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Sirene, ilmistero svelato su DISCOVERY


STRAORDINARIO


squalo mangia squalo



Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?
SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Alieni in gabbia


DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

Hong Kong: che fine ha fatto il “Movimento degli ombrelli”?
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mercoledì 22 maggio 2019



Vi ricordate il “Movimento degli ombrelli” conosciuto anche come “Occupy Central”? Era il settembre del 2014 quando nella città di Hong Kong una serie di scioperi, manifestazioni e sit-in hanno dato vita ad un movimento nonviolento che chiedeva più democrazia per l’ex colonia britannica amministrata dalla Cina. Il movimento, composto per lo più da studenti, aveva proposto a Pechino di accettare dal 2017 delle elezioni libere, senza il sistema del controllo del suffragio e dei candidati da parte cinese, incassando l’appoggio di insegnanti, intellettuali e attivisti che hanno espresso in maniera pubblica il loro sostegno agli studenti anche in occasione del sit-in che il 1° ottobre di quell’anno (festa nazionale della Cina che celebra in quella data la fondazione della Repubblica) ha fatto conoscere nel mondo il Movimento degli ombrelli. In quella occasione la polizia aveva lanciato lacrimogeni e arrestato alcuni manifestanti dando il via ufficialmente ad Occupy Central attraverso una campagna di disobbedienza civile che per 79 giorni aveva bloccato diversi luoghi simbolo del centro di Hong Kong. La lotta per la democrazia aveva incassato la simpatia dell’opinione pubblica locale (centinaia di cittadini avevano portato cibo e bevande ai manifestanti), mondiale e il sostegno di alcune chiese protestanti e cattoliche, che avevano definito “legittimo portare avanti manifestazioni di dissenso pacifiche". Nonostante l’appoggio trasversale nelle scorse settimane nove leader democratici, responsabili del Movimento degli ombrelli, sono stati giudicati colpevoli di “cospirazione”. Ma cosa chiedevano questi pacifici cospiratori?
L’ex colonia britannica è tornata sotto il governo della Cina continentale nel 1997 a seguito di un accordo firmato nel 1984 fra Pechino e Londra. In quell'occasione la Cina ha dato il suo assenso a governare per altri 50 anni Hong Kong sotto il principio “una nazione, due sistemi” con un alto livello di autonomia, ma con un proprio sistema giuridico a garanzia di diritti civili e umani per “dare il tempo alla popolazione” di abituarsi alle nuove libertà e votare solo a partire dal 2017 in maniera pienamente democratica, visto che sotto il dominio inglese non vi era mai stata una reale rappresentanza popolare. La Basic Law (la Costituzione eredità dei britannici e approvata dalla Cina) prevede, infatti, che “lo scopo finale sia quello di permettere ad Hong Kong di eleggere il capo dell’esecutivo tramite suffragio universale”. Fino a oggi il rappresentante politico dell’ex colonia, che guida l’esecutivo, è stato l'espressione di una Commissione elettorale composta da 1.200 membri, tutti appartenenti alle élite industriali e politiche locali, da sempre molto vicine alle posizioni di Pechino. Alla luce di questi accordi politici e della Costituzione i leader del Movimento degli ombrelli chiedevano alla Cina continentale di votare nel 2017 in maniera democratica per la guida politica dell’ex colonia britannica, una proposta che nel 2014 il Governo di Pechino ha rigettato rimpiazzando la Commissione elettorale con un altro gruppo (delle stesse dimensioni e composto più o meno dalle stesse persone) che ha deciso autonomamente “due o tre candidature per il ruolo di capo dell'esecutivo”.
Per questo motivo gli attivisti democratici hanno risposto bloccando nell’ottobre del 2014 con un enorme sit-in le maggiori vie di comunicazione di Hong Kong fra i quartieri di Admiralty, Central e Wan Chai. Una protesta pacifica e nonviolenta diventato famosa anche per l’alto senso di civismo mostrato dai manifestanti che hanno tenuto puliti gli spazi pubblici e non hanno mai fatto danni alla pubblica proprietà, ma che ha portato ugualmente al verdetto di queste ultime settimane: “i nove organizzatori di Occupy Central sono colpevoli di cospirazione, disordine pubblico e incitamento al disordine pubblico”. I tre principali responsabili delle proteste, definiti dalla stampa “il pericoloso trio di Occupy”, sono il professore di sociologia Chan Kin-man, di 59 anni, il professore di diritto Benny Tai, di 54 anni e il pastore battista Chu Yiu-ming, di 74 anni. Fra gli altri condannati vi sono anche i parlamentari Tanya Chan e Shiu Ka-chun, i due leader studenteschi Tommy Cheung Sau-yin e Eason Chung Yiu-wa, entrambi di 26 anni, il vicepresidente della Lega sociale democratica Raphael Wong Ho-ming e l’ex parlamentare democratico Lee Wing-tat. Tutti adesso rischiano dai sette anni di prigione in su, anche se il verdetto è stato accolto dalle proteste di diversi gruppi di manifestanti che fuori dalla corte di West Kowloon e in città hanno esibito molti ombrelli gialli, ombrelli che sono diventati il simbolo della loro lotta perché i più giovani li hanno usati nel 2014 per difendersi dai gas lacrimogeni e dagli idranti della polizia.
A detta degli attivisti rimasti a piede libero “il processo è stato l’ennesimo segno della poca libertà che la Cina sta lasciando ad Hong Kong, che pure dovrebbe essere retta dal principio una nazione, due sistemi, lasciando al territorio una grande autonomia anche in campo elettorale”. La corte di West Kowloon ha però ignorato questo principio, al pari dell’iniziativa di un gruppo di politici britannici che lo scorso novembre ha preparato una mozione discussa dal parlamento inglese in cui si condanna il governo di Hong Kong che “ancora usa accuse vaghe e ambigue per intimidire e silenziare personalità pro-democratiche”. Se l’attuale capo dell’esecutivo, Carrie Lam, ha risposto dicendo che i politici stranieri non dovrebbero “interferire negli affari interni della città”, a maggior ragione in un movimento più volte giudicato dalle élite locali “in mano a forze straniere ostili”, per uno dei condannati Benny Tai, la battaglia per la democrazia del Movimento degli ombrelli non è ancora finita e ha dichiarato alla stampa: “Qualunque cosa succeda, ho fiducia che molti di noi continueranno a lottare per la democrazia. Noi continueremo con ostinazione e non ci arrenderemo”. E qualcosa si è forse mosso già nel 2016, quando alle elezioni del Consiglio legislativo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong diversi membri di Occupy Central sono stati eletti. Una speranza per il futuro del movimento pro-democratico e per i 9 attivisti appena arrestati.
di Alessandro Graziadei
font.unimondo.org

Alessandro Graziadei
Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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l diritto di tutela del nostro tempo
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mercoledì 22 maggio 2019

Oggi alla Rousseau Open Academy abbiamo parlato di identità digitale e di diritti digitali È vero che noi dobbiamo immaginare un futuro digitale, un futuro in cui in cui la componente tecnologica si approprierà della nostra esistenza. Però questo sarebbe, secondo me, un fallimento complessivo dell’evoluzione del progresso umano. Credo che servano degli anticorpi, degli agenti. Immaginiamoli come dei limitatori di velocità del progresso che possono poi concretizzarsi nella quotidianità in tante cose come per esempio in liberi pensatori, evangelisti di un nuovo modo di pensare alla tutela della nostra umanità. La politica deve essere lo strumento attraverso il quale interveniamo sui cambiamenti che ci stanno investendo. Questo compito non è assolutamente facile.
Leggevo recentemente che molti di noi arrivano a toccare la superficie del proprio smartphone 14.000 volte al giorno: sembra un numero spropositato, ma se lo dividete per le ore che abbiamo a disposizione in una giornata e per le volte che una app richiede il nostro “tocco”, questo numero non sembra più tanto grande. Per mandare un messaggio, è normale sfiorare il vetro dello smartphone anche più di 2-300 volte.
Ma quante volte tocchiamo le corde delle nostre emozioni? Pochissime perché non abbiamo tempo. E qua torniamo al diritto per cui io sono qui oggi: il diritto alla tutela del nostro tempo, o aggiungerei, del nostro tempo emotivo, il tempo che dedichiamo alle nostre emozioni. Questo credo che sia lo scopo. Una piccola precisazione: distinguo sempre tra obiettivo scopo. L’obbiettivo è qualcosa che realizzi nel breve periodo lo scopo, invece, è qualcosa di più alto, nobile, fondante, come nel nostro caso. Nella mappa della cittadinanza digitale che stiamo disegnando deve trovare spazio il diritto alla nostra umanità o al nostro tempo emotivo.
Ci sono tantissimi esempi. Io stesso sono un esempio. Per 15 anni sono stato un colletto bianco, lavoravo in banca, ma nel 2014 me ne sono andato. Ho dedicato 4 anni della mia vita a studiare i nuovi fenomeni che non passano sui radar dei circuiti mediatici. Iniziative nate dal basso, da persone che si disinteressano della politica e delle leggi e che vivono ai margini della società, ma è proprio lì che c’è un’umanità in continua evoluzione.
La digitalizzazione della società ci consente a tutti di parlare, di andare in overbooking di parole ma non ascoltiamo più nessuno. Ma noi abbiamo due orecchie e una bocca. Dobbiamo parlare dopo aver ascoltato. Molto spesso noi oggi parliamo più di ascoltare o di sentire gli altri. Dobbiamo tutelare questa nostra componente. Sarà un’impresa impossibile, chi ha visto Matrix sa di cosa sto parlando, ma li esempi che ci fanno ben sperare sono molti: ecovillaggi, comunità, centri di formazione, parchi di energie rinnovabili. Ci sono tantissime iniziative popolari in cui la gente si ferma, medita, ascolta, immagina e costruisce un futuro diverso. Stanno meglio? Stanno peggio? Non lo so. Vediamo quanto sorridono, alla fine della giornata! O vediamo, alla fine della loro vita, quante persone si ricordano di loro, quante persone si ricordano affettivamente di loro.
Ciò non toglie che quello stiamo facendo oggi alla Rousseau Open Academy è fondamentale. Il progresso non si ferma, il progresso però, andrebbe integrato con il progresso emotivo e una maggiore dedizione al nostro tempo, tempo di pensiero, tempo di affetti tempo di azione.
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di Andrea Strozzi, capo del personale del MoVimento 5 Stelle al Senato
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Libia: il bianco e il nero
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domenica 12 maggio 2019



L’ultima mossa, in ordine di tempo, e di stampo diplomatico, é stata di Fayez Al-Serraj, con il suo breve viaggio in Italia, Germania e Francia nei giorni scorsi. Gli incontri con Giuseppe Conte, Angela Merkel e Emmanuel Macron, agli occhi del Presidente del Consiglio presidenziale del governo di unione nazionale, basato a Tripoli, avrebbero dovuto dissipare, o per lo meno rendere meno evidenti, le nuove alleanze che si stanno profilando dopo l’intervento militare dell’uomo forte di Tobruk, Khalifa Haftar, che né Italia, né Germania, né Francia hanno condannato con forza.
Fayez Al-Serraj è rientrato in Libia, dal suo “pellegrinaggio” europeo, con generiche dichiarazioni di solidarietà, ma con intatto il dubbio di avere interlocutori europei sempre meno affidabili, per lui. Come nel gioco degli scacchi in Libia Fayez Al-Serraj, l’architetto, capo di un governo che si definisce, eufemisticamente, di unità nazionale, e Khalifa Haftar, il generale che vuole farsi presidente, sono stati designati (o auto nominati) ad essere il “bianco” ed il “nero”, cercando di darsi reciproco scacco matto, con i loro manipoli di alfieri, cavalli e pedoni, lasciando però a re, che si muovono su una scacchiera più ampia e lontana, il compito di orientarne le mosse. Ad oggi la situazione è di stallo, con scaramucce, combattimenti più pesanti e attacchi reciproci che non dipanano una matassa complessa ma provocano dolore e disagi ad una popolazione (circa 6,5 milioni di persone), spesso dimenticata, che, come in tutti i conflitti, subisce senza avere voce in capitolo.
Diversi sono le origini e i percorsi dei due contendenti, Fayez Al-Serraji e Khalifa Haftar. Il primo è un architetto e uomo d’affari nato a Tripoli 59 anni fa, entrato in politica solo dopo la rivolta del 2011 che portò alla caduta di Muammar Gheddafi e sospinto al vertice del Paese il 17 dicembre 2015 con un accordo, sotto l'egida dell'ONU, tra le più importanti tribù libiche di Tobruk (Cirenaica) e Tripoli (Tripolitania), con l'obiettivo, rapidamente fallito, di porre fine alla guerra civile che continuava anche dopo la fine del regime gheddafiano. E’ considerato un abile negoziatore e disposto ad ogni compromesso. Il secondo, nato in Cirenaica 75 anni fa, fu a fianco di Gheddafi durante il golpe che rovesciò re Idris nel 1969, poi imprigionato dal Colonnello nel 1987 (per tre anni) dopo la fallimentare campagna in Ciad, meditando vendetta per oltre vent'anni, vissuti in Virginia (USA), poco distante dal quartier generale della CIA; tornato in Libia nel 2011 nel maggio del 2014 ha lanciato da Bengasi l'Operazione Dignità contro le milizie islamiste. E’ ritenuto un abile stratega, con un concetto di lealtà molto labile.
Ambedue hanno i loro padrini e protettori, che talvolta giocano da una parte e poi dall’altra o, contemporaneamente, in entrambe, per ragioni di opportunità politica e/o economica, o semplicemente egemonica. Dalla parte di Fayez Al-Serraji: Qatar, Turchia, UE ( con distinguo). Dalla parte di Khalifa Haftar: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia. Altalenanti : USA (ora con Haftar), Italia (prima con Fayez Al-Serraji, ora in fase neutra), Francia (ora con Haftar). Nel bel mezzo l’ONU che, come sopra scritto, ha riconosciuto il Governo di Fayez Al-Serraji e che spinge per soluzioni non militari, avendo inviato rappresentanti speciali diplomatici, Bernardino Léon (2014) e Ghassan Salamé (2017), promuovendo, o sostenendo, vari incontri fra i contendenti, fin dal dicembre 2015, con l’accordo di Skhirat (Marocco), nel tentativo inutile, per ora, di ricomporre le divisioni. L’ultima conferenza a Palermo, lo scorso 13 novembre, voluta dal governo italiano per controbattere quella di Parigi organizzata dal presidente Macron, del 25 luglio 2018 , alla quale l’Italia non era stata invitata. In entrambi i casi strette di mano, televisive, fra Fayez Al-Serraji e Khalifa Haftar, poi il ritorno a casa, “nemici come prima”. I fattori in gioco, interni ed esterni, sono molteplici.
Sul fronte esterno, tanto per citarne alcuni, la Francia di Macron ha l’interesse a sostenere un nuovo corso in Libia per destabilizzare lo storico predominio italiano sul petrolio libico, l’America di Trump invia all’Italia segnali di forte irritazione per aver firmato accordi con la Cina riguardanti la nuova “ Via della seta”, e l’Egitto ha l’interesse di spedire messaggi, più o meno subliminali, all’Algeria per scoraggiare cambiamenti radicali voluti dalla società civile a danno delle forze militari. Sul fronte interno ci sono fattori strutturali come gli interessi delle tribù e delle milizie a loro legate, fra i quali la gestione degli oltre 200 mila migranti presenti sul territorio libico, senza contare l’arrivo massiccio ora in gruppi, ora in ordine sparso, di terroristi legati all’Isis, in cerca di nuovi territori dopo le disfatte in Irak e Siria.
Utile a far comprendere l’ambiente, teatro di scontri, interessi e intrighi nazionali e internazionali, può essere un breve resoconto di un mio viaggio in Libia, nella tarda primavera del 1996, in pieno embargo ONU. Un primo pomeriggio passato nella camera di un albergo a Tripoli con l’unica compagnia, si fa per dire, di un vecchio televisore in bianco e nero, di provenienza sovietica. Un solo canale, musiche e canti patriottici, immagini del Leader della Gran Giamahiria (Repubblica) Araba Libica Popolare Socialista, Muammar Gheddafi, in ogni posa, in ogni dove, in ogni momento della giornata. Gheddafi non ebbe mai un ruolo istituzionale e diede vita a una Repubblica senza Stato, quindi senza una Costituzione, creando un Comitato dei leaders tribali, per garantire il loro coinvolgimento nei processi decisionali, e un Comitato d’onore per punizioni collettive nel caso un membro della tribu’ avesse tradito il regime. Improvvisamente uno speaker annunciò un evento importante: Gheddafi avrebbe parlato ai capi delle centoquaranta tribù riunite sul suo suolo natio di Sirte, e, come ogni sei mesi, nominato un Presidente della Repubblica, in rotazione fra le tribù stesse, come sempre. Furono due ore di pura “commedia dell’arte” in cui il Capo comico, Gheddafi, interpretò magistralmente il suo ruolo di affabulatore, reprimendo, accusando e blandendo una platea asservita al proprio ruolo di comparsa.
Le tre aree geografiche che formano la Libia, Tripolitania, Cirenaica e il deserto del Fezzan, sono entità autonome nelle quali si intersecano le 140 tribù, delle quali una trentina quelle con più peso politico. Ognuna di queste ha alla sua testa un leader, che non avendo mai vissuto in una democrazia come noi occidentali la concepiamo, si chiude nella propria autonomia ed autorità, che sono state, e saranno, prioritarie rispetto ad un concetto di unità nazionale. Non ho sicuramente nostalgia di quel regime sanguinario, ma certo é che l'Occidente non ha mai voluto o saputo capire i meccanismi che regolano gli equilibri nel mondo arabo, in generale; e della Libia, in particolare. Il “bianco” ed il ”nero” in Libia hanno molte sfumature cromatiche.
di Ferruccio Bellicini
font.unimondo.org

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MOTIVAZIOI ASSOLUZIONE BERLUSCONI PROCESSO RUBY


LA NUOVA FRONTIERA IL BARATTO..........................................



L'associazione senza scopo di lucro IlBharat si pone l’obiettivo di promuovere il libero scambio di attività, aiuto e lavoro. E’ il mezzo con il quale la nuova umanità riprende il controllo sull'economia spostando il valore dalla moneta al lavoro inteso come scambio di servizi tra persone, la creazione di un territorio franco dove tutti possono dare e avere gestendo al meglio le proprie capacità ed energie. La nuova Onlus “ILBHARAT”, costituitasi a Lugano lo scorso 11/9/2019, e la band “STATOBRADO” organizzano la prima conferenza di presentazione della neonata Onlus a Porretta Terme (BO) presso l’HOTEL SANTOLI sabato 9 e domenica 10 novembre. Saranno gli stessi fondatori a presentare il progetto e le attività a partire dal Presidente Luigi Baratiri, noto già per essere stato un ex collaboratore del SISMI (Servizi Informazioni e Sicurezza Militare), per il suo canale su Youtube "La nemesi della hybris" e per aver raccontato la sua storia personale nel libro “L’intelligence degli Dèi” (Nexus Edizioni), presentato in anteprima assoluta proprio nella cittadina termale emiliana lo scorso maggio. Lo stesso Baratiri collabora con la band “STATOBRADO” nel singolo/videoclip “Sei Magie”(2019) e insieme organizzano questa due giorni di approfondimento scientifico e culturale dove la prima giornata è dedicata alla conferenza di presentazione della Onlus, del portale di riferimento, di alcuni prototipi unici dedicati alla free energy, per la prima volta in Italia. L’evento sarà gratuito con posti limitati quindi è importante la prenotazione esclusivamente al numero di telefono dell’Hotel Santoli 0534 23206 oppure via email Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo Sarà possibile anche prenotare la cena del sabato presso il ristorante dell’hotel “Il Bassotto” fino ad esaurimento posti, tenendo di riferimento gli stessi contatti dell’Hotel Santo



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Nico Allegretti, presidente di OneBarter, racconta come il baratto, nella sua nuova forma tecnologicamente assistita, possa contribuire ad abbattere la necessità delle imprese di finanziarsi con linee di credito bancarie, e possa rilanciare gli scambi e l'economia. Un settore, quello del Barter (cioè "comprare pagando vendendo", come lo definisce Allegretti), che negli Stati Uniti si porta già dietro il 5% del Pil.






CYB BARTER e' un progetto per realizzare la piattaforma dove si scambiano, si vendono e si comprano, i prodotti. Tutto quello che le famiglie non possono comperare ( prodotti alimentari esclusi ). Lo possono comprare ugualmente , senza euro. Il progetto pubblicato come libro, e' il frutto di studio in 22 anni, 13 stati vissuti. Capire come scambiano in Indonesia non e' peccato. E' un progetto che ha rifiutato il finanziamento europeo e rifiuta anche di essere finanziato come studio. Il progetto e' della gente, non delle banche. Pubblicato il 02 di Novembre 2017 in lingua italiana, e' un chiaro rifiuto all'euro e alla speculazione. L'abbiamo capito tutti: si vive molto meglio senza corruzione e senza speculazione. Nella notte di Natale a Madrid ho scritto la poesia che lo rappresenta. Essa viene dalla mia emozione di volerlo mettere in pratica. In questi video trovate la stessa poesia con musiche diverse. Ora cerco le voci; o meglio: gli urli. Voglio che la gente urli una frase della poesia. Voglio che il progetto pubblicato sia presentato in questo modo.



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