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CIVILTANO' - LA 7 NEWS
dal mondo
Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Ecuador: si fermerà il futuro?
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sabato 18 febbraio 2017



Il 19 di febbraio il popolo ecuadoriano andrà alle urne per votare il loro prossimo Presidente della Repubblica e conformare la nuova Assemblea Nazionale. Lo scarno dibattito politico indica una lettura disordinata ed eufemisticamente preoccupante, oltre ad aggravare la crisi economica che colpisce il paese dal 2015.
Una breve premessa.
I 10 anni di Correa
L’Ecuador viene da un decennio di governo travagliato, firmato Rafael Correa, un umanista, cristiano di sinistra e principale fautore del Socialismo del XXI secolo, profondamente ispirato dalle stagioni politiche di Hugo Chavez in Venezuela ed Evo Morales in Bolivia. La “Revolucion Ciudadana”, instaurata dal leader di Guayaquil, trionfa alle elezioni del 2007 e inizia ad inanellare una serie di misure audaci di fronte agli osservatori internazionali. Viene indetta un’Assemblea Costituente per rivoluzionare le regole della carta costituzionale e sciogliere il Parlamento, che al tempo non rappresentava la sua maggioranza. Denuncia le imposizioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale nella definizione del piano economico nazionale. Dopo una tentata rinegoziazione del debito pubblico, nel 2008 dichiara la bancarotta dell’Ecuador, additando come immorale il debito contratto "a causa della corruzione" dai regimi militari precedenti, di fatto poi riacquistando nel 2009 il 91% dei titoli di stato al prezzo stracciato del 30-35%.
Forte degli introiti petroliferi (dettati da prezzi che oltrepassano i 100 dollari al barile), dai quali il paese dipende considerevolmente, nei dieci anni di stabilità politica il paese ha vissuto un innegabile sviluppo economico, sociale e culturale. Ciò ha permesso la costruzione di infrastrutture ambiziose che hanno cambiato il volto dell’Ecuador rurale, l’avvallo di riforme che hanno canalizzato percentuali dei ricavi petroliferi a programmi sociali e una netta riduzione del tasso di povertà a meno del 25%. Il governo si rende autore di opere di nazionalizzazione, un ampliamento del controllo e dell’ingerenza statale nella sfera privata e la creazione di una macchina burocratica senza precedenti, che ha il merito di generare occupazione, sicurezza sociale, reti di ospedali e l’affermazione di una nuova classe media ecuadoriana. Sono, però, altrettanto incontestabili, alcune critiche mosse al presidente sui tanti giri di favoritismi e inefficienze nella gestione “politicizzata” delle agenzie nazionali, assieme alla massiccia speculazione dei giacimenti petroliferi, che ha portato alla recessione attuale e fatto precipitare il suo consenso negli ultimi 2 anni. Dopo 3 mandati presidenziali, la resistenza ad opposizioni agguerrite, tensioni internazionali con gli Stati Uniti e la Colombia, ed essere uscito illeso da un fallito colpo di stato, si chiude il ciclo Correa - peraltro tanto osannato in Italia dal M5S e da Beppe Grillo, il quale si ispirerebbe al modello ecuadoriano per districare il proprio programma elettorale.
Purtroppo, l’attualità del 2017 ci rende spettatori di un’angosciante polverizzazione di candidati alla presidenza, dove tutti vogliono un cambio, si sciacquano la bocca di parole accattivanti e nessuno si prende la calma di spiegare con che soldi le realizzerà.
I candidati presidenti più quotati
Lenin Moreno è il candidato di Alianza Pais, il partito fondato da Correa, e incarna la prosecuzione della sua linea di governo, dopo esserne stato il vice (2007-2013). Seppur meno critico verso le politiche neoliberiste e l’accordo di libero commercio sottoscritto con gli Stati Uniti, Moreno cavalca e rivendica i risultati ottenuti in questi dieci anni, sostenendo che il futuro non si ferma. Basa il suo programma sulla necessità di cambiare la matrice produttiva a favore di uno sviluppo più sostenibile, amico dell’ambiente e di una distribuzione più equa delle risorse. Promuove l’implementazione di un programma di crediti per nuove attività imprenditoriali, un’attenzione particolare in settori quali l’energetico, il tecnologico e la creazione di 350 istituti tecnici superiori che potenzino settori quali l’agricoltura e l’allevamento, oltre ad assicurare un’istruzione di qualità. Restano purtroppo da decifrare alcune cose, come l’effettiva autonomia rispetto al suo predecessore e alle gerarchie di partito, o la fattibilità di certe promesse che richiedono un ricorso smisurato alla spesa pubblica. C’è poi da sottolineare la sua riluttanza al confronto pubblico su certi temi delicati: non ha mai attaccato gli scandali sulla corruzione legati alle concessioni del settore petrolifero e idroelettrico, aree strategiche di produzione nazionale; ha sostanzialmente taciuto sulla violazione della libertà di stampa e dei diritti umani delle popolazioni indigene della foresta amazzonica; non ama essere controbattuto e non ha partecipato al dibattito politico andato in onda il 25 gennaio, forse perché già abbondantemente coccolato da tutti i sondaggi elettorali che lo danno come favorito. Naturalmente, non solo in America Latina, la differenza la fa anche chi li foraggia i sondaggi.
Gode di un ampio consenso pure Guillermo Lasso, dell’alleanza di centro-destra CREO-SUMA. Ex banchiere sconfitto alle elezioni del 2013, conosciuto per essere stato il presidente esecutivo del Banco Guayaquil, secondo istituto finanziario dell’Ecuador, di cui resta uno dei principali azionisti. Le sue pillole puntano a dare maggior impulso al settore privato, attraverso la creazione di un milione di posti di lavoro. Riforme volte alla liberalizzazione dei servizi, l’alleggerimento dell’apparato burocratico e un contenimento della spesa pubblica, già fin troppo abusata. Inoltre afferma di voler derogare 14 tasse, tra cui l’anticipo dell’imposta sul reddito, l’imposta sull’uscita di divisa e sulle plusvalenze: si impegna a eliminare le cosiddette “salvaguardias”, cioè restrizioni temporali sulle importazioni di particolari prodotti, e gli esosi dazi doganali sulle importazioni di forniture e materie prime, rincarati dalla politica protezionistica di Correa. Ciò nonostante la sostenibilità della politica monetaria ecuadoriana potrebbe essere insidiata da queste misure. Infatti, essendo l’Ecuador un’economia dollarizzata, detiene nel controllo delle sue importazioni uno dei principali strumenti per mantenere il corretto equilibrio sulle sue riserve valutarie. A questo proposito Lasso intende istituire una banca centrale indipendente per recuperare la riserva monetaria andata sperperata negli anni e in questo modo promuovere gli investimenti privati. Altra idea, orientata soprattutto ai giovani, è la creazione di un fondo per capitalizzare nuove piccole imprese, col fine di stimolare un tessuto di PMI in tempi brevi e con agevolazioni fiscali. Tuttavia persistono i dubbi sulla credibilità del personaggio e sui potenziali conflitti d’interessi con il ruolo che copre, oltre ai pericoli legati a una brusca apertura al mercato globale per un’economia che dipende da Washington. È doveroso parlare di Cynthia Viteri, esponente del Partito Sociale Cristiano e calamita del pensiero conservatore, ancora molto popolare da queste parti. Cynthia, avvocata, classe 1965, vistoso capello biondo, avrebbe l’occasione più unica che rara di diventare il primo Presidente donna del suo paese. Il suo piano di governo si focalizza negli investimenti stranieri e nella proliferazione di occupazione. Riaffermerebbe una netta indipendenza delle funzioni dello Stato, un predominio della proprietà privata, lo snellimento delle pratiche burocratiche per rendere più competitive le imprese locali e l’accelerazione delle opere pubbliche fondamentali. Non poteva mancare la menzione all’abbassamento generalizzato di tasse, l’inasprimento delle pene per delitti come omicidi, molestie sessuali, sequestri recidivi e maggiori controlli alle frontiere. Tra le altre cose l’offerta di prestiti agevolati per i settori dell’agricoltura e l’allevamento, sui quali L’Ecuador deve puntare per garantire sicurezza alimentare, maggiori esportazioni e sviluppo sostenibile. Nonostante una lunga carriera politica, molti criticano il suo percorso e le tante malefatte insabbiate dal partito che primeggia, che senz’altro minano la sua affidabilità come figura politica.
Paco Moncayo è l’espressione del movimento di Sinistra Democratica, raccolto sotto il partito Acuerdo por el Cambio. Già sindaco di Quito per 8 anni, Moncayo vanta una prolungata carriera nell’esercito, di cui fu generale fino al 1998, anno in cui fu eletto deputato nazionale. Tra gli aspetti più rilevanti della sua proposta: credito a tassi accessibili per i settori che danno maggiore occupazione come le costruzioni, il turismo, il cooperativismo, la piccola e media impresa e relativi incentivi tributari; sradicare il lavoro infantile, assicurare un’eguaglianza salariale tra uomini e donne, valorizzare le distinte espressioni culturali, più inclusione sociale per le persone vulnerabili, migranti e la depenalizzazione dell’aborto. In qualità di alto difensore della patria, aspira a un commercio estero guidato dall’artigianato ecuadoriano, con l’impegno di sostenere soprattutto l’attività produttiva. Le idee sono condivisibili, lo slancio e il riconoscimento popolare molto meno.
Speranze e disillusioni
Tutti sono d’accordo sulla creazione di lavoro, la revisione e diminuzione del regime tributario per rilanciare i consumi e l’attività imprenditoriale, l’attrazione di investimenti stranieri e la diversificazione dell’economia. Tuttavia il futuro presidente dovrà fare i conti con una nazione che nel 2016 è decresciuta economicamente del 1,7%, a causa degli shock esterni che ha affrontato il paese, come la caduta del prezzo del petrolio, la rivalutazione del dollaro, le svalutazioni monetarie di paesi limitrofi e partner commerciali e il terremoto ad Aprile. Ciò ha comportato entrate statali in calo, una disoccupazione in incremento ed una contrazione nelle esportazioni. Con la limitatissima capacità d’indebitamento di cui dispone il paese e le prospettive di stagnazione economica, sarebbe conveniente farsi un bagno di onestà. Ma sappiamo bene che non è cosí che si arriva al ballottaggio. E forse, proprio in quel frangente, si potrebbe attivare la dinamica anti-governo: la gente si unirebbe nel voto contro Moreno, premiando l’esponente in grado di rappresentare la maggior fetta di ecuadoriani.
La realtà è che il popolo ecuadoriano non ha bisogno di essere abbindolato per l’ennesima volta da slogan, sorrisi mascherati, padri e madri di famiglia ipocriti. Non ha bisogno di facili ricette spinte dalle demagogie partitiche tanto compenetrate nei sistemi latini. L’Ecuador ha bisogno di essere re-unificato, dopo anni di scissione sociale e culturale tra correisti e anticorreisti. Il popolo conosce bene le sue priorità. Ha solo una gran paura ad affidarle alla persona sbagliata.
di Marco Grisenti
font-unimondo .org
Marco Grisent
Mi chiamo Marco Grisenti e sto per abbandonare, a malincuore, la década dei 20. Non mi sono mai sentito troppo italiano. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente.


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HIT Show: quando la toppa di un Marzotto è peggio del buco
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mercoledì 15 febbraio 2017





“Un’operazione ideologico-culturale e, adesso, politica per incentivare la diffusione delle armi”.
Così Rete Italiana per il Disarmo, Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere di Brescia e 26 associazioni vicentine in un comunicato hanno definito la tre giorni fieristica HIT Show che si è conclusa il 13 febbraio a Vicenza. Promossa da Italian Exhibition Group (IEG) – ente a cui partecipano azionisti pubblici tra cui il Comune e la Provincia di Vicenza e la Regione Emilia Romagna – e da ANPAM (Associazione nazionale produttori di armi e munizioni), la manifestazione vicentina espone in fiera armi di tutti i tipi, tranne quelle “da guerra”: fucili sovrapposti e da tactical hunter, carabine e pistole per il tiro sportivo, fucili semi-automatici, pistole d’ordinanza e fucili a pompa, rivoltelle a tamburo e fucili modulari “per la difesa abitativa” (sic!) e quelli per il tiro dinamico, fino alle repliche di armi antiche. Insomma tutto l’armamentario in dotazione a private securities e guardie del corpo di mezzo mondo, per cecchini e tiratori scelti, ma anche per i cacciatori domenicali, per frequentatori di poligoni di tiro, per quelli che nei weekend si dilettano di “tiro tattico” o si mimetizzano con armi soft-air nei boschi, e poi per le signore a cui piace sfoggiare una pistola griffata in tinta con la borsetta, per i sedicenti oplofili (sic!) e i collezionisti di armi. Ma specialmente per quelli che non si sentono mai sicuri e vogliono dormire sonni tranquilli non dopo una salutare tisana, ma con le porte blindate e la pistola a portata di mano. HIT Show, fiera delle anomalie
Una manifestazione unica nei paesi dell’Unione europea che vorrebbe far concorrenza alla ben più blasonata, e seria, IWA Outdoor Classic che da oltre quarant’anni si tiene a Norimberga. Anche lì mettono in bella mostra tutte le suddette tipologie di armi, ma con due fondamentali differenze: l’accesso è permesso solo agli operatori di settore – e quindi non al pubblico in generale – e soprattutto il regolamento dice a chiare lettere che “l’accesso è vietato ai bambini e ai minori di anni 18”. “Precisione e rigore tedeschi”, avrà pensato qualcuno ai piani alti di via dell’Oreficeria, dove ha sede la fiera vicentina. Insomma roba che non si confà a noi italiani che – è risaputo – siamo più elastici e, soprattutto, siamo un popolo a cui non piacciono le regole.
E così a HIT Show (Hunting, Individual Protection and Target Sports), in cui “hit” sta per “colpire” – e tu vallo a spiegare ai madrelingua che si intende solo “colpire il bersaglio” – possono accedere tutti, anche i minori, purché “accompagnati da un adulto”. Non potrebbero “maneggiare le armi esposte”. Anzi il regolamento del visitatore, suona categorico: “E’ fatto espresso divieto, in ogni caso, da parte dei minori, di maneggiare le armi esposte”. Ma in fiera sono uomini di mondo e sanno bene che ragazzini e adolescenti son vivaci, scappano di mano e poi, con tutto quel bendidio di armi, chi li ferma? E allora ecco la sagace soluzione nel regolamento: “Gli accompagnatori dei minori si rendono personalmente responsabili della vigilanza sugli stessi”. Capito il trucco? Mica spetta alla fiera far osservare le regole (messe dalla fiera), spetta ai genitori! E ovviamente per non trovarsi a discutere con qualche cacciatore veneto o valbrembano di una certa stazza, i promotori della fiera si son guardati bene dal mettere una sanzione per eventuali violazioni. Su tutte le altre sono chiare e precise, sul maneggio delle armi da parte dei minori, basta che controllino i genitori: di sanzioni nemmeno l’ombra. La toppa è peggio del buco
Sarà stato perché negli anni scorsi un po’ di foto di ragazzini che imbracciavano fucili e maneggiavano pistole erano apparse sui quotidiani (non cercatele però sul Giornale di Vicenza che, forse in ossequio a don Abbondio ritiene che certe cose “non s’han da fare”); sarà stato perché qualche spiffero, dopo il convegno di ottobre, sarà arrivato fino in via dell’Oreficeria; o sarà più semplicemente stato perché l’Amministrazione Comunale di Vicenza, ottemperando un impegno assunto con le associazioni vicentine e nazionali, avrà chiesto ai dirigenti della fiera di riconsiderare la questione dell’accesso ai minori, non lo sappiamo. Fatto sta che una settimana prima dell’inizio della fiera, sul sito ufficiale di HIT Show spiccava il seguente avviso: “INGRESSO VIETATO AI MINORI 14 ANNI”. Un simile avviso era riportato, tutto in grassetto, nel “Regolamento Visitatore” ed era inoltre segnalato nel modulo di acquisto online dei biglietti di ingresso alla fiera.
Apriti cielo! Talune associazioni di cacciatori, tra cui la solerte CONFAVI, s’indignavano per questa decisione “a dir poco scandalosa e vergognosa” e, attribuendola agli “ignobili tentacoli della lobby animal-ambientalista” (sic!), minacciavano di ritirare per protesta la propria partecipazione. Gruppuscoli oltranzisti di “appassionati di armi” incitavano i propri seguaci a inviare messaggi di protesta, raccomandandosi ardentemente di evitare insulti, alla pagina facebook di HIT Show e via, tutti a far copia e incolla e spedire messaggi. Ma soprattutto s’inalberava tal Sergio Berlato, consigliere in Regione Veneto (Fratelli d’Italia – AN) che, papale papale, affermava “Io questa manifestazione l'ho ideata“ e chiedeva “quali menti contorte abbiano partorito una simile decisione”.
Tra i promotori di HIT Show dev’essere scoppiato il panico. Affrontati a muso duro dalle rimostranze di cacciatori e armigeri, non trovavano altro rimedio che… calar le brache. La frittata però ormai era fatta e bisognava correre presto ai ripari. E così, dopo poche ore, a tarda sera di sabato 4 febbraio, un laconico messaggio appariva sulla pagina facebook di HIT Show: “L’ingresso alla manifestazione (….) è consentita (sic!) ai minori di 18 anni solo se accompagnati da persone di maggiore età”. E quindi veniva spiegato che il divieto di ingresso ai minori di 14 anni precedentemente pubblicato sul sito era da attribuirsi ad “un equivoco dovuto ad uno spiacevole refuso all’interno del regolamento”. Insomma una toppa peggio del buco. E se a farla è stato Matteo Marzotto, vicepresidente di Italian Exhibition Group (IEG) e figura di primo piano della mostra vicentina, c’è da preoccuparsi. Non tanto perché a Marzotto sia attribuita fama di “fervente cattolico”: una bugia, in fin dei conti, si può sempre perdonare. Ma perché, da rampollo di una famiglia che ha fatto gli schei con la sartoria, ci si sarebbe aspettati che una toppa sapesse rammendarla. Almeno, un po’ meglio.
Giorgio Beretta
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Acqua da bere… dal mare!
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Scritto da Administrator   
giovedì 09 febbraio 2017
Fare una nuotata in mare e bere qualche sorso di acqua salata. Quante volte ci capita e quante volte ci dà fastidio? Oserei dire quasi sempre, quando si decide di tuffarsi tra le onde. A quanto pare però, nel futuro che ci aspetta, bere - e utilizzare a scopi alimentari - l’acqua del mare sarà possibile e, anzi, sarà una strada da percorrere per ottenere acqua potabile per tutti in maniera sostenibile. Ma vediamo di che si tratta.



Come ci ricordano gli amici di Treedom, la preoccupazione per la disponibilità di risorse idriche sta subendo una escalation a livello internazionale. L’agenda globale delle Nazioni Unite che propone gli Obiettivi Sostenibili del Millennio (MSG, scadenza 2030) all’acqua ne dedica 2 su 17, e altri tra i traguardi prefissati per “trasformare il nostro mondo” sono sicuramente riconducibili alla necessità di tutelare l’ambiente, compreso quello acquatico.
A confermare le giustificate attenzioni al tema ci pensa la recente (dicembre 2016) campagna #savinglives diffusa da Oxfam sull’emergenza acqua. Le persone che nel mondo vivono senza accesso all’acqua potabile sono quasi 750 milioni, e a questo si aggiunge un altro dato allarmante: 2 miliardi e mezzo non hanno alcuna garanzia di servizi igienico-sanitari, spesso per colpa della guerra o per cause naturali. Inutile dire che disuguaglianze di tale portata minano alle fondamenta i delicati equilibri geopolitici, mettendo in pericolo la stabilità precaria raggiunta a fatica in alcune aree del mondo. Per non parlare degli squilibri già emersi, che quotidianamente ci costringono a fare i conti con disparità di cui anche noi, spesso e inconsapevolmente, rimaniamo complici silenziosi.
Alcune tra le innovative soluzioni che si profilano all’orizzonte, anche nel campo della cooperazione internazionale, hanno in comune una tecnica: la desalinizzazione dell’acqua di mare per renderla potabile. Un ambito di ricerca e sviluppo che potrebbe avere rilevanti ricadute sulla scarsità d’acqua potabile e sulle difficoltà di accesso ai pozzi. In testa ai Paesi che si stanno muovendo in questa direzione la Cina, che è tra primi 12 Paesi con problemi idrici al mondo. Di qualche giorno fa la notizia che siano stati drasticamente ridotti in Cina anche gli spazi destinati ai campi da golf, proprio per la scarsità di terreni coltivabili disponibili e per il grande dispendio di acqua che la loro cura richiede.
Una soluzione che sembra interessante ma che è ancora in fase sperimentale è quella proposta dalla Sundrop Farms, azienda anglo-australiana che sta cimentandosi con le nuove tecnologie all’insegna di coltivazioni sostenibili in zona aride. Come? Attraverso un sistema di dissalazione dell’acqua di mare che utilizza l’energia solare, convogliata attraverso migliaia di pannelli verso una torre-centrale che permette di alimentare le serre dove viene coltivato il cibo. Una pratica che mette assieme tecniche di coltivazione senza pesticidi e orti idroponici simili a quelli che stanno diventando sempre più in voga sui tetti dei palazzi (e non solo) delle grandi metropoli. A queste tecniche non sono nuovi gli Stati Uniti che, grazie a molteplici studi progettuali in seno al MIT (Massachusetts Institute of Technology), da tempo lavorano sull’estrazione del sale dall’acqua di mare, non solo per il suolo statunitense ma anche per problematiche che interessano altri Paesi (p.es. l’India) e che si inseriscono in quel filone di sperimentazioni che interessano anche Paesi più vicini a noi (p.es. Israele, che con il più grande progetto al mondo soddisfa il 40% del fabbisogno idrico desalinizzando acqua del Mediterraneo).
Certo, l’obiettivo è unico e imprescindibile per poter realmente pensare di avviare questo nostro mondo verso un cambiamento sostenibile ed equo: acqua potabile e per tutti. Ciò non deve farci comunque dimenticare che anche noi, nelle nostre azioni quotidiane, possiamo contribuire a un utilizzo più rispettoso e calcolato di una risorsa così importante come l’acqua. Dal comprare indumenti che non siano washed all’essere parsimoniosi nell’utilizzo casalingo, all’essere accorti nel consumo per la propria igiene personale, ogni giorno possiamo mettere in pratica tanti piccoli gesti che, in maniera minima ma necessaria e importante, contribuiscono a rispettare non solo il presente del nostro Pianeta, ma a costruirne anche il futuro.

di Anna Molinari
font.unimondo.org

Anna Molinari
Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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