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CIVILTANO' - LA 7 NEWS
dal mondo
Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Blue Whale, tra bufale e pericoli reali
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lunedì 05 giugno 2017



Dopo il servizio delle Iene non si fa che parlare della Blue Whale Challenge, il tragico gioco della Balena blu che sembra essere costato la vita a diversi ragazzi nel mondo. Esistono due diverse filosofie di pensiero: una che ritiene si tratti in gran parte di allarmismo, attivato da una serie di “fake-news”, e una seconda che ritiene si tratti di un vero e proprio pericolo, come abbiamo già detto in un precedente articolo. Forse la verità sta nel mezzo. Perché, anche se la questione è stata gonfiata, questo continuo parlarne non fa altro che aumentare il rischio di emulazione da parte dei ragazzi e che l’argomento Blue Whale venga utilizzato per atti di cyber-bullismo o per ottenere foto intime.
La Blue Whale pone molte questioni: quella sul dialogo che abbiamo con i ragazzi (possibile che in una prova che dura 50 giorni e prevede tra il resto incidersi superficialmente le vene o le labbra nessuno si accorga che c’è qualcosa che non va?); del vero fine che vuole raggiungere chi ha ideato questa sfida (e se l’obiettivo fosse quello di raccogliere materiale da rivendere nel “deep web”, quel sottobosco del mercato nero di Internet, a cui si accede solo con sistemi in grado di rendere anonime le nostre connessioni?).
La Blue Whale è però forse anche l’emblema di una vita “reale” e “online” che non possiamo più trattare come dimensioni distinte. E così ci pone una questione altrettanto importante: come accompagnamo ì ragazzi nell’ambiente digitale, che spesso risulta per noi adulti una dimensione avvolta dal mistero e per loro una dimensione vissuta in solitudine. Sì, perché i social network (in cui la sfida è nata e si diffonde) sono un ambiente da cui i nostri ragazzi entrano ed escono continuamente, senza la consapevolezza di farlo. Dove incontrano persone che non conosciamo e che non conoscono. Dove vivono esperienze estemporanee che contribuiscono ad abbassare le difese della capacità di riflessione critica. Dove poi si imbattono in serie tv dai contenuti di cui non sono capaci a gestire la complessità, come ad esempio, per rimanere in tema, la serie di Netflix “13 Reason Why”, dove l’argomento principale è la correlazione bullismo-suicidio. La Blue Whale diventa molto più pericolosa tanto quanto non ci immischiamo, lasciando che i ragazzi vivano in una dimensione parallela (che parallela non è), senza poter contare sul giusto accompagnamento e sostegno. Nella vita “reale”, non tempestiamo forse i nostri ragazzi con mille domande su chi vedono al pomeriggio, che cosa fanno con i loro amici, quali adulti sono con loro? Nell’ambiente digitale, che è ormai parte totalmente integrante della nostra vita, è bene porci le stesse preoccupazioni. Abbiamo il dovere di non lasciare che la dimensione digitale diventi una zona franca dove tutto può succedere e che venga vissuta al di fuori del nostro controllo. Può essere una fatica, quella di capirne le dinamiche, ma va fatta. Perché passata la Blue Whale verrà fuori qualcos’altro, e saremo punto da capo. Meglio attrezzarsi per tempo. E anche fossimo davanti ad un caso un po’ ingigantito, ecco alcuni suggerimenti per non lasciarsi travolgere dalla questione Blue Whale
Blue Whale Challenge: i consigli per gli educatori
Aumentare il dialogo. In casi del genere, il dialogo è fondamentale per capire se i ragazzi sono coscienti della pericolosità della Blue Whale e per riportare la questione in una dimensione razionale attraverso delle domande che aiutino a smontare le loro preoccupazioni (“il curatore dice che succederà qualcosa di brutto alla tua famiglia in caso di interruzione? E come fa a sapere chi sono i tuoi famigliari?”)
Fare rete: è importante conoscere la questione Blue Whale e attivare intorno ai ragazzi un’alleanza a più voci: genitori, insegnanti, educatori … nessuno di chi ha a che fare con loro può sentirsi non interessato dalla questione
Ricordare le buone pratiche per abitare l’ambiente digitale: non accettare la richiesta di amicizia da persone che non si conoscono, non condividere i propri dati sensibili (dove abiti, che scuola fai, chi sono i tuoi genitori, etc)
Monitorare i ragazzi. Se si nota qualche movimento sospetto o qualche ferita strana sul corpo, è consigliabile affrontare immediatamente la questione. Ferite corporali e sveglia durante la notte sono le tipiche prove della Blue Whale Challenge.
Segnalare i casi sospetti. Aiutare i ragazzi a vivere in un clima di solidarietà tra loro. E nel caso venissero a conoscenza di altri ragazzi che potrebbero essere impegnati nella sfida, contattare i genitori. Se non si conoscono, segnalare il fatto alla Polizia.
Blue Whale Challenge: i consigli per i ragazzi
Gli adulti sono degli alleati: se vi siete lasciati convincere ad affrontare qualche prova del Blue Whale Challenge non siete obbligati a continuare.
Parlatene con i vostri genitori o con un adulto fidato e nel caso sporgete denuncia alla Polizia.
Può esserci chi se ne approfitta: se ricevi messaggi da sconosciuti, ignorali.
Antenne dritte: se pensi che qualche tuo amico stia facendo la Blue Whale Challenge, parlane con i sui genitori o con un adulto.
Vivi con consapevolezza sul Web: non accettare richieste di amicizie da persone che non conosci, non condividere le tue informazioni personali sui tuoi profili.
Denuncia i curatori. Se ti contatta qualche curatore, denuncialo alla Polizia. Lo stesso vale se qualche persona ti ha aggiunto su qualche gruppo strano.



di Daniela Baudino
font. Cittanuova.it/unimondo.org


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Una buona cultura per avere acqua più pura
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Scritto da Administrator   
venerdì 26 maggio 2017



Tempo fa ho avuto occasione di vedere “The River”, un “profondo poema visuale” che, credetemi, il sottotitolo definisce senza alcuna esagerazione. Riprese spettacolari che sorvolano l’ecosistema terra, seguendone le arterie fluviali e immergendosi nei bacini d’acqua così preziosi per la sua salute e per la biodiversità. Se potete, ritagliatevi un quarto d’ora di tempo e guardatelo a questo link, lascerà alla vostra giornata una ricchezza in più. Perché, oltre alla poesia che dice bene quanto valga la pena rispettare il Pianeta e i suoi delicati equilibri, ci fa anche riflettere su quanto sia fondamentale proteggere risorse preziose come l’acqua: in un mondo in cui la popolazione è in continuo aumento, il pianeta si sta surriscaldando a velocità allarmante e l’acqua potabile diventa sempre più scarsa o contaminata, le strade che si aprono sono molteplici. Dalle grandi aziende che commercializzano prodotti di purificazione della risorsa idrica – efficaci, certo, ma spesso decisamente poco sostenibili e pesanti per l’ambiente – alle alternative naturali che aiutano a filtrare l’acqua rimuovendone batteri, sedimenti e organismi protozoici, come spesso accade siamo posti davanti a scelte che ci chiamano in campo come diretti o indiretti corresponsabili di “come va il mondo”. E anche, perché no, di “come vogliamo che il mondo vada”.
Proviamo allora a dedicare uno sguardo un po’ più attento ad alcune soluzioni “leggere” che, mentre gravano meno sull’ambiente, rappresentano contemporaneamente possibilità a km zero e significativamente meno costose per chi si trova ad abitare aree del mondo in cui le risorse idriche sono più scarse o meno accessibili. Unimondo vi aveva già qualche tempo fa illustrato i benefici della Moringa Oleifera, ma non è l’unica soluzione possibile.
Un alleato interessante per purificare l’acqua è quella sorta di gel appiccicoso che si trova all’interno delle foglie di cactus, una mucillagine nota da anni per le sue proprietà, ma recentemente rivalutata per la capacità di rimuovere dall’acqua batteri e arsenico. Questa sostanza, testata con successo durante il terremoto di Haiti del 2010, se fatta bollire assieme all’acqua provoca la produzione di una sorta di pellicola galleggiante facilmente rimovibile che rende potabile l’acqua sottostante. Se consideriamo che l’arsenico è responsabile per l’inquinamento delle falde acquifere in oltre 70 Paesi, è comprensibile che molti scienziati si arrovellino a trovare una soluzione (chimica) a questo problema tanto diffuso. Un approccio più naturale si concentra però sull’utilizzo della relazione simbiotica tra alcuni tipi di alghe e di batteri che permette di filtrare l’arsenico dall’acqua, rendendola potabile e trasformandolo in una forma meno tossica e meno solubile, quindi più facilmente rimovibile. Senza dimenticare poi che l’anidride carbonica prodotta dalla trasformazione dei batteri produce sostanze nutritive per le alghe stesse, innescando un circolo virtuoso.
Ma non è certo l’unica possibilità. Pensiamo per esempio ad alcune varietà di rami di pino: i ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology) da anni stanno ormai lavorando su ricerche che individuano i tessuti di xilema del pino bianco, vettori della linfa vitale, come in grado di purificare acqua contaminata con Escherichia coli, eliminandola per il 99%. E se molti sistemi commerciali per la purificazione dell’acqua utilizzano filtri a carboni attivi, un altro alleato interessante, meno considerato ma molto prezioso in determinati contesti proprio perché facilmente reperibile e decisamente più economico, è il coriandolo, le cui foglie hanno la straordinaria capacità di rimuovere inquinanti anche pesanti, come ad esempio le particelle di piombo.
Ma non di sole piante si tratta: Unicef, assieme al Water Sanitation program, ha ricevuto negli anni più di un riconoscimento per aver promosso e favorito la diffusione, in particolare in Asia, di sistemi di filtraggio in ceramica, che hanno contribuito alla riduzione del 50% delle malattie diarroiche. La natura porosa della ceramica infatti impedisce alla quasi totalità dei batteri di raggiungere l’acqua e la forza di gravità è l’unica necessaria perché il sistema funzioni, garantendo un semplice e accessibile metodo di purificazione.
Se vogliamo però spingerci ancora più in là tra le soluzioni low cost, è d’obbligo citare anche la OHorizons, una coalizione non profit che riunisce innovatori di ambito tecnico, sociale e commerciale con l’obiettivo di affrontare sfide globali che limitano le capacità delle comunità di sopravvivere. Proprio per favorire invece l’empowerment delle comunità, questa rete ha recentemente messo a punto un sistema di depurazione open source che si chiama BioSand, e che garantisce l’accesso ad acqua pulita per un 1/10 del costo richiesto dai metodi tradizionali. Il tutto si basa sull’utilizzo di uno stampo di legno di facile costruzione artigianale seguendo le istruzioni di un manuale disponibile gratuitamente online. Le regole di base sono: low tech, low cost, semplicità, reperibilità dei materiali a livello locale, flessibilità ai diversi standard. Non si richiedono competenze specifiche per costruire questi sistemi di depurazione e non serve elettricità per mantenerne il funzionamento – salvo quella per scaricare i manuali online. Grazie alla collaborazione con associazioni di vari Paesi (Kenya, Mali, Ecuador e Bangladesh, dove per esempio la Ledars ha supportato la distribuzione del filtro nel Paese), sono state scaricate oltre mezzo milione di copie del manuale, garantendo l’accesso ad acqua potabile fin nelle case delle persone.
Sulla scia di questo successo, la coalizione si è data un obiettivo ambizioso: raggiungere per il 2021 oltre 1 milione di persone solo in Bangladesh. Quello che ovviamente ci auguriamo è che questo traguardo venga presto tagliato, perché non si tratta di una sfida da vincere, ma di garantire un futuro a famiglie e comunità che potranno usufruire su scala sempre maggiore di risorse alla loro portata economica e tecnologica, senza dipendere da grandi multinazionali e da investimenti che non sono sostenibili, ma potenziando invece la salute e la coesione sociale delle rispettive realtà.
di Anna Molinari
font.unimondo.org

Anna Molinari
Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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Pedalare è un buon affare!
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mercoledì 24 maggio 2017



Nel famoso saggio “Elogio della bicicletta” Ivan Illich, il celebre filosofo austriaco, ci ricordava come “La bicicletta sia uno strumento che crea soltanto domande che è in grado di soddisfare. Ogni incremento di velocità dei veicoli a motore determina nuove esigenze di spazio e di tempo: l’uso della bicicletta ha invece in sé i propri limiti. Essa permette alla gente di creare un nuovo rapporto tra il proprio spazio e il proprio tempo, tra il proprio territorio e le pulsazioni del proprio essere”. Un approccio alla mobilità che oltre a modificare in meglio il rapporto con lo spazio, il tempo e l’ambiente ha anche inevitabili ricadute economiche. Sì perché anche se le città italiane “bike friendly” sono ancora una minoranza, gli spostamenti in bici generano oggi un fatturato di 6,2 miliardi l’anno, un dato economico particolarmente interessante. È quanto emerge dall’A Bi Ci il 1° Rapporto sull’economia della bici in Italia realizzato da Legambiente in collaborazione con VeloLove e GRAB+ e presentato a Roma nel corso del Bike Summit 2017 lo scorso 5 maggio. Uno studio che dando un valore anche economico alla ciclabilità in Italia e alle numerose buone pratiche che hanno reso “bike friendly” alcuni centri urbani del Belpaese, ha evidenziato le strategie da mettere in campo per far crescere la sicurezza delle due ruote in città e sviluppare le grandi opportunità generate dalla bicicletta.
Ma quali e quante sono le città che hanno fatto della mobilità in biciletta un traguardo? Legambiente la chiama “la buona dozzina” e dal suo rapporto emerge che il 15% della popolazione di Cremona, Rimini, Pisa, Padova, Novara e Forlì utilizza quotidianamente la bici per i propri spostamenti. Ravenna, Reggio Emilia, Treviso e Ferrara hanno percentuali di abitanti che preferiscono il manubrio al volante che oscillano tra il 22% e il 27%. Infine a Pesaro e Bolzano circa un abitante su tre pedala per raggiungere il luogo di lavoro o di studio e ben il 28% della domanda urbana di mobilità è soddisfatto dalla bicicletta. Per Legambiente in queste due città il successo non è figlio solo di infrastrutture di qualità per le bici, ma di una riorganizzazione complessiva dello spazio urbano: “sono state ampliate le aree pedonali, sottratti spazi alla sosta delle auto, messi in sicurezza gli incroci, istituite zone a velocità moderata. In altre parole siamo davanti ad un approccio innovativo allo spazio urbano e alla sostanziale redistribuzione dei pesi tra le diverse componenti del trasporto che determina alti livelli di ciclabilità”. Per l’ong questa è il risultato di una pianificazione della mobilità che mette al centro le esigenze di spostamento della persona e non più del veicolo e determina una maggiore efficienza dell’intero sistema locale del trasporto, una migliore qualità del contesto urbano e un minore inquinamento.
La maggioranza delle città italiane non ha però seguito la strada imboccata da questa virtuosa “buona dozzina”. Se è vero, infatti, che tra il 2008 e il 2015 sono stati realizzati 1.346 nuovi chilometri di percorsi ciclabili urbani nelle città capoluogo di provincia e l’insieme delle ciclabili urbane è salito dai 2.823,8 km del 2008 ai 4.169,9 km del 2015, con un incremento delle infrastrutture riservate a chi pedala addirittura del 50%, nello stesso periodo la percentuale di italiani che utilizzano la bici per gli spostamenti è rimasta immutata: il 3,6%. Come mai? Per gli autori dello studio la spiegazione dell’asimmetria di questi dati risiede nella qualità delle infrastrutture. “Sono moltissimi i casi in cui le piste ciclabili urbane sono realizzate con standard costruttivi illogici e incoerenti, con sedi inadeguate e spesso concorrenziali con la pedonalità (sui marciapiedi), senza un’analisi preventiva dei flussi di utenti che potrebbero intercettare e conseguentemente senza una verifica, a posteriori, dell’efficacia dell’intervento in termini di aumento della ciclabilità e della diminuzione delle altre modalità di trasporto”. Di fatto ha spiegato Legambiente “sono state inaugurate tante nuove ciclabili, ma evidentemente sono state realizzate male, senza criterio, senza quella dovuta attenzione che dovrebbe far sì che ogni nuovo percorso per le due ruote sia capace di far crescere il numero di frequent biker”.
Lo studio ha per questo sottolineato la necessità di realizzare percorsi ciclabili di qualità, con una forte coerenza fisica e visiva e capaci di mettere in primo piano il tema sicurezza stradale che oggi in Italia è a livelli emergenziali: ogni anno vengono uccise almeno 250 persone in bici e il caso di Michele Scarponi morto il 22 aprile scorso o le condizioni gravissime in cui versa in queste ore Nicky Hayden ce lo hanno drammaticamente ricordato. “I tracciati per le bici - ha ricordato Alberto Fiorillo, responsabile aree urbane Legambiente - devono per questo essere fatti con criterio collegando forti attrattori di mobilità come università, quartieri ad alta densità abitativa, stazioni ferroviarie e della metropolitane, il fondo stradale delle piste deve essere privo di difetti e irregolarità con caratteristiche tecniche che lo rendano scorrevole, gradevole e percorribile in sicurezza tutto l’anno”. Inoltre “Nel disegnare nuovi itinerari si deve dare priorità a quelli che favoriscono l’intermodalità con i servizi di trasporto su ferro e altri mezzi del trasporto pubblico che consentono di salire a bordo con la bici” ha aggiunto Fiorillo.
Il risultato, come abbiamo anticipato, paga anche sotto il profilo economico. Secondo la presidente di Legambiente, Rossella Muroni, infatti, “l’insieme degli spostamenti a pedali genera un fatturato di 6.206.587.766 euro. Questo patrimonio, somma della produzione di bici e accessori, delle ciclovacanze e dell’insieme delle esternalità positive generate dai biker come risparmio di carburante, i benefit sanitari e la riduzione di emissioni nocive, appare ancora più rilevante soprattutto in considerazione del carattere adolescenziale della ciclabilità in molte parti d’Italia, sia per gli aspetti relativi alla mobilità, sia per quello che riguarda il turismo su due ruote” ha concluso la Muroni. Oggi ciclisti, pedoni, trasporto pubblico e PIL crescono dove si rovesciano le gerarchie, dove cioè andare in auto diventa l’opzione meno concorrenziale e dove c’è garanzia di sicurezza per la cosiddetta utenza vulnerabile: pedoni e ciclisti. È questo il principio, anche economico, che ha spinto Legambiente e le altre realtà che hanno lavorato a questo rapporto a ricordarci che pedalare è sempre un buon affare!
di Alessandro Graziadei
font.unimondo.org

Alessandro Graziadei
Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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