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CIVILTANO' - LA 7 NEWS
dal mondo
Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Acqua da bere… dal mare!
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giovedì 09 febbraio 2017
Fare una nuotata in mare e bere qualche sorso di acqua salata. Quante volte ci capita e quante volte ci dà fastidio? Oserei dire quasi sempre, quando si decide di tuffarsi tra le onde. A quanto pare però, nel futuro che ci aspetta, bere - e utilizzare a scopi alimentari - l’acqua del mare sarà possibile e, anzi, sarà una strada da percorrere per ottenere acqua potabile per tutti in maniera sostenibile. Ma vediamo di che si tratta.



Come ci ricordano gli amici di Treedom, la preoccupazione per la disponibilità di risorse idriche sta subendo una escalation a livello internazionale. L’agenda globale delle Nazioni Unite che propone gli Obiettivi Sostenibili del Millennio (MSG, scadenza 2030) all’acqua ne dedica 2 su 17, e altri tra i traguardi prefissati per “trasformare il nostro mondo” sono sicuramente riconducibili alla necessità di tutelare l’ambiente, compreso quello acquatico.
A confermare le giustificate attenzioni al tema ci pensa la recente (dicembre 2016) campagna #savinglives diffusa da Oxfam sull’emergenza acqua. Le persone che nel mondo vivono senza accesso all’acqua potabile sono quasi 750 milioni, e a questo si aggiunge un altro dato allarmante: 2 miliardi e mezzo non hanno alcuna garanzia di servizi igienico-sanitari, spesso per colpa della guerra o per cause naturali. Inutile dire che disuguaglianze di tale portata minano alle fondamenta i delicati equilibri geopolitici, mettendo in pericolo la stabilità precaria raggiunta a fatica in alcune aree del mondo. Per non parlare degli squilibri già emersi, che quotidianamente ci costringono a fare i conti con disparità di cui anche noi, spesso e inconsapevolmente, rimaniamo complici silenziosi.
Alcune tra le innovative soluzioni che si profilano all’orizzonte, anche nel campo della cooperazione internazionale, hanno in comune una tecnica: la desalinizzazione dell’acqua di mare per renderla potabile. Un ambito di ricerca e sviluppo che potrebbe avere rilevanti ricadute sulla scarsità d’acqua potabile e sulle difficoltà di accesso ai pozzi. In testa ai Paesi che si stanno muovendo in questa direzione la Cina, che è tra primi 12 Paesi con problemi idrici al mondo. Di qualche giorno fa la notizia che siano stati drasticamente ridotti in Cina anche gli spazi destinati ai campi da golf, proprio per la scarsità di terreni coltivabili disponibili e per il grande dispendio di acqua che la loro cura richiede.
Una soluzione che sembra interessante ma che è ancora in fase sperimentale è quella proposta dalla Sundrop Farms, azienda anglo-australiana che sta cimentandosi con le nuove tecnologie all’insegna di coltivazioni sostenibili in zona aride. Come? Attraverso un sistema di dissalazione dell’acqua di mare che utilizza l’energia solare, convogliata attraverso migliaia di pannelli verso una torre-centrale che permette di alimentare le serre dove viene coltivato il cibo. Una pratica che mette assieme tecniche di coltivazione senza pesticidi e orti idroponici simili a quelli che stanno diventando sempre più in voga sui tetti dei palazzi (e non solo) delle grandi metropoli. A queste tecniche non sono nuovi gli Stati Uniti che, grazie a molteplici studi progettuali in seno al MIT (Massachusetts Institute of Technology), da tempo lavorano sull’estrazione del sale dall’acqua di mare, non solo per il suolo statunitense ma anche per problematiche che interessano altri Paesi (p.es. l’India) e che si inseriscono in quel filone di sperimentazioni che interessano anche Paesi più vicini a noi (p.es. Israele, che con il più grande progetto al mondo soddisfa il 40% del fabbisogno idrico desalinizzando acqua del Mediterraneo).
Certo, l’obiettivo è unico e imprescindibile per poter realmente pensare di avviare questo nostro mondo verso un cambiamento sostenibile ed equo: acqua potabile e per tutti. Ciò non deve farci comunque dimenticare che anche noi, nelle nostre azioni quotidiane, possiamo contribuire a un utilizzo più rispettoso e calcolato di una risorsa così importante come l’acqua. Dal comprare indumenti che non siano washed all’essere parsimoniosi nell’utilizzo casalingo, all’essere accorti nel consumo per la propria igiene personale, ogni giorno possiamo mettere in pratica tanti piccoli gesti che, in maniera minima ma necessaria e importante, contribuiscono a rispettare non solo il presente del nostro Pianeta, ma a costruirne anche il futuro.

di Anna Molinari
font.unimondo.org

Anna Molinari
Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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Buone tecniche per la sostenibilità globale
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Scritto da Administrator   
lunedì 06 febbraio 2017



“Non solo i paesi in via di sviluppo, ma anche quelli altamente industrializzati devono cominciare a ragionare in termini di tecnologie più in armonia con gli uomini e con l’ambiente e meno legate alle risorse non rinnovabili” (Ernest F. Schumacher).
Buone pratiche, tecnologie “intermedie”, tecnologie appropriate, tecnologie ibridate, saperi locali sono ingredienti che da almeno due decenni popolano le ricette per un altro sviluppo possibile o sostenibile. Quelli della sostenibilità sembrano linguaggi dai suoni antichi; questioni note; progetti già sperimentati a tutte le latitudini. La sostenibilità, però, al centro delle discussioni alla conferenza dell’UNCED di Rio de Janeiro nel 1992, è ancora una questione critica oggi forse più di ieri. A più di vent’anni da quella conferenza, le Nazioni Unite ripropongono lo sviluppo sostenibile come obiettivo da qui al 2030.
Quindi, ci vogliamo riprovare, nella speranza che sia un lavorare alla luce dei successi, ma soprattutto degli errori e degli insuccessi dei venticinque anni precedenti. Ripartire quindi facendo tabula rasa del passato progettando la novità o guardare l’esistente e su quello inventare il cambiamento? La questione è posta ma non risolta. Restaurare una casa vecchia è molto più costoso che raderla al suolo e ricostruirla. Ma qui parliamo di territori e quindi di sistemi sociali e culturali, non si rade al suolo e si ricostruisce meccanicamente per un mero calcolo economico.
I saperi locali, beni comuni dei luoghi che li hanno prodotti, devono crescere in saggezza; ciò che già funziona sul territorio va accompagnato a crescere in ottica progettuale. E infatti, la sostenibilità non basta. È necessario che diventi autosostenibilità, cioè capacità interna ai sistemi di autogovernare i fattori produttivi e riproduttivi dei loro ambienti di vita nonché di costruire le condizioni che permettano la relazione e lo scambio con altri “locali” alla scala globale, nel mondo. Il governo del futuro si fa dunque attraverso le idee e le pratiche che vogliamo buone, per l’ambiente, per le società, per i territori.
Nei territori rurali, ma non solo, agire in modo sostenibile significa da un lato produrre alimenti e altri prodotti agricoli riducendo gli impatti negativi sulla società, sull’economia e sull’ambiente (il suolo non è una risorsa inesauribile che può essere sfruttata come ci pare e piace; la sua fertilità va preservata, come quella dei semi e di tutte le altre risorse, acqua, aria, ecc.), e nello stesso tempo contribuire al miglioramento della qualità della vita di chi produce, di chi trasforma, di chi consuma. Ciò vuol dire, ad esempio, che chi produce deve essere retribuito o guadagnare in maniera equa, essere protetto dal punto di vista sanitario, sociale, ecc.; stesse considerazioni per il consumatore, ma anche per chi trasforma. Chi prepara il cibo quotidiano deve rientrare nella stessa logica di sostenibilità nella quale stanno il produttore e il consumatore. Il sistema è circolare, nessuno escluso. Ad ogni livello quindi le “tecniche” che vengono impiegate sono un tassello importante, anzi determinante, per la gestione della questione.
È dagli anni Ottanta del Novecento che se ne parla in risposta ai danni della meccanizzazione e industrializzazione dell’agricoltura (e della società) appiattita sulla monocoltura, alle evidenze dei “limiti dello sviluppo”, agli effetti di un eccessivo sfruttamento delle risorse ambientali e sociali. La domanda di sostenibilità è globale o dovrebbe esserlo, in quanto è l’intero sistema mondo a dover far fronte ad un bisogno di umanizzazione delle relazioni tra uomo e ambiente, soprattutto in contesti in cui tra l’uno e l’altro si è venuta a creare una distanza incolmabile attraversata solo dalla tecnologia. Accorciare questa distanza che talvolta assume le sembianze di un oblio, è un compito che molti studiosi, attivisti, associazioni ed istituzioni si sono dati per riagganciare l’indissolubile legame tra l’uomo (e la donna) e la terra. Tra le soluzioni resta valida la proposta, anche se oramai datata, di tecniche e di tecnologie in grado da un lato di assicurare una vita dignitosa a tutti e tutte nel rispetto dei bisogni e dei diritti fondamentali, e dall’altro rendere stabile la durabilità delle risorse ambientali del pianeta.
Oltre alla consapevolezza dei danni, c’è anche la fiducia – non la si può occultare – nella straordinaria potenza della creatività umana che in molti campi ha consentito il riscatto da certi condizionamenti e la liberazione da problematiche non diversamente risolvibili, probabilmente. Scritto questo però è bene tener presente che come sosteneva Melvin Krantzberg, “la tecnologia non è né buona, né cattiva, né neutrale”. Anche nell’enciclica Laudato Si (2015), papa Francesco sostiene che, non solo la tecnologia, ma anche “i prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere. Certe scelte che sembrano puramente strumentali, in realtà sono scelte attinenti al tipo di vita sociale che si intende sviluppare”. Quindi è fondamentale scegliere l’orientamento che si vuole dare alla tecnica e alla tecnologia a servizio di “un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale”.
Scelte quali l’agricoltura familiare e di piccola scala finalizzate alla preservazione della biodiversità coltivata e centrate sulla sovranità alimentare, sono portate avanti attraverso meccanismi di gestione sostenibile delle risorse naturali, conservazione e scambio delle sementi, valorizzazione delle conoscenze contadine e processi di filiera corta. Esse si inseriscono in un’ottica di sviluppo rurale sostenibile e partecipato orientato all’efficienza sia economica che sociale. Anche il Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura – noto come “trattato internazionale sui semi” – punta alla promozione di modelli agricoli di piccola scala e agro-ecologici. La partita è giocata alla scala planetaria.
L’obiettivo da raggiungere è quello di ristabilire una connessione tra la terra e le società, in modo che queste stiano bene all’interno della casa comune in un’ottica di reciprocità. Le direzioni sono molteplici. Una ce la ricorda Yacouba Sawadogo, un contadino del Burkina Faso, diventato famoso a livello internazionale grazie al documentario “L’uomo che fermava il deserto” (2010) il quale attraverso tecniche agricole tradizionali e complesse quali gli zaï, cioè buche scavate nella terra durante la stagione secca, successivamente riempite di letame e foglie, in attesa della stagione delle piogge, utili per produrre degli ambienti fertili nei quali piantare e coltivare cereali e alberi, i cordoni in pietra e le micro dighe è riuscito a contenere gli effetti nefasti del cambiamento climatico. Egli ci riporta alla storia di Elzéard Bouffier, l’uomo che piantava alberi, di Jean Giono, una storia che stimola il nostro desiderio di sapere se si tratti di fantasia o di realtà.
L’altra direzione è quella delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per l’agricoltura, ICT4Agriculture, un insieme di innovazioni tecnologiche per facilitare l’accesso a dati ed informazioni e la comunicazione tra gli attori del settore primario. Probabilmente non c’è una direzione più sostenibile dell’altra, dipende dal luogo e dal tempo. A volte le direzione possono incrociarsi. In ogni caso, “quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole”.
di Sara Bin
font.unimondo.org

Sara Bin
(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana (2005); docente a contratto di geografia culturale e didattica della geografia presso l’Università degli Studi di Padova (dal 2010); ricercatrice presso Fondazione Fontana onlus dove coordina il portale Atlante on-line (dal 2008). Recentemente (2014) è stata inclusa nel gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca vi sono i progetti di sviluppo idraulico nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare, la cooperazione internazionale, la didattica della geografia e l’educazione alla cittadinanza globale. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali e Niger.


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I Rothschild: 8 volte più ricchi degli 8 più ricchi
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Scritto da Administrator   
mercoledì 01 febbraio 2017
Per un giorno, i media hanno parlato della ricerca di “Oxfam International” da cui risulta che la ricchezza degli 8 principali miliardari supera quella della metà povera della popolazione mondiale, 3,6 miliardi.
Gli otto sono:
Bill Gates con 75$ miliardi
Amancio Ortega – $ 67 mdi
Warren Buffett – 60,8 $ mdi
Carlos Slim Helu – 50 $ mdi
Jeff Bezos – 45,2 $ mdi
Mark Zuckerberg – 44,6 $ mdi
Larry Ellison – 43,6 $ mdi
§Michael Bloomberg – 40 $ mdi
Addizionate insieme le loro ricchezze valgono 426,2 miliardi di dollari.



Questa disparità estrema, ha concluso Oxfam, “invoca un cambiamento fondamentale nel modo in cui gestiamo le nostre economie, perché funzionino per tutti, non solo per alcuni”.
Nel novero dei primi otto non appare il nome Rothschild. Per varie ragioni: qui non abbiamo a che fare con persone fisiche, ma con una dinastia, i cui membri presiedono a fiduciarie private a capitale fisso – niente società per azioni (scalabili), ma solo aziende familiari, accuratamente sottratte ai mercati finanziari goym, e partecipazioni incrociate. Insomma è ancora la struttura instaurata dal capostipite del 18mo secolo, Mayer Amschel Rothschild. Basato in Germania, l’avo sparse i suoi cinque figli nelle diverse capitali europee, ciascuno muniti di capitale e conoscenze per aprirvi una banca d’affari: Parigi e Francoforte, Londra, Vienna e Napoli (era allora uno degli stati dalle finanze più prospere). E’ stata dunque la prima multinazionale del credito, che profittò delle guerre europee scatenate dalla Rivoluzione giacobina e da Napoleone. Prestando agli stati che la guerra indebitava (tipicamente, all’impero austro-ungarico, a quello britannico), da cui accettava titoli e buoni del Tesoro, e cogliendo tutte le buone occasioni per prendere il controllo finanziario delle più diverse industrie, a corto di liquidità.
Il figlio che ebbe maggior successo fu quello che si stabilì a Londra Nathan Meyer Rothschild: sposò Hanna Barent Cohen da cui ebbe 7 figli e una cospicua dote finanziaria; nel 1811, durante le guerre napoleoniche, finanziò di fatto lo sforzo bellico britannico quasi da solo – senza trascurare di finanziare in segreto anche il Bonaparte. Il 18 luglio 1815 fu un corriere della Rothschild & Sons che informò il governo britannico che a Waterloo le cose si mettevano male per Napoleone; il governo non ci credette, e allora Nathan stette al gioco: si mise a svendere titoli del debito inglese, come se sapesse che presto sarebbero stati carta straccia. Gli altri ricchi inglesi, nel panico, lo imitarono; la Borsa collassò. Mani forti anonime (agenti dei Rothschild) avevano già fatto incetta di titoli a prezzi da liquidazione fallimentare; quando arrivò la notizia che a Waterloo Napoleone aveva perso, Nathan era il padrone della London Stock Exchange. Ancora nel 2015 il Regno Unito sta restituendo a rate i capitali presi a prestito dai Rothschild.
Oggi, le ricchezze della dinastia restano inimmaginabili; essa riesce in gran parte a dissimularle con il metodo delle ditte non quotate, dove non si pubblicano bilanci, dove lavorano e sono impiegati direttamente i membri della famiglia, matrimoni fra consanguinei, eredi che continuano a collaborare strettamente; da due secoli, non è mai apparso alla luce un litigio fra i parenti, che abbia prodotto un frazionamento di ricchezze, capitali e imprese. Non a caso il motto della famiglia, sotto lo scudo rosso, è (in latino) “Concordia, Integritas, Industria”.
Oltre alle finanziarie N.M. Rothschild & Son di Londra e la Edmond de Rothschild Group in Svizzera, la dinastia ha incalcolabili partecipazioni in istituti di credito, nel settore immobiliare, minerario ed energetico. I vigneti che l’uno o l’altro membro hanno in Francia, in Sudafrica, in California, Sudafrica ed Australia, sono attività da tempo libero. Le partecipazioni che contano, in “investimenti globali”, non sono affatto visibili. E’ dubbio se i Rothschild siano oggi quello che fu la ditta di Nathan, che divenne praticamente il banchiere centrale d’Europa, coprendo debiti pubblici, salvando banche nazionali, finanziando infrastrutture pubbliche durante la rivoluzione industriale.
Sicché non si può valutare se dice il vero il sito Investopedia, che ha provato a fare una valutazione approssimativa e decreta (senza specificare i cespiti e le attività) che la ricchezza che la dinastia controlla oggi ammonta a 2 trilioni di dollari: 2000 miliardi. Se fosse vero, vuol dire che i Rothschild sono otto volte più ricchi degli otto più ricchi miliardari. http://www.investopedia.com/updates/rothschild-family-net-worth-explained/
I milionari annusano il collasso, e scappano (dalla società che hanno creato)
Non certo i Rothschild, ma i “mezzi milionari”, i gestori di hedge funds, i fondatori di startups di successo, i ricchi in milioni (ma non miliardi), stanno comprando bunker di lusso in rifugi anti-atomici riciclati in condomini costosissimi, assoldando squadre di guardie armate, investendo in campi d’aviazione in Nuova Zelanda: almeno secondo un articolo del New Yorker che sta facendo rumore fra quelli che contano. Perché i nuovi ricchi temono una rivolta sociale: “Le tensioni prodotte dall’acuta disparità di reddito stanno diventando così’ forti, che alcuni dei più agiati del mondo stanno prendendo misure per proteggersi”.
Una volta, i “preppers”, quelli che si preparano a lottare e sopravvivere in un collasso sociale totale accumulando proiettili e scatolame in qualche deserto americano, erano la “frangia lunatica” fatta per lo più da reduci di guerra tornati disturbati dall’Irak, o complottasti paranoici; gente senza tanti mezzi comunque. Adesso sono le menti brillanti di Silicon Valley a prepararsi all’Armageddon, sia quello naturale (terremoto della faglia di Sant’Andrea) sia il collasso sociale e politico della società.
Antonio García Martínez, 40 anni, ha ammesso di aver acquistato “due ettari di bosco in un’isola del Nord Pacifico e d’averla attrezzata con generatori, pannelli solari, casse di munizioni”. Il fondatore di PayPal, Peter Thiel, ha non solo comprati terreni in Nuova Zelanda, ma fondato là una ditta che aiuta i suoi pari (pari-reddito) a cercare là ridenti rifugi. Nei fatti, nei primi 10 mesi del 2016, mani straniere hanno acquistato 3500 chilometri quadrati in Nuova Zelanda. Il posto così lontano è oggetto dei loro appetiti, anche perché ritenuto sicuro se scoppia una epidemia globale… Reid Hoffman, creatore di LinkedIn, ha raccontato al giornalista del New Yorker: “Dire che hai comprato una casa in Nuova Zelanda è come un ammicco fra noi. Si fa la stretta di mano massonica e ci si scambiano notizie del tipo: “Sai, conosco un mediatore che vende vecchi silos per missili ICBM, a prova di atomica…”. O si discute su temi come: “Bisogna comprarsi un aereo privato. Bisogna prendersi cura anche della famiglia del pilota. Devono essere sull’aereo”.
E’ istruttivo vedere come abbiano paura della società che loro stessi hanno creato, e ne vogliano fuggire. Come pensano di salvare se stessi per via individuale, accumulando munizioni generatori solari, trincerandosi coi propri pari in condomini fortificato: uno spasimo terminale di individualismo americano e di spirito del West, con i carri in circolo contro gli indiani.
“Se avessimo avuto una più equa distribuzione del reddito, messo più fondi e energia nelle scuole pubbliche, nei parchi e nella sanità pubblica, avremmo tolto molta della rabbia che si sente nella società. Le abbiamo tutte smantellate, queste cose”, ammette Rob Johnson, che ha fondato un Institute for New Economic Thinking (istituto per un nuovo pensiero economico), dove cerca di riproporre le strane idee della società come un sistema di corresponsabilità a questi ricchi spaventati. Ma lamenta la mancanza di “spirito di responsabilità verso il prossimo” e l’apertura alla possibilità, fra i ricchi, di una più decisiva politica fiscale di redistribuzione.
Maurizio Blondet
font.disinformazione.it

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