o quattro sono finiti in ospedale. Uno di loro ha 14 anni”; “So che alcuni sono stati costretti dalla polizia a togliersi i vestiti per poi essere picchiati ancora”; Ci hanno picchiati “come animali” e “siamo stati spinti di faccia in un canale d’acqua”. Non sono bastate queste testimonianze dirette, gli innumerevoli report, le conferenze stampa, le interviste e le certificazioni mediche raccolte e diffuse da numerosi organizzazioni, quali UNHCR, Medici Senza Frontiere, e Human Rights Watch. Le violenze perpetrate dalla polizia ai confini della Serbia con l’Ungheria, la Bulgaria e la Croazia, nei confronti dei migranti e dei richiedenti asilo che cercano di attraversare il confine della “fortezza Europa”, purtroppo, non sono ancora cessate. L’ultima denuncia in ordine di tempo è quella di Medici Senza Frontiere (Msf), che in un nuovo rapporto dal titolo “Giochi di violenza”, presentato lo scorso 4 ottobre, è tornata a denunciare le violenze dalle autorità e dalla polizia di frontiera dell’Unione europea. Il rapporto, che combina dati medici e di salute mentale con le testimonianze di giovani pazienti, riporta un quadro allarmante visto che “Oggi, per i bambini e i ragazzi che provano a lasciare la Serbia, la violenza è una costante e nella maggior parte dei casi arriva per mano dalla polizia di frontiera”, ha dichiarato Andrea Contenta, il responsabile degli affari umanitari di Msf in Serbia. “Da più di un anno i nostri medici e infermieri continuano ad ascoltare la stessa identica storia di giovani picchiati, umiliati e attaccati con i cani nel tentativo disperato di proseguire il loro viaggio verso l'Europa”.



La gran parte dei racconti, ascoltati dalle équipe di Msf negli ultimi due anni, testimonia, infatti, lo stesso schema di percosse, morsi di cani e uso di spray urticanti, in un quadro di violenza sistematica contro i migranti. “Ho visto con i miei occhi la polizia in assetto antisommossa picchiare le persone. Molti erano giovani, adolescenti, e i loro volti erano coperti di sangue. Prima hanno lanciato i lacrimogeni e poi sono entrati nella nostra stanza, hanno picchiato tutti con i bastoni e molti di noi sono stati feriti”, ha raccontato nel report di a Msf un 30’enne dell’Afghanistan. “Sono stato catturato dalla polizia croata quando ero quasi al confine con la Slovenia e per questo sono stato picchiato. Mi hanno spogliato nudo, faceva molto freddo. Mi hanno messo nella parte posteriore della macchina e mi hanno riportato fino in Serbia. I vestiti che indosso ora mi sono stati dati in Serbia”, ha aggiunto un ragazzo di 15 anni proveniente anche lui dall’Afghanistan.
“È vergognoso che alcuni Stati membri dell’Ue stiano intenzionalmente usando la violenza per impedire a bambini e ragazzi di cercare asilo in Europa. In questo modo, l’unico effetto è quello di causare seri danni sia fisici sia psicologici, rendendo questi ragazzi ancora più vulnerabili e spingendoli nelle mani dei trafficanti che l’Ue e gli Stati membri dichiarano di voler combattere”, ha concluso Contenta. A quanto pare nei primi 6 mesi del 2017, il 92% dei bambini e dei ragazzi che si sono recati nelle cliniche per la salute mentale di Msf hanno raccontato di aver subìto violenza fisica, indicano come responsabili le autorità e la polizia di frontiera dell’Ue, precisamente di Bulgaria, Ungheria e Croazia. Circa la metà di questi bambini (48%) ha identificato nelle autorità bulgare i responsabili delle violenze. Inoltre, da gennaio a giugno 2017, le équipe mediche di Msf che lavorano nelle cliniche mobili a Belgrado hanno documentato 62 incidenti di violenza intenzionale della polizia al confine con l’Ungheria e 24 al confine croato. Secondo i dati forniti dall’UNHCR, invece, da maggio scorso sono quasi 300 le persone che hanno visto negato il loro diritto di richiedere asilo in Croazia, una volta attraversato il confine serbo-croato. Per molte di loro le pratiche violente della polizia sono state all'ordine del giorno e solo nel maggio scorso l’UNHCR ha registrato e documentato ben 137 espulsioni collettive apparentemente ingiustificate. Testimonianze simili sono state raccolte durante gli scorsi mesi anche dalle associazioni croate Welcome e Are You Syrious? tramite attivisti sul campo, messaggi, fotografie e materiale video forniti direttamente dalle stesse vittime delle violenze. Le due organizzazioni, che hanno già presentato una denuncia penale al Ministero degli Interni, avevano denunciano anche in maggio attraverso un dettagliato report, l’ondata di violenze dalla polizia croata al confine orientale del Paese. Oltre a numerose testimonianze di "push backs" di migranti che cercavano di entrare in Croazia dalla Serbia, le due associazioni hanno anche ricevuto la segnalazione di violenze avvenute contro un gruppo di minori non accompagnati che hanno tentato di lasciare la Croazia. “Cinque ragazzi che si trovavano in una delle case per bambini e giovani non accompagnati, e che cercavano di fuggire dalla Croazia, sono stati catturati dalla polizia in due occasioni, e durante entrambe sono stati schiaffeggiati e picchiati”.
Per le due ong croate è sempre più urgente: “permettere il monitoraggio dei confini orientali d'Europa da parte di attivisti ed organizzazioni che fino ad ora ci è stato esplicitamente vietato e sanzionato; occorre permettere l’accesso in Europa di tutti i richiedenti asilo che sono stati illegalmente ed illegittimamente espulsi dal territorio, senza veder analizzata la loro richiesta d’asilo e infine serve favorire un’indagine approfondita sui push back illegali con successive sanzioni per i responsabili delle violenze perpetrate”. Anche se, come era facile intuire, le richieste e le denunce delle ong per il momento non sono state soddisfatte, attivisti e volontari hanno dichiarato di voler proseguire con i propri interventi di monitoraggio al confine, così come non smetteranno di chiedere chiarezza al Ministero degli Interni croato e agli uffici di polizia competente di tutte gli stati coinvolti.
di Alessandro Graziadei
font.unimondo.org


Alessandro Graziadei
Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.


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Pesce fresco, frutta e gelati: la legge antispreco ha allargato il menù
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lunedì 30 ottobre 2017
Il 14 settembre 2017 ha compiuto un anno la legge contro gli sprechi alimentari, tecnicamente la numero n. 166/2016 "Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi". La legge è, per l’Italia, la vera eredità di Expo2015: dopo la legge le donazioni della GDO hanno segnato un +20%, ci sono realtà della GDO che hanno completato la copertura, cioè oggi raccolgono le eccedenze in tutti i loro ipermercati. Le donazioni di Coop Italia ad esempio corrispondono a 7 milioni pasti. Ma soprattutto nuovi settori hanno iniziato a recuperare e donare cibo. Ortofrutta, pane, pesce fresco, gelati, cibo cotto, buffet... conservare questi cibi è più complesso ma fanno fare un salto di qualità all'alimentazione delle persone che li ricevono. Maria Chiara Gadda, deputata, classe 1980, varesina, è stata la prima firmataria della legge e oggi racconta di un percorso che sta continuando, in linea con il lavoro che alla legge ha portato.
In che senso il suo lavoro continua, onorevole?



La legge nasce da un lavoro fatto con chi la deve utilizzare, in particolare con tutta la filiera e le associazioni di volontariato, strutturate nazionali ma anche realtà piccole. Sono tre anni di lavoro: uno per scrivere la legge, uno di lavori parlamentari, uno dopo, per spiegare i contenuti affinché possa essere utilizzata, girando l’Italia in lungo e in largo per spiegarne i punti di forza. Quali sono i punti di forza della legge?
Intanto vorrei chiarire la differenza rispetto alla legge francese: in Francia sono partiti dal concetto di “rifiuto”, mentre la nostra legge parte dal concetto di “eccedenza”. Parlare di eccedenza da recuperare è diverso intanto dal punto di vista culturale, poi perché coinvolge tutta la filiera e infine per ragioni organizzative. Noi parliamo di prodotti buoni, sani, sicuri da intercettare per fini di solidarietà sociale prima che diventino rifiuto e spreco. Questo significa strutturare una filiera del recupero che va dal campo al frigorifero di casa, passando la GDO.
Lavorare su tutta la filiera è più strategico ma anche più complesso…
Certo, ci sono elementi di complicazione, perché è diverso recuperare nell’ortofrutta o nella GDO. La cosa bella di questo anno però è proprio il fatto che si siano attivati molti progetti nuovi, soprattutto nei settori più complicati, ad esempio i cibi freschi, i freschissimi o quelli cotti, per cui è necessario mantenere la catena del freddo o del caldo. È una cosa che richiede un salto organizzativo anche per le associazioni di volontariato, perché la catena deve arrivare fino alla casa del consumatore finale. Le associazioni si sono “professionalizzate”, adesso spesso sono loro che vanno a recuperare il cibo, poche settimane fa ero a Venezia per la prima tappa di un tour che vede Federalimentare, Federdistribuzione, Unione Consumatori e Banco Alimentare in giro per l’Italia per spiegare la legge agli operatori, ad esempio ai commercianti dei piccoli punti vendita e ai cittadini. Questo però è un passo in avanti fondamentale: per una famiglia in difficoltà un conto è ricevere un pacco alimentare con i classici pasta, riso, legumi e scatolame, un altro è poter mettere in tavola frutta e verdura fresche, carne, pesce fresco. È questa la novità che si sta costruendo. L’altro elemento in crescita sono i market solidali - ormai sono un centinaio in Italia, praticamente ogni settimana mi invitano all’inaugurazione di un nuovo market solidale – e i ristoranti solidali: è un passo in più nel rispetto della dignità della persona, perché sappiamo che spesso oggi i nuovi poveri hanno difficoltà a palesare il bisogno e ad accedere ai servizi tradizionali. Avere un Terzo Settore strutturato che faccia da interfaccia con le persone in povertà è importante perché la legge non riguarda meramente la distribuzione di alimenti ma afferma che si risponde a un bisogno sociale, in questo caso quello alimentare, attraverso una relazione. Il fatto che ci sia un’associazione che con i suoi volontari entra nelle case, incontra le famiglie o che al market solidale accompagna a fare una spesa alimentare equilibrata, ad esempio spiegandoti che non puoi comprare solo patatine, è la vera misura di contrato alla povertà.
Dal punto di vista dei numeri, che risultati può citare la legge in questo anno?
L’Italia conosce da tempo la donazione, ma c’era bisogno di dargli slancio e soprattutto di avere una legge che desse un quadro omogeneo alle norme, mettendo insieme tutte le questioni legate alla donazione, da quelle igienico-sanitarie a quelle responsabilità civile, per chiarire quando si ferma quella di chi dona e inizia quella di chi riceve la donazione. La confusione non aiuta, perché nel dubbio non dono: se invece so esattamente qual è la mia responsabilità, cosa posso donare e cosa no, la donazione diventa più plausibile. Oggi donare è più conveniente che buttare. La GDO è la realtà più abituata a misurare e in questo anno, dopo la legge, loro hanno registrato un +20% nelle donazioni di prodotti. I grandi numeri per il momento sono qui, ma credo davvero che possiamo aspettarci molto dai nuovi progetti che si stanno avviando là dove il recupero delle eccedenze è più complesso e quindi si faceva meno: all'Ortomercato di Verona e Napoli ci sono progetti per il recupero di prodotti ortofrutticoli, l’emporio solidale di Lecce ha recuperato addirittura gelati, stanno partendo esperienze nel banqueting, per matrimoni, buffet, banchetti, dove i prodotti sono molto difficili da recuperare perché sono già stati a temperatura ambiente per diverse ore ma al contempo sono di altissima qualità, Banco Alimentare ha fatto un accordo con i medici delle Asl, per controllare la filiera. In Italia abbiamo avuto poi il primo caso al mondo di donazione da parte di una nave da crociera, la Diadema di Costa crociere: finora il cibo recuperato nel porto di Savona è destinato a una casa famiglia di Varazze, ma ho appena saputo che il progetto verrà portato anche nel porto di Civitavecchia e in quello di Barcellona. Un altro caso da citare è l’accordo tra il distretto di pesca di Mazara del Vallo e Banco Alimentare per recuperare il pescato sequestrato, che finora andava distrutto: dopo una prima sperimentazione ora c'è un accordo con tutti i distretti della pesca della Sicilia, per favorire azioni di recupero e distribuzione delle eccedenze lungo tutta la filiera del pescato. Oppure il pane, uno dei prodotti alimentari che si butta di più, in alcune regioni si poteva donare e in altre no: nella legge si dice che pane e prodotti finiti possono essere donati entro 24 ore dalla produzione, non più nel giorno della produzione, perché ad esempio un grande supermercato che chiude alle 22, magari ha sfornato il pane alle 19 ma non è detto nel paese ci sia un’associazione strutturata per ritirare il pane alle 22… Questo ha permesso in molte realtà di superare gli ostacoli esistenti alla donazione del pane. Le ricerche dei vari Osservatori però ci dicono che lo spreco avviene per la metà nelle case dei consumatori finali. In questo senso la legge ha dato risultati?
La legge agevola la donazione, rendendola più chiara e meno burocratica, ma allo stesso tempo è ovvio che serve lavorare su noi stessi. Io credo che nessuno sprechi cibo perché decide di sprecare, lo facciamo perché non c’è un’educazione o una formazione giusta. Ad esempio, quanti conoscono la differenza tra data di scadenza e termine minimo di conservazione di un prodotto? Quanti sanno che quando c’è scritto “da consumarsi preferibilmente entro” - vale per la pasta, il cioccolato, i biscotti, lo scatolame… - il prodotto dopo quella data non può più essere venduto ma può benissimo essere consumato, non va buttato? A quella data infatti il prodotto perde il suo valore commerciale, ma non altera le sue caratteristiche micorbiologiche, non è dannoso per la salute. La legge di conseguenza stabilisce che possono essere donati anche i prodotti che hanno superato il termine minimo di conservazione, prodotti buoni che prima venivano distrutti, ma è importante che anche il cittadino sia informato su questo. Lo stesso per le informazioni sulle modalità di conservazione dei cibi, perché spesso disponiamo male nel frigo i prodotti. Serve una legge nazionale per dirlo? Evidentemente sì.
La legge prevede la possibilità che i Comuni di ridurre le tasse sui rifiuti alle imprese che decidono di donare alimenti ai bisognosi. È accaduto?
Sì, in diverse decine di comuni. Alcuni molto piccoli ma anche città 80mila abitanti, negozi del piccolo commercio, primo è stato il Comne di San Stino di Livenza, in provincia di Venezia, ma lo hanno fatto ad esempio anche Varese ed Empoli. Diciamo che queste esperienze per il momento sono concentrate nel Nord e Centro Italia. Al Sud però c’è stato un vero boom di donazioni, è vero che si partiva da numeri molto più piccoli, però è il segno che questa legge serviva, ha mosso qualcosa, ha intercettato un bisogno e anche la voglia delle aziende di fare la loro parte. Un altro effetto bello della legge sono le tantissime aziende che hanno iniziato ad associare la donazione alle politiche aziendali e quindi a presentare un bilancio sociale, raccontando le iniziative che hanno un senso per il territorio in modo che il cittadino possa esercitare la sua capacitò di scelta.
Festeggiato il primo compleanno, ora che obiettivi si dà?
Intanto quello di far crescere i semi piantati. Da questa legge sono nate tante cose, pensi ad esempio alle grandi donazioni che capita di ricevere dall’ortofrutta… Quando una piccola associazione del territorio riceve bancali e bancali di fragole, è difficile che sia in grado di distribuirle tutte agli indigenti, perché magari opera su un territorio piccolo. In questo anno sono nati anche bellissimi progetti legati alla trasformazione dei beni alimentari donati, ad esempio l’associazione “Non solo pane” di Varese ha iniziato anche a trasformare in modo industriale i prodotti: una parte va nei pacchi alimentari e con una parte fanno marmellate e conserve, utilizzando le donazioni e i prodotti di un progetto di orto sociale avviato con la legge 166, che è diventata un’opportunità di lavoro per richiedenti asilo e per alcune persone indigenti. Oppure penso alle app nate per mettere in connessione il negoziante con il cittadino… Dal punto di vista legislativo sto lavorando per fare passi in avanti ulteriori, perché la legge si occupa di beni alimentari e farmaceutici, ma le associazioni hanno bisogno anche di prodotti per l’igiene della persona, garze, cerotti, materiale scolastico… mi piacerebbe estendere la legge anche ad altri prodotti e inserire ulteriori agevolazioni fiscali. Sara De Carli
font, Vita.it/unimondo.org


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A Parma in progetto 11 chilometri di verde per fare da filtro all’autostrada
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lunedì 23 ottobre 2017
La svolta verde di Parma viene dall’impresa. Saranno undici i chilometri di «bosco» che nasceranno per coprire il lato sud dell’autostrada A1. Una barriera, tra la striscia di asfalto e la città. Ventiduemila nuovi alberi e arbusti faranno da filtro allo smog prodotto dai circa 80 mila veicoli (20 mila camion e 60 mila auto) che quotidianamente transitano sul tratto autostradale. Il progetto di “riforestazione urbana” è soprannominato Kilometro verde. E prende spunto dal Kilometro rosso, il polo tecnologico di Bergamo che da quasi dodici anni accoglie alcune tra le aziende più innovative dell’Italia.
Al lavoro dal 2016
Il nastro verde è stato ideato nel 2016. E subito è seguita la fase di progettazione, un vero e proprio masterplan da presentare a tutti i possibili partner. Istituzionali, come il Comune e la Provincia, privati e aziende. Il Kilometro verde - proprio scritto con la K - si colloca, infatti, all’interno di una zona altamente antropizzata, “abitato” da un’alta concentrazione di imprese produttive e di grandi multinazionali. Grandi società come Barilla, Chiesi, Sviluppi Immobiliari Parmensi e Fiere di Parma, che si alternano a proprietà private con diverse destinazioni d’uso, agricolo o abitativo. Decine di player che stanno trovando un punto d’accordo: durante il primo incontro, che si è tenuto a giugno scorso, alcuni proprietari si sono dichiarati pronti ad aderire al progetto e investire per realizzarlo nel 2018.
La progettazione
«Un lavoro di pianificazione ambientale - sottolinea Alberto Giuntoli, paesaggista dello Studio Bellesi Giuntoli e professore incaricato dell’università di Firenze che ha realizzato il masterplan - lungo quasi un anno. Ero stato chiamato per “disegnare” la zona dell’azienda prospicente all’autostrada. Da lì è nata l’idea degli 11 chilometri di verde. Troppo spesso si progettano le infrastrutture senza tenere conto del paesaggio questo è un intervento di ricucitura di un territorio rimasto sospeso tra città e campagna. Sfrutteremo le fasce di rispetto, con una ampiezza da poche decine di metri a quasi cento, per creare un bellissimo parco che auspichiamo potrà venir utilizzato anche per una rete ciclopedonale aperta a tutti. Dipendenti delle aziende coinvolte compresi». Sostegno dal basso...
Se le adesioni dovessero essere tutte confermate, già l’anno prossimo i metri lineari piantumati sarebbero circa milleduecento. A seguire, e in alcuni casi dopo il reperimento dei fondi grazie a sponsorizzazioni e raccolta fondi, rispettando i ritmi della natura, verranno coperti tutti gli altri. L’iniziativa, che vuole arginare un problema che ha costi sociali elevati, ha raccolto l’appoggio, tra gli altri, di Franco Maria Ricci (79 anni), il noto editore e intellettuale tornato nel territorio di Parma per realizzare il Labirinto della Masone a Fontanellato (Pr). L’edificio, che ospita anche la collezione privata dell’editore, è una costruzione sostenibile. Sono stati infatti piantati molti bambù che costituiscono la cortina verde a protezione della sua preziosa raccolta.
... e da quello accademico



«Essere sostenibili oggi richiede la capacità di crescere rispettando le risorse del nostro pianeta - spiega uno dei promotori dell’iniziativa Davide Bollati (51 anni), presidente dell’azienda di cosmetica Davines - le persone e il loro benessere, la biodiversità del territorio intorno a noi e la sua bellezza. Ogni nostra azione deve permettere di poter migliorare il proprio stato di salute. Il Kilometro Verde è una iniziativa di sviluppo sostenibile che cerca di dare una risposta concreta a tante questioni ambientali e “buon vivere”». Secondo alcuni studi sostenuti dalla Commissione europea sull’intera Europa l’opera di filtraggio dell’aria degli alberi previene 7 miliardi di euro di costi sanitari . Oltre a migliorare sensibilmente il benessere di chi vive: negli Stati Uniti, per esempio, è stato calcolato che abitare in un isolato con almeno dieci alberi fa sentire di sette anni più giovani e ben più abbienti, come se il proprio reddito annuo fosse superiore di 10 mila dollari.
Simone Fanti da Corriere.it/unimondo.org.


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