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CIVILTANO' - LA 7 NEWS
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Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Allarme obesità nel continente più povero del mondo
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mercoledì 29 agosto 2018




Siamo abituati a pensare all’Africa come al continente più povero del mondo, dilaniato da conflitti, in cui milioni di persone sono malnutrite e muoiono di fame. Il paradosso è che, accanto a questa situazione ancora grave e diffusa, sempre più africani da due decenni a questa parte hanno iniziato a convivere con il problema opposto, ovvero l’obesità, foriero di nuove ma non meno terribili conseguenze. La rapida urbanizzazione, la crescita della popolazione e le economie in espansione nelle fila delle famiglie a reddito medio stanno infatti portando a un maggiore consumo di cibi ipercalorici, in gran parte importati, e ad uno stile di vita più sedentario. A questo si aggiunga come negli ultimi anni, grandi marchi di fast food come Burger King, McDonald's, KFC, Pizza Hut e Subway abbiano fatto acquisti nel continente nella speranza di trarre vantaggio dalla classe media in espansione che ha reddito disponibile e ha ormai sviluppato un certo palato per il cibo trasformato. Fattori che tutti insieme hanno contribuito al diffondersi dell’epidemia di obesità in paesi come l'Egitto, il Ghana, il Sudafrica, la Nigeria e non solo. Secondo l’Oms più del 30 per cento degli adulti africani sono in sovrappeso, con tassi di obesità prossimi al 10 per cento anche in paesi molto poveri come la Sierra Leone e la Liberia. Cifre certo più basse rispetto agli altri continenti, ma ad allarmare è la velocità con cui il fenomeno sta aumentando. In Paesi come Ghana, Togo, Etiopia o il Benin la diffusione di obesi adulti negli ultimi 36 anni è aumentata del 500 per cento. In Burkina Faso si arriva addirittura a un incredibile +1400 per cento.
Nel complesso, l’Africa subsahariana è la regione in cui l'obesità si sta diffondendo più rapidamente al mondo.
Questo a causa di una sorta di “occidentalizzazione della dieta”, che si è andata gradualmente a sostituire a quelle tradizionali africane, basate principalmente su cereali, radici e tuberi, pochi prodotti animali, alimenti con un alto contenuto di fibre e una bassa percentuale di grassi. Il cibo spazzatura e i prodotti da supermercato trasformati sono invece ricchi di grassi, zuccheri e sale e – cosa non meno importante – hanno dei prezzi abbordabili. Il problema è la loro carenza di sostanze nutritive, il che porta alla coesistenza di molteplici forme di malnutrizione all’interno delle stesse comunità e famiglie. Può succedere, ad esempio, che una madre sia obesa ma i suoi figli rachitici. E sono proprio donne e bambini ad essere più a rischio. Secondo i dati del 2017 dell'Unicef, del Gruppo della Banca Mondiale e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, a livello globale ci sono 41 milioni di bambini sotto i 5 anni che sono in sovrappeso o obesi, di cui il 25 per cento vive in Africa. L’obesità nei bambini tra i 7 e gli 11 anni è aumentata dal 4 per cento nel 1990 al 7 per cento nel 2011, e dovrebbe raggiungere l'11 per cento nel 2025. In Sud Africa, ad esempio, il 68 per cento delle donne sono in sovrappeso o obese secondo i dati del South Africa Demographic and Health Survey, mentre diversi studi affermano che il numero di giovani sudafricani che soffrono di obesità sarebbe raddoppiato negli ultimi sei anni(negli Stati Uniti ci sono voluti 13 anni perché ciò accadesse).
Questo non ha necessariamente – o non completamente – a che fare con una maggiore disponibilità di reddito da parte della popolazione. Al contrario, secondo un articolo di Nalisha Adams pubblicato su Ips, i prezzi di frutta e verdura sarebbero aumentati al punto che “le persone più povere hanno dovuto rimuoverli dalle loro liste della spesa”. Ancora: mentre il salario mediano per i neri sudafricani è di 209 dollari al mese, un paniere alimentare mensile completo dal punto di vista nutrizionale ne costa 297.
“La frutta e la verdura stanno diventando oggetti di lusso per molte persone” si legge. Il Sud Africa, però, è anche uno dei pochi Paesi africani in cui si è cominciato a prendere coscienza del problema anche a livello politico: nell’aprile di quest’anno, il governo ha introdotto la cosiddetta “tassa sullo zucchero” che addebita ai produttori 2,1 centesimi per grammo di contenuto di zucchero che supera i 4 grammi per 100 millilitri. L’intento è scoraggiarne, almeno tra i più poveri, il consumo smodato. Certo, anche le multinazionali hanno le loro strategie. In Kenya ad esempio la Coca-Cola ha messo in commercio bottiglie più piccole al costo di circa 15 centesimi (rispetto alla bottiglia standard da 300 millilitri che costa 25 centesimi) proprio per raggiungere le classi economiche più basse. Il New York Times racconta come nel paese sia obesa una persona su 10 e nella baraccopoli di Kibera alcuni dei cibi meno costosi da acquistare sarebbero patatine fritte e pasta fritta, a 20 centesimi ciascuno.
“Le mele, al prezzo di 40 centesimi, sono fuori dal budget della maggior parte delle famiglie”. Non mancano infine i problemi culturali: in molte aree dell’Africa subsahariana la magrezza è associata alla fame e alla malattia – in particolare l’HIV – mentre l’essere grassi è sinonimo di successo e bellezza. Per questo molti esperti richiamano i governi affinché si attivino anche nell’informazione ed educazione delle popolazioni, così come ad attivare provvedimenti, regolamenti e incentivi economici per favorire ad esempio l’agricoltura sostenibile, o indirizzati ai supermercati che evitano frutta e verdura fresche a causa dei bassi margini di profitto.
La questione va infatti affrontata il prima possibile. Secondo la Fao, 3 milioni di persone muoiono ogni anno a causa dell'obesità, e sovrappeso e obesità potrebbero essere la principale causa di morte in Africa entro il 2030. Sono infatti responsabili di varie malattie cosiddette non trasmissibili che causano alti costi economici, sofferenza umana e scarsa qualità della vita: si parla di malattie croniche come malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, ipertensione, malattie coronariche e alcuni tipi di cancro. Inoltre, mettono a dura prova l'assistenza sanitaria e le risorse sociali, ancora non idonei perché per lo più concentrati su AIDS, malaria, tubercolosi e febbri tropicali – storicamente, i grandi assassini dell'Africa. Non è un caso che il numero di persone con diabete nell’Africa Subsahariana sia aumentato molto rapidamente negli ultimi tre decenni. In alcuni paesi la prevalenza della malattia ha raggiunto quasi il 22 per cento nella popolazione adulta e fino al 30 per cento negli uomini e donne di età compresa tra 55 e 65 anni.
di Anna Toro
font.unimondo.org

Anna Toro
Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere.


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Marco, Kim, Devi: noi, figli arrivati da lontano
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lunedì 20 agosto 2018



Marco: a volte può esistere solo una famiglia, quella che ti cresce.
Marco non ha mai pensato agli occhi, alle mani, al sorriso, al corpo della donna che lo ha partorito 26 anni fa in Marocco e poi, dopo pochi mesi, lo ha lasciato in un istituto di Rabat, la capitale del Paese. «Non sono mai stato curioso», racconta. «I miei genitori sono sempre stati quelli che mi hanno voluto, accolto, amato. Ma sono molto grato a quella ragazza che mi ha messo al mondo. Poteva scegliere di non farmi nascere e invece, mentre mi abbandona- va, mi ha dato un’altra vita ancora: una possibilità che mi ha portato a Beatrice ed Ermes, mamma e papà».
Marco Salah Eddine Carretta, i nomi marocchini li hanno scelti le suore dell’istituto, ha impiegato «22 mesi per arrivare a casa, invece che i nove tradizionali», come gli piace sempre sottolineare. Ma ha iniziato a sentirsi veramente figlio quando è arrivata Giulia. «Mia sorella ha quattro anni meno di me», racconta. «È arrivata in un modo più tradizionale, è uscita dalla pancia della mamma», sorride, «e la ringrazio perché è lì che ho sciolto un nodo. I miei genitori potevano avere figli naturalmente, ma volevano proprio me. Sono partiti dalla provincia di Milano e arrivati fino in Marocco per portarmi a casa». Quella di Marco è una bella storia, a lieto fine. Dove l’abbandono lascia il passo a un amore che vive senza troppe domande e non si cruccia di “come sarebbe potuta andare se” ma è felice, invece, di com’è andata. «Se non fosse per il colore della mia pelle, così diverso da quella bianco latte dei miei genitori, non mi sarei mai potuto immaginare come figlio adottivo».
Ma sono anni che si confronta spesso con altri figli adottati, oggi adulti come lui. «Con la mia famiglia frequento ancora Aibi l’ente con cui sono stato adottato. Negli incontri a parlare erano sempre i genitori, gli operatori, così ho pensato “ma perché non far parlare i figli?”. È nato così Aibi giovani che poco alla volta ha creato piccoli gruppi regionali». Un momento per confrontarsi e raccontarsi. Anche se l’adozione è il punto comune, ogni storia è diversa. Come diverse sono le paure da affrontare: «Non ho mai visto l’adozione come “qualcosa che non doveva capitare”. Anzi, ogni giorno mi chiedo perché io sì e la maggior parte dei bambini no. E il senso di colpa non è facile da sopportare, ma parlarne aiuta».
Kim: per qualcuno riconoscersi resta un bisogno primario
Il primo giorno delle scuole medie Kim Soo-Bok Cimiaschi ha chiesto a sua madre: “Mi dai una maschera? Così mi nascondo la faccia”: non voleva far vedere i suoi occhi a mandorla. Anche se è un cittadino italiano ha convissuto, e convive tutt’ora, con la percezione che fuori dalle mura domestiche, gli altri italiani come lui lo scambino per “straniero”. Per questo lui la Corea del Sud non l’avrebbe mai lasciata. Ma quando è arrivato a Brescia nell’agosto del 1976 aveva solo 18 mesi: «Non potevo scegliere per me stesso», racconta. «Non so come sarebbe andata la mia vita se non fossi stato adottato. Ma oggi che ho 43 anni mi sento di dire che nessun bambino dovrebbe mai essere sradicato dal luogo dov’è nato. Se ti abbandonano i genitori, si devono cercare i nonni. Se non ci sono i nonni, gli zii. O i parenti prossimi. E se non c’è nessuno, il Paese d’origine, per me rimane comunque la miglior scelta possibile, e questo a prescindere dal rapporto, che può essere bellissimo, con i genitori adottivi».
Oggi Kim è vice presidente dell’Organizzazione di Adottivi Koreani Italiani. Ha fatto già quindici viaggi in Corea. Il primo nel 2009 quando aveva 34 anni insieme ad altri cento coreani adottati in tutto il mondo. Ha cercato i suoi genitori. «Non li ho trovati», racconta. «Ma mia moglie Laura, anche lei coreana d’origine e adottata in Italia, è riuscita a vedere la sua madre biologica. Io e lei ci siamo conosciuti durante gli incontri dell’organizzazione. Riconosciuti». Kim e sua moglie hanno due figli: «Hyemy e Yuna. In noi c’era una voglia inconscia di rispecchiamento. Vedere la prima persona che viene da te e ti assomiglia è una necessità primaria fortissima soprattutto se non hai mai potuto guardare negli occhi la persona che ti ha messo al mondo, perché è solo lì che puoi trovare il riconoscimento della tua esistenza».
Con la moglie ha fondato l’associazione Prisma Luce: «Ci rivolgiamo alle coppie, alle famiglie in difficoltà, guardiamo con particolare attenzione al panorama del post adozione». Kim si è chiesto spesso se ad essere quello sbagliato, la “mela marcia”, fosse lui. «”Perché mi hanno abbandonato? ”È una domanda che mi attanaglia. Perciò l’adozione è un percorso che dura tutta la vita e anche oltre con i nostri figli. Parlarne , affrontarlo insieme è l’unica soluzione».
Devi: il passato non si può cambiare, ma accettare sì
Devi Vettori è convinta che la mamma l’abbia abbandonata per fare in modo che dalla vita potesse avere qualcosa in più. Di lei ha scoperto che era una ragazza di 24 anni che chiedeva l’elemosina all’ingresso di un tempio del Tamil Nadu, stato federale dell’India. L’ha tenuta con lei 14 mesi. Poi l’ha portata in istituto. «Il mio padre biologico non è pervenuto», racconta. «Sarà andato via prima che io nascessi. Se mai ha saputo che sarebbe nata una figlia. Della mia madre biologica non ricordo niente. Di lei conservo il nome che mi ha dato, Devi. In India è la parte femminile del divino. Un nome che porta fortuna». Adottata a 22 mesi Devi è cresciuta a Firenze. A farle compagnia, dopo due anni, è arrivato un altro bimbo adottato dall’India. «Il mio primo fratellino», spiega. «Ma è morto dopo due anni per una malattia congenita incurabile. Poi dall’India è arrivato un secondo fratello. Era già grande, aveva 8 anni. A 16 si è ucciso. Diceva che somigliava alle persone che ai bordi delle strade lavavano i vetri delle macchine. Si era convinto che “quelli come lui”, così diceva, ai bordi delle strade erano destinati».
Anche Devi, che ha 34 anni, si è sentita per tanto tempo fuori posto. Poi le cose hanno iniziato ad incastrarsi. «Collaboro con il Ciai, l’ente con cui sono stata adottata», spiega. «Con loro abbiamo iniziato a fare un lavoro sui e con figli adottivi adulti. Abbiamo avviato dei laboratori di scrittura sulle nostre storie di adozione, e con me c’è sempre una terapeuta. Anche se siamo stati tutti adottati, le storie e le paure che escono dalle parole sono sempre diverse: dal senso di gratitudine per chi ci ha adottato al peso di lasciarli soli. Dalla rabbia per essere stati abbandonati al senso di colpa di es- sere stati adottati in mezzo a tanti. Incontrarci aiuta tanto».
Quando Devi a 29 anni è rimasta incinta di suo figlio Elia ha provato tanta tenerezza per la ragazza che l’ha partorita. «Ho capito che non si trattava più di attribuire colpe. La vita ci mette davanti delle scelte che vanno oltre quello che noi vorremmo: a volte una mamma vorrebbe tenere il bambino ma non può».
L’adozione è il punto comune: ma non siamo tutti uguali
L’adozione è un punto comune. Ma non rende tutti uguali. Marco la sua madre biologica non la vorrebbe incontrare, non è una sua priorità. «Non riesco a non pensare all’adozione come qualcosa di meraviglioso». Per Kim, che oggi sta studiando il coreano, «l’amore dei nuovi genitori purtroppo può non essere abbastanza». Devi è convinta che si possa trovare spazio per tutto. L’adozione per lei è l’ultima opzione da utilizzare, ma rimane sempre una risorsa. «Mio figlio Elia è pallido, di indiano ha molto poco. Non deve somigliare a me, ma a se stesso. Non c’è bisogno che io mi riveda in lui. Ma mi commuovo quando penso che nel suo dna c’è un’elica che viene dall’India».
da vita.it
font.unimondo.org.

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Ecuador: la cooperazione vincente di Salinas de Guaranda
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lunedì 20 agosto 2018



Un villaggio ridotto a una povertà estrema, tra i più poveri della provincia andina di Bolivar, a sua volta la provincia più povera dell’Ecuador, la cui popolazione - parliamo di fine anni ’60 - viveva ancora in una condizione molto arretrata. Questo era l’identikit del cantone di Salinas de Guaranda e dei centri rurali circostanti, e questo fu il criterio che convinse i volontari dell’Operazione Mato Grosso (OMG) ad iniziare un’opera missionaria a favore delle comunità del cantone.
Richiamati dal Monsignor Candido Rada, primo vescovo istituitosi nella diocesi provinciale di Bolivar, il gruppo di volontari arrivarono a Salinas nel 1971, guidati da Padre Antonio Polo. Trovarono un paesino di capanne con pareti e pavimento di terra, e tetti di paglia, senza acqua potabile né sistema fognario, privo di telefono e luce elettrica, sperduto, nel cuore delle Ande ecuadoriane centrali, a un’altitudine di 3.550 metri. Lo sconcerto dei missionari fu palpabile allo scoprire che alle ultime elezioni comunali aveva votato solo l’8% degli adulti, gli unici ad averne diritto perché in grado di leggere e scrivere.
Il tasso di mortalità infantile, secondo le stime dei volontari OMG, raggiungeva il 40%, spesso per la mancanza del denaro necessario a comprare medicine basilari come sciroppi, sieri d’idratazione o vestiti adeguati per i freddi notturni. I giovani cercavano lavoro nelle regioni costiere o emigravano ancor più lontano, dato che i genitori erano sottoposti a una condizione paragonabile alla schiavitù, offrendo la loro manodopera alle grandi aziende di produzione del sale per soli 20 centesimi di dollaro al giorno.
La chiamavano la schiavitù del sale: quel famoso sale iodato delle saline di Guaranda (da cui il nome del cantone) che tanta fatica aveva rappresentato per uomini e donne che si spaccavano la schiena tutto il giorno nei giacimenti per poi dover “asciugare” e “bruciare” il sale, con la legna che andavano a recuperare dalla bocca della montagna. L’estrazione era orchestrata da un’elite di famiglie potenti, latifondiste, in un sistema para-feudale, dove i Cordovez si autoconsideravano i legittimi proprietari delle mine di sale della zona, sebbene la legge indicasse che tutte le risorse del sottosuolo appartenessero allo Stato. Il quadro drammatico del cantone comprendeva pure svariati casi di violenza, giustizia sommaria e abusi sessuali eseguiti dalle stesse famiglie nobili ai danni degli indigeni.
La prime attività umanitarie si incentrarono sulla costruzione di un sistema di acqua intubata e di una casa comunale per favorire l’aggregazione dei cittadini, i quali videro da subito di buon occhio la presenza dei missionari italiani, e manifestarono la profonda volontà di migliore la loro qualità di vita. La quasi totalità degli abitanti del cantone (25 comunità) erano indigeni Kichwa, e vivevano in una condizione estremamente vulnerabile, oltreché isolata, ad ore di cammino dagli altri centri, collegati da un’unica strada di terra, impossibile da percorrere durante l’epoca delle piogge. La stessa parrocchia urbana di Salinas era cambiata davvero poco dalla sua fondazione nel 1884. Gli abitanti si dimostrarono collaborativi e promossero varie opere solidarie a beneficio della collettività, dove gli abitanti si trovavano a lavorare fianco a fianco i sabati e le domeniche. Giunti a quella fase, l’intuizione di Padre Antonio fu quella di costituire la Cooperativa de Ahorro y Credito (COAC), vero motore di sviluppo egualitario e sostenibile di una comunità, in grado di accogliere il maggior numero di soci, rispetto ad altri tipi di cooperativa, e di lanciare un nuovo tessuto produttivo. Esattamente come nel Trentino di un secolo fa.
Il clima di fiducia fu favorito anche da un evento: nel 1971 lo Stato Ecuadoriano riconobbe la proprietà legale delle miniere di sale alla Cooperativa di Salinas a scapito dei precedenti proprietari. A quel punto pero il boom ottenuto dalla nuova commercializzazione del sale marino aveva fatto crollare le prospettive del settore. Fu cosí che nel 1974 la COAC finanziò lo stabilimento della prima fabbrica casearia, grazie ai risparmi depositati da tutti i soci, oltre a vari altri progetti produttivi resi possibili da crediti solidali, la cui crescita portò alla creazione di un’organizzazione più grande, la FUNORSAL (Fundación de Organizaciones de Salinas) per poter far fronte alle richieste delle nuove attività imprenditoriali del cantone. In pochi anni nacquero 28 cooperative sul suolo cantonale, in buona parte di produzione di latte e derivati, ma non solo. L’idea alla base era imperniata su un modello di sviluppo integrale, che partiva dal settore primario, per esempio l’allevamento di pecore e alpaca da lana, che doveva alimentare il settore secondario, come per esempio una filanda, e a sua volta rifornire il settore terziario, come la vendita di prodotti di abbigliamento e artigianato. In questo modo le aziende erano strettamente collegate e si creavano tanti nuovi posti di lavoro.
La comunità era rappresentata dai soci delle cooperative, tutti con uguali diritti di fronte al gruppo; i soci erano collettivamente proprietari dei fattori produttivi delle piccole aziende, dunque la comunità intera era al contempo dipendente e amministratrice delle nuove aziende che germogliavano e iniziavano ad espandersi. Il successo delle cooperative fu condito da progetti di assistenza tecnica per migliorare la produttività dei campi e delle aziende casearie, educazione finanziaria per gestire meglio i propri risparmi, ed accompagnamento sociale per migliorare il benessere della gente: parte degli utili veniva ridistribuita alla comunità sotto forma di diversi servizi di base, infrastrutture, strade, salute e istruzione.Negli anni Salinas ricevette l’appoggio della Cooperazione Italiana e Svizzera, oltre a varie organizzazioni non governative, come il Fondo Ecuatoriano Populorum Progressio (fondato proprio da Mons. Rada e sapientemente diretto da Bepi Tonello), che permise di convertire il cantone in un esperimento di autogestione unico in tutto il paese.
Oggi Salinas è cresciuta, vantando più di 10 mila abitanti che vivono in case di mattoni, e con loro si sono ampliate le aziende e le associazioni di sostegno, tra le quali spiccano i nomi della Filanda Intercomunale di Salinas, l’Associazione di Sviluppo Sociale di Artigiani del Tessile (donne artigiane), la Fundacion Familia Salesiana Salinas (attività di formazione, salute per giovani e bambini), oltre ovviamente al Salinerito, l’impresa di agroindustria rurale più importante dell’Ecuador, i cui prodotti sono esportati fino in Europa. Cioccolata fondente di alta qualità, frutta e funghi disidratati, insaccati al metodo italiano, e formaggi maturi andini sono solo alcuni dei prodotti che hanno fatto la fortuna del Salinerito, e di tutti i suoi soci, che hanno appena inaugurato un nuovo punto vendita da 1 milione di dollari a Quito. Certo, tutto questo non sarebbe stato possibile senza la costante presenza di missionari, dei tanti volontari che ancora oggi accorrono, e di Padre Antonio, vero timoniere pragamatico e spirituale del cambiamento. Nonostante l’immensa operosità delle persone, non sarebbe stato possibile passare da una produzione giornaliera di 180 litri di latte ai 7.000 attuali, la riqualificazione dei pascoli, la commercializzazione dei prodotti, il miglioramento delle unità educative (ad oggi si contano più di 150 laureati universitari a Salinas), e, soprattutto, la forte attrattività turistica di cui oggi gode tutto il cantone per le sue dovizie naturali e paesaggistiche (a due passi giace il Chimborazo, il vulcano più alto dell’Ecuador, nonché cima terrestre più vicina al Sole).
Ma i rischi si celano sempre dietro l’angolo, in un mondo in rapida evoluzione. Primo tra tutti la tentazione di trasformare le imprese comunitarie in imprese private di alcuni individui, prevalentemente orientate al profitto, e quindi a una nuova stratificazione sociale. Seppur stimolante e utile, il confronto con la concorrenza non deve minacciare i meccanismi di benessere raggiunti. Vi è poi il rischio che si perda in qualità: Salinas, ancora tanti anni fa, fu insignita della certificazione di Buone Pratiche Manifatturiere (BPM). Infine il ricambio generazionale puó provocare il capriccio di mettere in discussione l’autorità morale di Padre Antonio, e con essa tutto lo scheletro organizzativo collettivo che ha reso possibile uno degli esperimenti di economia solidale più fortunati ed eloquenti degli ultimi 50 anni. “Trabajo + Ahorro = Adelanto” citava il motto della COAC di Salinas, e cosí è stato. E difficile che potesse essere altrimenti.
di Marco Grisenti
font.unimondo.org.

Marco Grisenti
Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente.

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