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CIVILTANO' - LA 7 NEWS
dal mondo
Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Dal mediterraneo la salvezza?
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martedì 18 luglio 2017



In questi giorni stiamo assistendo ad alcuni avvenimenti che ci fanno capire chiaramente che cosa comporti la globalizzazione. Lungi dall’essere una “unificazione” del mondo, basata su un determinato modello economico e politico, la globalizzazione diventa piuttosto una sorta di “saturazione” di uno spazio – e di un tempo – divenuti stretti, segnati da mille faglie, insomma ingovernabili. Il mondo globale più che unito, è sovrapposto, brulicante e caotico, dove più attori si contendono le risorse e si difendono da tutti gli altri, specie dalle pressioni delle masse più povere.
Nei giorni scorsi c’è stata una girandola di vertici internazionali – da quello dei ministri dell’Unione Europea in Estonia al G 20 ad Amburgo fino a quello di Frontex a Varsavia – che hanno mostrato le divergenze tra i Paesi più importanti e la paura generalizzata dei più piccoli (vedi proprio le repubbliche baltiche). Sono ormai occasioni per incontri bilaterali e per foto di gruppo, già sbiadite anche se siamo nell’era del digitale.
Il fenomeno migratorio e la sua gestione – insieme con il moltiplicarsi dei conflitti – descrive esattamente la situazione in cui siamo immersi. Le opinioni in tema sembrano essere contrapposte, benchè in realtà sappiamo bene come stanno le cose. Il flusso dei richiedenti asilo in Europa è certo significativo, inusuale ma non ingestibile e imprevisto. Con una buona organizzazione, il problema si potrebbe governare con profitto per tutti. Il numero di persone immigrate è tale da poter essere assorbito da un continente ricco di più di 500 milioni di abitanti. Sappiamo che più dell’80% di questi rifugiati o sfollati stanno nei Paesi a basso o medio reddito. Sappiamo che la spinta demografica dei popoli più giovani “preme” inevitabilmente verso quelle terre destinate a svuotarsi. Inoltre tutte le previsioni concordano che un Paese come l’Italia, vecchio e con poche nascite, non potrà reggersi senza l’apporto di nuovi arrivati da tutto il mondo.
Lo sappiamo, ma ugualmente “non li vogliamo”. Arriviamo così alle decisioni della politica. I governanti di ogni colore sono terrorizzati di perdere voti. Lasciando perdere i regimi più identitari e xenofobi – come quelli dell’Est europeo – anche Merkel e Macron sono attentissimi su questo fronte. Quando la Germania della cancelliera (con un atto di umanità, ma anche di lungimiranza) ha aperto le porte ai profughi siriani, il partito di estrema destra Alternative für Deutschland raggiungeva il picco dei consensi; quando, grazie all’accordo con la vituperata Turchia, il flusso si è fermato, ecco che Merkel trionfa di nuovo nei sondaggi. L’innovatore europeista Macron bada bene a fare anche le minime aperture. La beffa della distinzione tra immigrati economici e rifugiati vuol dire semplicemente “non li vogliamo”. L’Austria, che va al voto in ottobre, muove o minaccia di muovere in maniera ridicola i carri armati per “difendere” il Brennero. Di qui il desolante, ma inevitabile, scaricabarile europeo. La revisione delle normative (specie quella di Dublino) sono di là da venire, mentre le pacche sulle spalle di Junker sono l’opposto simmetrico al digrignare i denti di Orban. Eppure le tanto vituperate Ong “buoniste” hanno proposto all’Europa provvedimenti molto concreti.
Da questo punto di vista l’atteggiamento dell’Italia nelle ultime settimane è stato troppo ambiguo. Il governo Minniti – Renzi (sono loro infatti che danno l’agenda al povero Gentiloni) ha improvvisamente dipinto il fenomeno migratorio come un’emergenza ormai fuori controllo, dando ragione in maniera implicita alla diagnosi estremista della destra. “L’Italia non ce la fa più”; “colpa dell’Europa”; “chiuderemo i porti”; “aiutiamoli a casa loro”. È un linguaggio che non ci appartiene. E invece è utilizzato da esponenti politici che si dicono “democratici”. Su questo problema il governo rischia davvero di affondare. Drammatizzando la situazione si è dato adito alle forze che speculano sulla paura a parlare di un esecutivo inadeguato.
Scrive Lucio Caracciolo sul numero 7/2017 di Limes: “Neghiamo l’utilità stessa della nostra centralità mediterranea, percepita anzi come fattore di vulnerabilità: dalle migrazioni irregolari, sovente dipinte da invasione aliena capace di sfigurare il Belpaese e di veicolarsi il terrorismo jihadista; ai conflitti che dalla quarta sponda tendono ad attrarci in un vortice di instabilità e di miseria; alla tentazione dei soci nordici di chiuderci le frontiere in faccia mutando la Penisola in antemurale, prima difesa esterna della Fortezza Europa contro i diabolici flussi da sud”. Forse però dal sud può venire la nostra salvezza. Extra Africam nulla salus.
Bisognerebbe cambiare “narrazione” sul fenomeno epocale delle migrazioni. La parola più trista, cioè “invasione”, implica un inaccettabile linguaggio bellico che presto o tardi darà le sue conseguenze: il nemico che invade non va accolto, va bloccato prima oppure eliminato poi. È questo che vogliamo? Non è forse meglio dare un’identità e un posto a chi già ora svolge lavori non qualificati (badanti, operai, manodopera nell’agricoltura), a chi contribuisce al pagamento delle nostre pensioni, a chi non ha altra colpa di cercare maggiore stabilità e benessere. Infine l’immigrazione può essere il volano per una nuova struttura economica capace di generare lavoro per tutti. Pochissimi però in Italia riescono ad avere questo sguardo lungimirante. di Piergiorgio Cattani
font.unimondo.org


Piergiorgio CattaniNato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse.

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Guarda che mare
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martedì 18 luglio 2017
Nonostante l’inquinamento da plastica in mare abbia raggiunto livelli di “non ritorno” in tutto il mondo e nonostante il bilancio del monitoraggio svolto in queste settimane da Goletta Verde di Legambiente evidenzi, oltre alle molte eccellenze, anche valori di contaminazione elevata lungo tutte le coste italiane, per il rapporto European bathing water quality in 2016 presentato lo scorso 23 maggio dalla Commissione europea e dall’European Environmental Agency (Eea) “Oltre l’85% dei siti di balneazione marini e lacustri monitorati in tutta Europa nel 2016 soddisfa i requisiti più rigorosi per fregiarsi della qualifica di eccellente, il che significa che sono per lo più esenti da inquinanti pericolosi per la salute umana e l’ambiente” mentre “oltre il 96% dei siti di balneazione soddisfa i requisiti di qualità minimi stabiliti dalla normativa europea”.



Questa legge, in vigore dal 2006, impone a tutti gli Stati membri dell’Unione europea il monitoraggio annuale dei siti di balneazione e l’analisi della qualità delle acque che viene classificata come “eccellente”, “buona”, “sufficiente” o “scarsa” a seconda dei livelli di batteri fecali riscontrati e impone in caso di superamento dei limiti fissati di adottare misure correttive e l’obbligo di rendere pubblico il divieto di balneazione. Per l’Unione e l’Eea “La contaminazione fecale dell’acqua continua a presentare un rischio per la salute umana, in particolare nei siti di balneazione. Nuotare in spiagge o laghi balneabili contaminati può essere causa di malattie. In questo caso le principali fonti di inquinamento sono le acque reflue e le acque di drenaggio provenienti da aziende e terreni agricoli. Tale inquinamento aumenta in caso di forti piogge e inondazioni a causa della tracimazione delle fognature e del riversamento delle acque di drenaggio inquinate nei fiumi e nei mari”.
Un’eventualità che al momento sembra rara visto che lo scorso anno, tutti i siti di balneazione analizzati in Austria, Croazia, Cipro, Estonia, Grecia, Lituania, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Romania, e Slovenia hanno conseguito almeno la menzione di qualità “sufficiente”. Per il rapporto il 95% o più dei siti di balneazione del Lussemburgo, Cipro, Malta, Grecia e Austria sono stati valutati di qualità “eccellente”, mentre in Europa solo l’1,5% dei siti di balneazione è stato valutato di qualità “scarsa” e in generale tra le stagioni balneari 2015 e 2016 il numero assoluto dei siti valutati negativamente è sceso da 383 a 318. E nel Belpaese? Purtroppo, anche se il 96% dei siti di balneazione italiani esaminati conferma uno stato buono o eccellente, il numero più elevato di siti di balneazione con una qualità delle acque scarsa è stato registrato proprio in Italia in 100 siti, pari all’1,8%. Seguono in questa blacklist la Francia con 82 siti, pari al 2,4% e la Spagna con 39 siti, pari all’1,8%.
In generale però è importante sottolineare che le acque di balneazione europee sono molto più pulite rispetto a 40 anni fa, quando ingenti quantitativi di rifiuti urbani e industriali non trattati o parzialmente trattati venivano scaricati in acqua. Il rapporto, infatti, conferma che “Da quarant’anni le spiagge e i siti di balneazione in tutta Europa seguono una tendenza positiva con acque sempre più pulite. La valutazione ha riunito campioni di acqua raccolti in oltre 21.000 siti di balneazione costieri e interni e fornisce una buona indicazione dei migliori siti in cui quest’estate è possibile trovare la migliore qualità delle acque”. Per il Commissario dell’Unione all’ambiente, affari marittimi e pesca, Karmenu Vella, “Questa eccellente qualità delle acque di balneazione europee non è casuale: è il risultato di un duro lavoro di professionisti competenti e impegnati, che mostra l’importanza di promuovere le politiche dell’Ue”.
Commentando i dati, anche Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Eea, ha ricordato come questo trend positivo “Permette ai cittadini europei di scegliere consapevolmente i siti di balneazione che intendono visitare quest’estate e dimostra anche l’efficacia delle nostre politiche ambientali nonché i vantaggi pratici della protezione della salute e della vita umana quando si effettuano eccellenti raccolte e analisi di dati”. Un buon punto di partenza, che in Italia per Goletta Verde non può però far dormire sogni tranquilli: “Resta ancora molto da fare sul fronte dell’informazione ai bagnanti. La cartellonistica in spiaggia è ancora troppo scarsa, nonostante da tre anni sia scattato l’obbligo per i Comuni costieri di apporre pannelli informativi circa la qualità delle acque” ha ricordato la ong. “Il nostro è un monitoraggio puntuale che non vuole sostituirsi ai controlli ufficiali, né pretende di assegnare patenti di balneabilità - ha aggiunto la portavoce di Goletta Verde, Serena Carpentieri - ma restituisce comunque un’istantanea utile per individuare i problemi e ragionare sulle soluzioni. Il nostro obiettivo non è fermarsi alla semplice denuncia, ma avviare un approfondimento e confronto per fermare principalmente l’inquinamento da mancata depurazione che si riversa in mare”. Così anche se la barca di Legambiente conferma i risultati dell’ Eea e un buono stato di salute generale non ci si può dimenticare che il numero più elevato di siti di balneazione con una qualità delle acque scarsa è stato registrato lungo le coste italiane, criticità segnalate da anni di indagini di Goletta Verde e sulle quali occorrerebbe intervenire subito per poter dire con orgoglio e sempre più spesso “Guarda che mare!” anche nel Belpaese.
di Alessandro Graziadei

Alessandro Graziade
Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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SEI PIU' SEI PIU' SEI
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martedì 04 luglio 2017
La straordinaria storia di una famiglia del trevigiano che di fronte alle tragedie del Mediterraneo decide di raddoppiare, da sei a dodici, il numero degli abitanti della loro casa; l’incredulità dei funzionari delle istituzioni e, poi, l’ostilità iniziale del vicinato; i sei giovani “rifugiati” che non bighellonano mai, che vanno a scuola e al doposcuola pomeridiano, che aiutano i vicini nel sabato, che fanno un tirocinio lavorativo; un “modello” che funziona. Intervista ad Antonio Silvio Calò.



An­to­nio Sil­vio Ca­lò, in­se­gnan­te di scuo­la me­dia su­pe­rio­re, spo­sa­to con quat­tro fi­gli, vi­ve a Ca­ma­lò, in pro­vin­cia di Tre­vi­so. La sua espe­rien­za di ac­co­glien­za è di­ven­ta­ta fa­mo­sa an­che ol­tre i con­fi­ni na­zio­na­li.
Ci pia­ce­reb­be che rac­con­tas­se dal­l’i­ni­zio co­me la vo­stra fa­mi­glia è ar­ri­va­ta a pren­de­re que­sta de­ci­sio­ne di ac­co­glie­re ri­fu­gia­ti. Nel 2015, mar­zo, apri­le, si so­no ve­ri­fi­ca­ti una se­rie di even­ti mol­ti tra­gi­ci uno die­tro l’al­tro; il 18 ce n’è sta­to uno mol­to dram­ma­ti­co a Lam­pe­du­sa con cen­ti­na­ia di mor­ti. Di fron­te a que­ste im­ma­gi­ni, ma an­che al­le pre­ce­den­ti, de­vo es­ser sin­ce­ro, quel gior­no, il 18, lo ri­cor­do co­me fos­se ades­so, ho det­to no, ba­sta, dob­bia­mo fa­re qual­co­sa. Ora non è che noi ab­bia­mo tan­te co­se. Ab­bia­mo la ca­sa. Ho pro­po­sto, met­tia­mo a di­spo­si­zio­ne la no­stra ca­sa. Mia mo­glie era d’ac­cor­dis­si­mo, ho con­sul­ta­to an­che tut­ti i fi­gli per­ché non avrei mai pre­so una de­ci­sio­ne di que­sto ge­ne­re, che com­por­ta­va un ta­le cam­bia­men­to nel­la con­di­vi­sio­ne de­gli spa­zi del­la ca­sa, sen­za il lo­ro con­sen­so.
Il 20 apri­le o il 21, non ri­cor­do, pri­ma di re­car­mi in pre­fet­tu­ra ho det­to a mia mo­glie: "Ve­drai che ci sa­ran­no al­tre fa­mi­glie che han già fat­to que­sta scel­ta quin­di po­tre­mo crea­re una re­te, ci po­tran­no con­si­glia­re su co­sa fa­re e non fa­re”. Quan­do so­no sta­to da­van­ti al fun­zio­na­rio del­la pre­fet­tu­ra su­bi­to c’è sta­to un qui pro quo: lo­ro pen­sa­va­no che noi aves­si­mo una se­con­da o ter­za ca­sa in cui ospi­tar­li. Quan­do ho chia­ri­to che sa­reb­be­ro ve­nu­ti a sta­re a ca­sa no­stra, la ri­spo­sta è sta­ta: "Ma lei è fuo­ri com­ple­ta­men­te!”. E quan­do ho det­to: "Ma ci sa­ran­no al­tre si­tua­zio­ni co­me la no­stra…”, l’i­spet­tri­ce mi ha ri­spo­sto: "No, guar­di, non c’è nes­su­na si­tua­zio­ne di que­sto ge­ne­re, né qui né a Tre­vi­so o nel Ve­ne­to... Io cre­do che lei sia il pri­mo in Ita­lia che fa que­sto ti­po di ac­co­glien­za”. A quel pun­to ci so­no ri­ma­sto an­che ma­le, ave­vo im­ma­gi­na­to una si­tua­zio­ne ben di­ver­sa. An­che per­ché quel­lo vo­le­va di­re che non c’e­ra nep­pu­re una le­gi­sla­zio­ne in ri­fe­ri­men­to al­l’ac­co­glien­za fa­mi­lia­re.



C’e­ra­no i cen­tri di ac­co­glien­za ma non c’e­ra la pos­si­bi­li­tà di ac­co­glie­re im­mi­gra­ti per i pri­va­ti?
Per i pri­va­ti so­lo in ca­so di emer­gen­za, co­me in quei gior­ni, poi è di­ven­ta­to tut­to mol­to più dif­fi­ci­le. Ci do­ve­va­mo ap­pog­gia­re a qual­cu­no. Su­bi­to mi ven­ne in men­te una coo­pe­ra­ti­va di un ex pro­fu­go ma­roc­chi­no, ora ita­lia­no, ve­nu­to in Ita­lia 23 an­ni fa, che in quel mo­men­to sta­va co­min­cian­do a far ser­vi­zio pres­so la pre­fet­tu­ra per i pro­fu­ghi. Que­sta per­so­na, un ca­ris­si­mo ami­co con cui ab­bia­mo fat­to tan­te espe­rien­ze in­sie­me, com­pre­so un viag­gio in Ma­roc­co, mi ha det­to su­bi­to che ci sa­rem­mo po­tu­ti ap­pog­gia­re a lo­ro, man­te­nen­do la mas­si­ma li­ber­tà per fa­re quel­lo che ci sem­bra­va più op­por­tu­no. Que­sto è sta­to ad apri­le. Poi a mag­gio il no­stro par­ro­co ha aper­to la pro­pria ca­no­ni­ca a tren­ta­due ra­gaz­zi. Era una si­tua­zio­ne di emer­gen­za e mia mo­glie an­da­va pra­ti­ca­men­te tut­ti i gior­ni a in­se­gna­re un po’ di ita­lia­no. Io an­da­vo ap­pe­na po­te­vo, so­prat­tut­to la se­ra, per ca­pi­re com’e­ra or­ga­niz­za­ta la co­sa. Di­scu­te­vo con lo­ro, cer­ca­vo an­che di com­pren­de­re so­prat­tut­to le mo­ti­va­zio­ni ma an­che le aspet­ta­ti­ve che li spin­ge­va­no a in­tra­pren­de­re que­sti viag­gi in­cre­di­bi­li. E quel­lo ci è ser­vi­to mol­to.
Co­sì ab­bia­mo da­to la di­spo­ni­bi­li­tà al­la pre­fet­tu­ra da due a un mas­si­mo di sei per­so­ne. Ri­cor­do che mia mo­glie dis­se che a quel pun­to, vi­sto che ci era­va­mo de­ci­si a quel sal­to, po­te­va­mo of­fri­re la pos­si­bi­li­tà al­le ra­gaz­ze so­prat­tut­to, per­ché le ra­gaz­ze, co­me pur­trop­po si sa, pa­ti­sco­no co­se non di po­co con­to. Ag­giun­se: "Guar­da, an­che se ar­ri­va­no già in­cin­te, le pren­dia­mo lo stes­so per­ché in fa­mi­glia è tut­ta un’al­tra co­sa ri­spet­to a cer­ti cen­tri d’ac­co­glien­za”. A Tre­vi­so, pe­rò, in quei me­si, di ra­gaz­ze non ne so­no pro­prio ar­ri­va­te. L’8 giu­gno del 2015 la pre­fet­tu­ra mi ha te­le­fo­na­to per dir­mi che ave­va­no bi­so­gno dei po­sti che ave­va­mo of­fer­to per­ché ar­ri­va­va­no sei ra­gaz­zi. La chia­ma­ta era sta­ta ver­so le 12, al­le 19 di se­ra era­no già tut­ti qua. Quin­di ab­bia­mo do­vu­to pre­pa­ra­re tut­to: i let­ti, che so­no ar­ri­va­ti con­tem­po­ra­nea­men­te a lo­ro, e tut­to il re­sto. È sta­to ve­ra­men­te un mo­men­to par­ti­co­la­ris­si­mo: la no­stra stra­da, co­me ave­te vi­sto, è chiu­sa e ci si è in­fi­la­ta que­sta cor­rie­ra che pro­ve­ni­va dal­la Si­ci­lia, con 50 per­so­ne, die­tro c’e­ra la po­li­zia, e ne so­no sce­si que­sti sei con il lo­ro sac­chet­to ne­ro del­l’im­mon­di­zia do­ve ave­va­no un cam­bio. È sta­to un mo­men­to par­ti­co­la­re. Tut­to il quar­tie­re si era af­fac­cia­to, gli sguar­di di gran par­te di lo­ro era­no un po­co tru­ci, osti­li...
Di do­ve era­no i ra­gaz­zi? E co­me è sta­to l’im­pat­to?
I pri­mi sei, di­co pri­mi e do­po spie­ghe­rò per­ché, era­no due dal Gam­bia, due dal Gha­na, due dal­la Ni­ge­ria. Sì, l’i­ni­zio non è sta­to fa­ci­le per nien­te. Per­ché ab­bia­mo avu­to mi­nac­ce, of­fe­se pe­san­ti dal quar­tie­re e i pri­mi 15 gior­ni i ra­gaz­zi so­no ri­ma­sti chiu­si in ca­sa, non si so­no nean­che af­fac­cia­ti al­l’u­sci­ta. E chia­ra­men­te pe­rò è ini­zia­ta tut­ta una or­ga­niz­za­zio­ne del­la ge­stio­ne per­ché era giu­gno, e io e mia mo­glie co­mun­que do­ve­va­mo in­se­gna­re, i miei fi­gli an­da­va­no a scuo­la, chi an­da­va a la­vo­ra­re, qual­cu­no do­ve­va re­sta­re qua. Al­lo­ra ab­bia­mo pen­sa­to a una si­gno­ra, Va­len­ti­na, che ave­va­mo in­con­tra­to in par­roc­chia du­ran­te quel­l’e­spe­rien­za di ac­co­glien­za, una vo­lon­ta­ria, che tra l’al­tro ave­va per­so il la­vo­ro da po­co, mam­ma di due fi­gli. Io ho chie­sto al­la coo­pe­ra­ti­va che ve­nis­se as­sun­ta a tem­po de­ter­mi­na­to con tut­ti i san­ti cri­smi.
Que­sto pe­rio­do che va da giu­gno ad ago­sto è sta­to co­me un tem­po in­ter­me­dio, una fa­se per po­ter gua­ri­re le fe­ri­te, spes­so gra­vis­si­me. E cer­ca­re an­che di far ca­pi­re ai ra­gaz­zi do­ve era­no, in che mon­do era­no ar­ri­va­ti, co­sa vo­le­va di­re vi­ve­re a Tre­vi­so, in pro­vin­cia, e in Ita­lia. Te­ne­te pre­sen­te che gli afri­ca­ni han­no mol­tis­si­mi dia­let­ti e non riu­sci­va­no a co­mu­ni­ca­re nean­che fra di lo­ro. La se­ra, che era il mo­men­to in cui ci tro­va­va­mo tut­ti, ve­ni­va an­che da ri­de­re per­ché per riu­sci­re a co­mu­ni­ca­re tra di noi po­te­va­mo met­ter­ci an­che mez­z’o­ra so­lo per di­re una co­sa a tut­ti.
Co­mun­que l’i­ni­zio, co­sì dif­fi­ci­le per tan­ti ver­si, è sta­to an­che in­te­res­san­te per­ché, per al­tri ver­si, spon­ta­nea­men­te ci si so­no af­fian­ca­te al­tre per­so­ne per dar­ci una ma­no: un gior­no si è pre­sen­ta­to un ex gior­na­li­sta che non co­no­sce­vo di­cen­do: "Vo­glio fa­re qual­co­sa per voi, non vo­glio nul­la”. Ave­va in­se­gna­to per tan­ti an­ni ita­lia­no in Ame­ri­ca, co­sì si fer­ma­va qua per ore al po­me­rig­gio con i ra­gaz­zi per in­se­gna­re lo­ro la lin­gua ita­lia­na, ma an­che per in­tro­dur­li al­la vi­ta, ai co­stu­mi e al­le tra­di­zio­ni ita­lia­ni. È sta­to uti­lis­si­mo l’a­iu­to di Gio­van­ni. Un pen­sio­na­to che abi­ta qui vi­ci­no, Val­ter, mi ha det­to: "Pro­fes­so­re, mi per­met­te di fa­re qual­co­sa?”, "Guar­di, qual­sia­si co­sa può es­se­re uti­le”, e co­sì ha mes­so su in po­co tem­po, in­sie­me ai ra­gaz­zi, un or­to straor­di­na­rio nel giar­di­no. I sei ra­gaz­zi so­no sem­pre ri­ma­sti gli stes­si?
In­tor­no ad ago­sto ho mes­so avan­ti una que­stio­ne. Gli ho det­to che se vo­le­va­no sta­re qua con noi c’e­ra un pro­get­to da ri­spet­ta­re. Sta­re qua sen­za sen­so, no, non ci an­da­va be­ne. A mag­gior ra­gio­ne vi­sto che il con­te­sto è quel­lo di una fa­mi­glia. Al­la de­scri­zio­ne di que­sto pro­get­to tre han­no ri­spo­sto su­bi­to con en­tu­sia­smo, e tre han­no co­min­cia­to a nic­chia­re, a pren­de­re tem­po. A quel pun­to gli ho da­to una da­ta per sa­pe­re la lo­ro ri­spo­sta. La psi­co­lo­ga, Giu­lia, di gran­dis­si­mo aiu­to fin dal­l’i­ni­zio, mi ave­va già se­gna­la­to che c’e­ra­no al­cu­ne que­stio­ni tra di lo­ro, non tan­to sul fat­to di sta­re in fa­mi­glia. Tre di lo­ro era­no cat­to­li­ci e tre mu­sul­ma­ni e due di lo­ro, i ni­ge­ria­ni, ave­va­no un at­teg­gia­men­to un po’ pre­po­ten­te e di do­mi­nio nei con­fron­ti de­gli al­tri afri­ca­ni, qua­si di su­pe­rio­ri­tà, del ti­po: "Noi sia­mo noi e voi sie­te al­tro”. Un at­teg­gia­men­to che si ri­per­cuo­te­va nel­la col­la­bo­ra­zio­ne. La psi­co­lo­ga stes­sa mi con­si­gliò di "an­da­re al dun­que” con lo­ro, per­ché quel­le per­so­ne sa­reb­be­ro po­tu­te di­ven­ta­re un gra­ve ele­men­to di di­stur­bo, ad­di­rit­tu­ra di­strut­ti­vo.
Co­sì quan­do è ar­ri­va­to il gior­no sta­bi­li­to, lo­ro mi han­no det­to che non ac­cet­ta­va­no di re­sta­re, che era tro­po im­pe­gna­ti­vo e che pre­fe­ri­va­no tor­na­re ai cen­tri di ac­co­glien­za.
Ma in co­sa con­si­ste que­sto pro­get­to?

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