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CIVILTANO' - LA 7 NEWS
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Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Inferno Siria: le fiamme chimiche targate Assad
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martedì 27 febbraio 2018





Nonostante il raggiungimento di un cessate il fuoco rinviato più volte, l'inferno di guerra in cui la Siria e la sua popolazione vive da quasi sette anni è ancora ben lontano dal raffreddarsi. La Ghouta orientale, ampio sobborgo nei pressi di Damasco che rappresenta ad oggi uno dei pochi lembi di territorio ancora controllati dalle opposizioni armate al regime di Bashar al Assad, è ormai allo stremo: una popolazione di quasi 400mila persone è sotto assedio totale da ormai 4 anni, ennesima vittima della strategia dell' "assedio per fame" - che ha avuto in Aleppo solo il caso più eclatante - , l'area è sotto bombardamenti intensivi, in un'escalation che, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, ha provocato solo nell'ultima settimana più di 500 morti.
L'accordo che ha portato alla tregua è stato raggiunto sabato dal Consiglio di Sicurezza ONU dopo diversi rinvii dovuti alla resistenza della Russia, alleata di Assad che, dallo scoppio della rivolta siriana nel 2011, ha opposto il veto a Risoluzioni di condanna verso il regime per ben 11 volte. Al momento in cui scriviamo giungono notizie di nuovi bombardamenti, e si riaffaccia il macabro sospetto dell'uso di armi chimiche contro la popolazione civile. Un tema che in Siria, purtroppo, è amaramente ricorrente, come testimonia un recentissimo studio dell'SNHR - Syrian Network for Human Rights.
IL REPORT - Duecentoundici: tanti sono stati gli attacchi chimici che il regime di Bashar al Assad ha portato a termine in Siria dal 2012 al febbraio del 2018. Il report dell'SNHR è stato pubblicato il 13 febbraio del 2018; un documento inquietante, che prende le mosse dall'attacco a Saraqeb - città del sobborgo orientale di Idlib, una delle poche aree rimaste in mano alle opposizioni anti-Assad - il 4 febbraio scorso.
Lo studio parte quindi dal recente caso di Saraqeb, e a riguardo si avvale delle testimonianze dirette di alcuni sopravvissuti, di componenti del personale medico che ha curato i feriti, e anche di un addetto alla mappatura dei segnali radar provenienti da aerei di guerra, che ha il compito - nel caso frequente di attacchi aerei - di dare per tempo il preallarme ai civili, in modo che possano cercare di mettersi al riparo dai bombardamenti.
L'episodio di Saraqeb è caduto nella stessa settimana dell'altro attacco chimico da parte del regime, quello effettuato a Douma, nella Ghouta orientale, grande sobborgo alle porte della capitale Damasco che, sotto assedio totale dal 2013, in questi giorni sta vivendo un gravissimo dramma umanitario dovuto all'ulteriore escalation di bombardamenti siro-russi. La doppia offensiva, che ha perciò "coperto" i due principali poli della rimanente opposizione anti-Assad - il versante nordorientale, quello di Saraqeb, e quello più a sud dei sobborghi damasceni della Ghouta - , mette in mostra una volta in più come Assad non abbia alcuna remora ad avvelenare il suo stesso popolo, se questo può essere un mezzo per raggiungere lo scopo di rimanere al potere, qualunque efferatezza questo obiettivo possa comportare.
L'ATTACCO DI SARAQEB - La città, come tutta la provincia di Idlib, è in prevalenza sotto il controllo di Tahrir al-Sham, coalizione di forze di matrice jihadista il cui perno principale è Jabhat Fateh al-Sham - già ramificazione siriana di al Qaeda. La coalizione jihadista ha guadagnato terreno e assunto il controllo effettivo dell'area da luglio del 2017, quando riuscì ad avere la meglio su altri gruppi della frammentata galassia dell'opposizione armata al regime.
A dicembre del 2017, al momento in cui il regime di Assad (col robusto sostegno dell'alleato russo) diede il via all'inasprimento dei bombardamenti per riprendere Idlib e l'area circostante, il numero di civili che abitavano Saraqeb era di circa 60 mila unità; numero drasticamente calato dall'inizio dell'offensiva, e che ancora di più è diminuito i giorni successivi all'attacco in questione, quello appunto del 4 febbraio.
Il 3 febbraio il Ministero della difesa russo diffonde la notizia dell'abbattimento di un suo aereo da guerra Su-25 ad al-Sawamea - sobborghi orientali del governatorato di Idlib - da parte di un missile antiaereo. La risposta russa non si fa attendere: immediatamente infatti l'area viene bombardata, rimangono sul terreno almeno 30 uomini, definiti poi "terroristi" dai media russi. Non sembra essere casuale, da questo episodio in poi, l'aumento dell'intensità dei bombardamenti, che gli operatori di SNHR imputano principalmente alla sete di vendetta russa, in coordinamento con l'aviazione siriana.
Il 4 febbraio, per tutto il giorno, molteplici bombardamenti siro-russi si susseguono e cadono a pioggia su tutto il governatorato di Idlib. Stando alle testimonianze raccolte nel report, gli attacchi sembrano non avere fine, e, seguendo quella che è ormai stata acclarata come vera e propria prassi nella strategia militare adottata dal regime e dal suo alleato russo, non risparmiano obiettivi civili, scientemente presi di mira: l'ospedale Ma'aret al Numan viene gravemente danneggiato e reso inservibile 30 minuti prima dell'attacco di Saraqeb, e anche la struttura medica Kafranbel Surgical Hospital viene colpita, assieme al suo dispensario.
Alle 21e20 arriva l'attacco a Saraqeb, più precisamente nel quartiere di al Sharki. Un dato di fatto, comprovato dalle foto che SNHR ha potuto reperire da alcuni testimoni, è l'uso delle famigerate barrel bomb: veri e propri barili di metallo imbottiti di esplosivo e frammenti di scarto come bulloni e ferraglia varia, che, schizzando ovunque nel momento della detonazione - che solitamente avviene nel momento stesso in cui il barile tocca terra - , aumentano a dismisura la distruzione che quest'arma rudimentale ma terribile è in grado di provocare.
Le barrel bomb scaricate dagli elicotteri siriani il 4 febbraio sono imbottite anche di altro: le testimonianze raccolte nel report di SNHR, infatti, raccontano l'odore pungente e irritante sentito all'arrivo sul posto, le successive difficoltà respiratorie e motorie, e, in alcuni casi, la perdita di coscienza e lo svenimento. Come riferito da alcuni membri della difesa civile accorsi sul posto e poi ricoverati in ospedale con sintomi compatibili con l'intossicazione da gas - con tutta probabilità, stando ai sintomi riscontrati, cloro - , la mancanza di precauzioni per evitare di respirare le esalazioni tossiche non è stata dovuta ad imprudenza, ma al fatto che lo scarso rumore della detonazione li ha indotti a credere che le barrel bomb non fossero scoppiate.
Il bilancio finale sarà di 11 intossicazioni, tutti civili; le testimonianze raccolte da SNHR riportano che l'attacco è stato messo in atto nelle vicinanze di un magazzino agricolo, dato che, messo in relazione ai gravi danneggiamenti delle strutture sanitarie visti pocanzi e alla distanza della città dalla linea del fronte più vicina (circa 40 km di distanza), mette in luce una volta in più come l'obiettivo non era altro che colpire i civili.
I PRECEDENTI: DIVERSA GEOGRAFIA, STESSA FIRMA
In questi anni la popolazione siriana ha subìto più volte sulla sua pelle l'infame pratica degli attacchi chimici. Il documento pubblicato da SNHR ne riporta la terribile contabilità: 211 volte, nell'arco di sei anni, il regime siriano ha scientemente avvelenato la popolazione, incurante delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU e dell'adesione alla Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, avvenuta solo ad ottobre del 2013 e più volte ignorata.
I due attacchi chimici più terribili, in questo senso, sono certamente stati quelli sulla Ghouta orientale e meridionale (regione di Damasco) di agosto 2013 e quello di Khan Sheikhoun (provincia di Idlib) di aprile 2017. Il 21 agosto del 2013 circa 1300 furono le vittime di uno spietato attacco portato avanti nella Ghouta; 350 i litri di gas sarin scaricati sulla popolazione tramite razzi terra-terra, come accertato dal rapporto stilato dalla commissione di esperti ONU incaricati, pochi giorni dopo la carneficina, di individuare le circostanze dell'eccidio. La commissione accertò l'uso del gas sarin, ritrovato in ingenti quantità sia nel terreno che sui cadaveri, senza tuttavia individuare la paternità dell'attacco.
La mattina del 4 aprile 2017 diversi bombardamenti colpirono Khan Sheikhoun, tra cui alcuni con un agente chimico che poi si rivelerà essere, anche stavolta, il gas nervino sarin. Le vittime furono quasi 90, oltre ai feriti gravi e alle pesanti intossicazioni dovute alla potenza di questo gas, molto più deleterio e corrosivo del cloro.
Analizzando a fondo modalità, metodologia e soprattutto i materiali usati, risulta chiaro che il colpevole di entrambe le carneficine è il regime di Assad: nel caso della Ghouta, come ha scritto più volte Eliot Higgins - ricercatore britannico che, dall'inizio della rivolta siriana, si è occupato delle armi usate nel conflitto - molti dei razzi utilizzati (di produzione sovietica, M14 da 140 mm) erano in dotazione solo al regime; in secondo luogo, la varietà e soprattutto l'ampiezza dell'attacco portato a termine in quell'agosto, che vide più di 10 siti attaccati a stretto giro, fa dubitare che "il manico" possa essere stato quello dei ribelli, non certo in grado di coordinare un'offensiva così pesante quasi contemporaneamente; infine, come ha riportato Alberto Savioli, altra prova della colpevolezza di Assad è la presenza di esammina rilevata sul terreno, agente che può essere utilizzato come riduttore acido del sarin, e che era certamente a disposizione del regime.
Anche nel caso di Khan Sheikhoun, sia le modalità che le circostanze non sembrano lasciare spazio a molti dubbi. I ribelli siriani, innanzitutto, non possiedono aviazione, dunque risulta difficile capire come possano aver effettuato bombardamenti con aerei militari; in più, e questo è il dato più importante, la preparazione, lo stoccaggio e la messa in opera di sostanze chimiche sono operazioni delicate e costose, economicamente improbe per un'organizzazione come quella dei ribelli: e anche se fosse, come spiegato in un bel pezzo di Lorenzo Declich che analizza nel dettaglio le modalità dell'attacco e la debolezza delle argomentazioni di discolpa del regime, bombardare un deposito di sarin non provoca automaticamente un esplosione, dato che la miscela esplosiva va preparata poco prima dell'uso.
Recentissimi test effettuati dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche hanno rilevato una sostanziale identità di composizione fra alcuni campioni rilevati dal terreno della Ghouta orientale (agosto 2013) e altri presi da Khan Sheikhoun (2017) e Khan al Assal (2013). Quella che sembra essere un ulteriore prova della brutalità di un regime che, per preservare il proprio potere, non ad avvelenare il proprio popolo.
di Michele Focaroli
font.unimondo.org

Michele Focaroli
Classe 1988, Roma, nato, cresciuto e allevato in mezzo ai giornali, che - insieme al caffè - a casa non sono mancati mai, nemmeno per un giorno. Ho studiato Relazioni Internazionali, unendo così la passione per lo studio a quello per la scrittura, che pratico con continuità da qualche anno. Da tempo mi occupo prevalentemente di Medio Oriente, cercando di far emergere, oltre al quadro geopolitico, il contesto sociale e le istanze delle popolazioni locali. Essenziale, in questo senso, è stato l'anno di Servizio Civile in FOCSIV, che mi ha insegnato a coniugare la professionalità con la passione, e a non perdere mai d'occhio la centralità delle persone. Mi piace approfondire, problematizzare, mettermi alla prova; cerco di ascoltare e di capire prima di parlare e di scrivere. Appena posso mi piace viaggiare, e, più di tutto, amo la musica, che riempie la mia testa e le mie mani ogni giorno: la ascolto, provo a scriverla, poi con la chitarra cerco di darle una forma.


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Droga? Quando la politica lascia il problema ai servizi sociali
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domenica 18 febbraio 2018



Un italiano su tre ha provato la cannabis almeno una volta nel corso della propria vita. Un dato presentato nella Relazione annuale sulle droghe al Parlamento e che restituisce alla sostanza psicoattiva il primato per diffusione sia tra la popolazione adulta sia tra i giovanissimi. Sua la quota più ampia del mercato nazionale delle sostanze illecite, pressoché totalmente suoi i quantitativi di sostanza sequestrati dalle forze dell’ordine (pari al 90% del totale).
Ma sulla cannabis l’atteggiamento degli italiani e lo sguardo della sua politica appaiono diversi rispetto ad altre droghe, specialmente condividendo un certo apprezzamento per il suo uso nella terapia del dolore per pazienti di malattie oncologiche o degenerative quali la sla. È dal 2007 che l’uso in terapia del cannabinoide è ammesso in Italia e dal 2013 il riconoscimento dell’efficacia è stato esteso anche alla pianta di cannabis in forma vegetale e ai suoi estratti e preparati. Pur posizionandosi come fanalino di coda di quanto da anni è già norma nel nord Europa, il Paese potrebbe infatti “a breve” (le virgolette sono d’obbligo con il cambio di legislatura in corso) avere una legge organica sull’uso terapeutico della cannabis dopo l’approvazione di un ddl in materia votato dalla Camera lo scorso ottobre ma intanto quasi tutti gli enti territoriali si sono mossi in maniera autonoma e ben più avanzata, sulla base della propria autonomia dal legislatore in materia sanitaria. È soprattutto la Regione Toscana che può allora vantare l’attivazione di una collaborazione con lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare per la produzione di cannabis terapeutica, unico centro autorizzato. Il cosiddetto “oro verde” è prodotto quindi legalmente anche in Italia, con un crescente aumento tanto dei numeri delle piante quanto dei pazienti che ne fanno ricorso, riducendo l’importazione dall’estero.
A questa più mirata partecipazione istituzionale al controllo di gestione di sostanze stupefacenti, seppur a fini terapeutici e non sull’intero territorio nazionale, fa fronte però una generale sensazione di abbandono della questione delle dipendenze dai dibattiti e dagli obiettivi delle diverse forze politiche, lasciandola ai soli addetti ai lavori dei servizi sociali. Sempre la citata Relazione sulle droghe al Parlamento ha messo in luce che mai quanto oggi le droghe sono diffuse e, nonostante cannabis e cocaina restino le sostanze più diffuse, spaventa un ritorno dell’eroina sul mercato a prezzi stracciati e soprattutto la diffusione tra i più giovani di sostanze sintetiche che si evolvono con una rapidità tale che il sistema di contrasto non riesce a farvi fronte. Accade quindi, citando un recente articolo di Vita, che “oltre il 25% dei ragazzi delle scuole medie superiori dichiara di avere assunto almeno una volta una sostanza illegale e di questi circa il 30% non sa neanche che tipo di droga ha assunto”. Una superficialità correlata alla giovane età ma anche a un più generale disinvestimento su piani di prevenzione e sui processi educativi correlati al consumo di droga che si richiamano a una normativa ormai datata (il DPR 309/90).
È in questo spazio lasciato ormai pressoché vuoto che si trovano molti giovani in carne ossa, veri come Pamela Mastropietro, che purtroppo solo la drammatica cronaca porta talvolta alla pubblica conoscenza. Così come sconosciute sono le storie di chi queste droghe le trasporta o le vende su cui ugualmente da anni vi è uno spesso velo di silenzio. Se è noto che la macrogestione e gli affari restano saldamente nelle mani delle molte mafie che lucrano sui traffici, poco si sa sul fatto che l’Africa occidentale è da un decennio la cinghia di trasmissione del traffico di cocaina prodotta in Colombia, Perù e Bolivia, per circa il 30% della cocaina consumata in Europa: una rotta che vale decine di miliardi di dollari. L’Africa si affaccia inoltre come produttore di cannabis, circa ¼ della produzione mondiale concentrata in Nigeria, Kenya, Sudafrica, Malawi e Tanzania (secondo il rapporto della Commissione dell’Africa Occidentale sulle droghe del 2013), e non manca di risultare un centro di distribuzione di droghe sintetiche, metanfetamine poi vendute principalmente sui mercati europei.
Negli ultimi anni la profonda penetrazione della corruzione, l’alta povertà e disoccupazione, la forte vulnerabilità delle istituzioni hanno aumentato il giro d’affari della droga in Africa a tutto vantaggio delle mafie dei narcotrafficanti che gestiscono tutta la produzione, la distribuzione e la vendita con costi geopolitici devastanti. Proprio nel continente nero cresce il nesso tra commercio di droga e radicalismo di gruppi armati che si autofinanziano imponendo il pagamento di imposte ai trafficanti sulle terre che occupano: un sodalizio che consente ai narcos di trasportare la droga verso i mercati europei e ai gruppi armati di acquistare nuovi strumenti di morte per imporre il proprio potere e pagare la fedeltà dei miliziani. Dunque una collaborazione che converge i bisogni e fa ottenere a entrambe le parti il massimo del beneficio. Qualcuno in queste manovre ci perde ma resta solo un numero all’obitorio o una mano sconosciuta che vende una dose: i prodotti finali di un traffico dal quale dipendono.
di Miriam Rossi
font. unimondo.org

Miriam Rossi
Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.


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Spreco alimentare: dallo scarto alla condivisione
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Scritto da Administrator   
sabato 10 febbraio 2018




Se volessimo “monetizzare” lo spreco alimentare in Italia, potremmo dire che ogni anno viene “gettato via” quasi l’1% della ricchezza del Paese: lo spreco, infatti, “vale” 15,5 miliardi di euro, pari allo 0,94% del PIL. Lo spreco alimentare parte già sul campo: si tratta del cibo che non viene raccolto perché sarebbe troppo costoso, per il produttore, rispetto al ricavo della vendita sul mercato. Restano così incolte frutta e verdura per un valore di circa 946 milioni di euro. Lo spreco passa poi alla produzione industriale (circa 1 miliardo di euro) e nella distribuzione (quasi 1 miliardo e mezzo di euro). Il resto, pari a quasi 12 miliardi di euro, è lo spreco domestico. Sono i dati che emergono dai test “Diari di Famiglia” eseguiti dal Ministero dell’Ambiente con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna e SWG, nell’ambito del progetto Reduce 2017 e della Campagna europea di sensibilizzazione “Spreco Zero” promossa da Last Minute Market. La Campagna nasce nel 2010 in Italia con l’obiettivo di fornire contenuti e spinta alla Risoluzione del Parlamento Europeo del 19 gennaio 2012, unico atto istituzionale europeo sulla questione.
Il Parlamento Europeo denuncia tutte una serie di pratiche commerciali ingiuste che trovano ragione d’essere in una concentrazione produttiva sempre maggiore che finisce per minare alla base la competitività e, in fin dei conti, gli interessi dei consumatori europei, che non beneficiano di costi più bassi e vedono ristretta la scelta di prodotti di qualità. Infatti la relazione del Parlamento Europeo denuncia “il deterioramento in termini di varietà dei prodotti, patrimonio culturale, punti vendita al dettaglio, posti di lavoro e mezzi di sussistenza” e sottolinea “la situazione reddituale degli agricoltori, in continuo peggioramento” tale da indurre “molti di loro ad abbandonare le campagne”. L’ammonimento del Parlamento Europeo è di operare sugli squilibri della filiera alimentare, sostituendo ai rapporti di forza, rapporti di collaborazione: “La politica europea deve consentire alle aziende agricole di piccole e medie dimensioni, comprese quelle a conduzione familiare, di avere un reddito ragionevole, di produrre alimenti in quantità sufficiente e di qualità adeguata a prezzi accessibili”.
Lo spreco alimentare, quindi, trova parte delle sue cause negli squilibri della filiera. Ma noi consumatori cosa possiamo fare nel concreto? Possiamo cambiare i nostri consumi dato che, come ci dicono i dati sopracitati, oltre il 50 per cento di tutto lo spreco alimentare è concentrato nelle nostre case, e partecipare alle tante iniziative promosse da gruppi e associazioni nelle nostre città per recuperare del cibo che andrebbe altrimenti sprecato. Sul piano istituzionale, corre in aiuto la recente legge Gadda del 19 agosto 2016, semplificando le procedure per la donazione del surplus di cibo attraverso incentivi fiscali per chi dona il cibo ad enti caritatevoli, ma anche intervenendo sul tema delle etichette (si pensi alla differenza spesso poco chiara al consumatore tra “scade il” e “consumarsi preferibilmente entro”).
Il tema dello spreco alimentare è all’attenzione di tanti e in questo contesto, un’iniziativa attiva dal basso, promossa dai cittadini in varie città del mondo tra cui, in Italia, a Torino, è “Food not Bombs” dove la lotta allo spreco alimentare va di pari passo con la relazione umana e l’aiuto ai senzatetto della città. Il gruppo di Torino “Food not Bombs” recupera il cibo invenduto in alcuni mercati orto-frutticoli della città, poi si occupa della cucina e della distribuzione dei pasti alle persone senza fissa dimora. Elena, del gruppo di Torino, racconta: «Nel 2016, un amico rientrato da Budapest dove era attivo in un gruppo locale Food not Bombs, mi ha parlato di questa iniziativa e abbiamo deciso di attivarci anche qui per chi, nella mia città, proprio di fianco a me, non ha né cibo né casa. Siamo un gruppo informale dove l’impegno si accompagna alla socialità, all’amicizia, allo stare insieme. Ognuno è libero di decidere quanto e come partecipare: questo è il nostro punto di forza. Le partecipazioni aumentano, abbiamo iniziato in cinque e oggi siamo una cinquantina. Tra di noi c’è chi va a recuperare il cibo al mercato, chi cucina, chi fa la distribuzione dei pasti, chi resta nei locali a pulire e riordinare. Questo approccio libero e informale lo adottiamo anche nei dormitori e sulla strada, nei confronti delle persone che vogliamo aiutare e che coinvolgiamo, se lo desiderano, come membri del gruppo e come amici con cui condividere momenti di convivialità e di festa. Non è sempre facile, queste persone hanno perso tutto e molte di loro anche la speranza. Credo che la povertà sia una cosa che capita. Potrebbe capitare a chiunque di noi, questo però non toglie dignità».
I volontari di Food not Bombs portano pasti caldi nei dormitori e, armati di bicicletta, fanno il giro di alcune zone della città per intercettare chi non ha trovato un posto in dormitorio e passerà la notte sulla strada. Marius, un giovane di 27 anni si è unito a loro da senzatetto ed oggi, grazie al suo coraggio e ad un percorso attivato con i servizi sociali, ha un alloggio ed un percorso d’inserimento lavorativo: «In dormitorio ho conosciuto il gruppo Food Not Bombs, con cui da quasi due anni faccio il volontario. Oltre che una bella esperienza, per me è stata una spinta in più ad andare avanti». Ogni due domeniche al mese, i volontari di Food not Bombs servono 150 pasti, ridando al cibo così recuperato dallo spreco il suo valore di bene comune, di condivisione e convivialità.
di Lia Curcio
font.unimondo.org


Lia Curcio
Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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