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CIVILTANO' - LA 7 NEWS
dal mondo
Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

La ragazza etiope che alleva capre felici in Trentino
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domenica 12 marzo 2017



La sua giornata comincia molto presto, alle 4.30 di mattina. “La mungitura è intorno alle 5, poi c’è da portare le capre al pascolo, per poi tornare a fare il formaggio nel caseificio”, spiega Agitu Idea Gudeta, 37 anni, occhi di un marrone brillante, sorriso smagliante e contagioso. “Le capre hanno il nome delle mie amiche e delle mie clienti, ognuna ha il suo carattere: Marta, Melissa, Rachele, Francesca, Ribes, Trilli”. Agitu Idea Gudeta è nata ad Addis Abeba, in Etiopia. Quando aveva 18 anni è venuta in Italia per studiare sociologia all’università di Trento. Poi è tornata nel suo paese, da dove nel 2010 è stata costretta a scappare perché aveva ricevuto minacce da parte del governo guidato dal Fronte di liberazione del Tigrè (Tplf), al potere dal 1991. In Trentino, nella valle dei Mocheni, gestisce da cinque anni un allevamento di capre e un caseificio: undici ettari di pascoli e ottanta capre da latte. “L’idea era recuperare le razze caprine autoctone e valorizzare i terreni del demanio, abbandonati dagli allevatori locali nel corso degli ultimi decenni”, racconta.
Agitu ci tiene a raccontare la sua storia, che è simile a quella di tanti ragazzi costretti ancora oggi a lasciare l’Etiopia a causa della repressione del governo contro contadini e dissidenti. “Ero impegnata con un gruppo di studenti contro il land grabbing, denunciavamo l’illegalità degli espropri forzati dei terreni agricoli, voluti dal governo a spese dei contadini locali per favorire le multinazionali che li usano per coltivare cereali e monocolture destinate all’esportazione”, racconta. “L’Etiopia è un paese ancora agricolo e queste politiche del governo riducono alla fame i contadini che sono costretti a lavorare per le multinazionali per 85 centesimi di dollari al giorno”.
Agitu aveva partecipato ad alcune manifestazioni pacifiche con un gruppo di studenti universitari di Addis Abeba: denunciavano le condizioni di sfruttamento nell’Oromia, una regione centromeridionale dell’Etiopia dove vive un terzo della popolazione di etnia oromo. Le prime manifestazioni sono cominciate nel 2005, e la reazione del governo non ha tardato ad arrivare.
“Alcuni miei compagni sono stati arrestati, altri sono spariti e di loro non se ne sa ancora niente. A un certo punto ho capito che per me era venuto il momento di andarmene”, racconta Agitu in un perfetto italiano. La sua famiglia aveva già lasciato il paese nel 2000 per andare negli Stati Uniti. “Mio padre era un professore all’università e aveva capito che anche per lui era pericoloso rimanere nel paese”, racconta.
Nel giugno del 2016, l’ong Human rights watch ha denunciato la repressione “senza precedenti” nei confronti degli oromo e il silenzio degli alleati stranieri di Addis Abeba, a cominciare dall’Unione europea, che finora si è limitata a semplici dichiarazioni. Nell’ottobre del 2016 in Etiopia è stato dichiarato lo stato di emergenza, i militari sono scesi in strada e hanno represso duramente le manifestazioni contro il governo. Secondo il rapporto di Human rights watch (Hrw), più di 500 persone sono state uccise nelle proteste dell’ultimo anno, ma il governo non ha confermato queste cifre. In due giorni, il 6 e 7 agosto 2016, nelle manifestazioni scoppiate nella regione di Oromia e di Amhara sono state uccise un centinaio di persone. Internet è stato bloccato per due giorni. “Molti sono in prigione, tanti attivisti sono stati uccisi, altri continuano a scappare”, racconta Agitu. Ma la comunità internazionale guarda in silenzio quello che succede in Etiopia. “L’importanza dell’Etiopia è strategica, con tutti i campi profughi che ci sono nessuno vuole rischiare di perdere il controllo del paese”, spiega Agitu, che nel frattempo ha scelto il Trentino per cominciare la sua seconda vita. di Annalisa Camilli da Internazionale.it
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Micro calcificazioni al seno, e la creazione di malati
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sabato 04 marzo 2017
Non più morte, non più sofferenza a causa del cancro entro dieci anni. Ora siamo sicuri che entro il 2015 il cancro diventerà una malattia cronica. Andrew Von Eschenbach, direttore del National Cancer Institute





Aveva le idee molto chiare Von Eschenbach, il dodicesimo direttore del National Cancer Institute. Il cancro è il business per eccellenza: non esiste attualmente area terapeutica che possa competere. L’Industria della malattia ne è ben consapevole e sta facendo di tutto per mantenere tale triste primato allargando il più possibile il mercato, rendendolo endemico nella popolazione e soprattutto cronico. Si tratta di un sogno malefico, ma cancronizzare la società significa avere miliardi di persone che convivranno con il loro tumore e che saranno curate per tutta la loro esistenza.
L’ennesima conferma che il cancro è l’Eldorado per le lobbies del farmaco arriva dall’analisi redatta da EvaluatedPharma (società leader di analisi e previsione del settore biotech e farmaceutico) dal titolo: World Preview 2016, Outlook to 2022 (Previsione mondiale 2016, anteprima al 2022).
Si tratta dell’area terapeutica dove i ricavi sono massimi.
Area terapeutica ..... 2015 ...................... 2022
Oncologia ............. 83.2 miliardi di $ ....... 190 miliardi di $
Diabete ................ 41.7 miliardi di $ ....... 66.1 miliardi di $
Malattie reumatiche. 48.8 miliardi di $ ....... 54.5 miliardi di $
Malattie virali ........ 50.7 miliardi di $ ....... 50.9 miliardi di $
Vaccini ................ 27.6 miliardi di $ ....... 39.0 miliardi di $
Il cancro secondo l’analisi avrà un trend di crescita del 12,5% nei prossimi sette anni, rimanendo indiscutibilmente la malattia più diffusa al mondo superando nel 2022 addirittura di ben tre volte il diabete che si trova al secondo posto.
Sovradiagnosi
Detto questo è bene parlare anche di sovradiagnosi oncologica perché trattasi di un problema di vitale importanza per centinaia di milioni di persone.
Gli screening di massa così come vengono praticati oggigiorno sono estremamente funzionali per l’Industria farmaceutica. Ecco il motivo per cui sono sempre gratuiti per la popolazione ignara.
Un detto russo ricorda che “solo nella trappola dei topi il formaggio è gratuito”.
Sotto una copertura culturale, linguistica e propagandistica di prevenzione, gli screening servono da una parte ad anticipare nel tempo le diagnosi (aumentandone il numero) senza diminuirne la mortalità (i dati ufficiali lo confermano nel caso della mammella, prostata, polmoni, ecc.) e dall’altra servono a cercare i malati tra i sani. E li trovano sempre! Qualsiasi esame diagnostico per immagini (Tac, Risonanza, mammografia, ecografia, ecc.) mette in evidenza lesioni o tumori in situ che non evolveranno mai e non creeranno nessun problema alla salute. Queste sono sovradiagnosi.
Tali anomalie scoperte in persone sanissime, non daranno mai sintomi o problemi seri nel corso della vita, ma una volta scoperte (siccome considerate tumori a tutti gli effetti) mettono in crisi i medici che le riscontrano e le persone che subiscono le diagnosi. I medici che praticano la cosiddetta medicina difensiva saranno costretti ad approfondire (per evitare rogne future) mandando la persona dallo specialista (normalmente un oncologo); mentre il neopaziente, nonostante sia oggettivamente sano, seguirà ciecamente e supinamente le indicazioni che riceverà poiché bloccato dalla paura.
Vivendo con paura una diagnosi, è l’amigdala del sistema limbico che prende il comando escludendo le parti più evolute del cervello responsabili del pensiero. In pratica non si ragiona più, il cervello viene scollegato facendoci fare tutto quello che ci viene detto…
Le pubblicazioni scientifiche sulle sovradiagnosi non mancano.
Il New England Journal of Medicine il 18 agosto 2016 pubblica uno studio secondo cui dal 50 al 90% dei tumori alla tiroide sono semplicemente sovradiagnosi. Si tratta di carcinomi in situ innocui che non necessitano di nessun trattamento. Nonostante questo, quante donne vengono oggi operate e irradiate per qualcosa che non andrebbe curato?
Il 9 luglio del 2009 il British Medical Journal ha pubblicato una revisione sistematica sulla sovradiagnosi di tumore al seno negli screening. I dati utilizzati sono stati presi da paesi quali Inghilterra, Canada, Australia, Svezia e Norvegia. Il risultato è che la sovradiagnosi nel cancro al seno è del 52%. Quindi un tumore su due diagnosticato al seno è sovradiagnosi.
Le lobbies lo nascondono, i medici lo ignorano e le donne non lo conoscono finendo nei corridoi dei reparti oncologici. Il tutto, spessissimo per un falso problema...
Micro calcificazioni al seno
Un altro dei falsi problemi spesso sono le micro calcificazioni alla mammella.
Per far gonfiare le statistiche a proprio tornaconto l’oncologia fa rientrare nel vasto calderone del cancro neoformazioni tipo polipi, tumori in situ e patologie che c’entrano poco o nulla con il cancro.
Non solo, vengono esclusi i malati che muoiono entro i primi giorni dal trattamento (chemio) e quelli che muoiono dopo 5 anni dal momento della diagnosi. Lo scopo è semplice: ingigantire i numeri di sopravvivenza per farci credere che i protocolli siano l’unica cura d’elezione.
La Vita stessa ci sta dicendo e insegnando che non è così: con le cure ufficiali si muore sempre di più.
Proprio questo potrebbe essere il motivo del perché le micro calcificazioni sono state fatte rientrare nel calderone, in fin dei conti i depositi di calcio sono diffusissimi.
In passato nessun medico si sarebbe mai sognato di cercare le calcificazioni, figuriamoci di diagnosticarle come cancro. Oggi è diventata prassi oncologica!
L’ecografia non è in grado di evidenziare questi depositi perché sono microscopici (il diametro è inferiore ai 0,5 millimetri), mentre la tecnologica mammografica oggi ci riesce sempre meglio.
Non esiste un solo esame diagnostico privo dei cosiddetti falsi-positivi e falsi negativi.
I falsi-negativi si hanno quando l’esame (Tac, risonanza, mammografia, ecc.) non vede il tumore che c’è, mentre i falsi-positivi sono l’esatto contrario: l’esame vede un tumore che in realtà non c’è!
Vanno sempre considerati in ogni esame diagnostico.
Si verificano risultati falsi-positivi quando le micro calcificazioni sono considerate maligne.
La sommazione tessutale può apparire come una distorsione del parenchima, che può essere erroneamente definita tessuto maligno. Una innocua lesione circoscritta può essere erroneamente interpretata come maligna, insieme ad altri reperti, come ad esempio un bordo irregolare.
Il dottor Paolo Veronesi (nomen omen), Direttore di chirurgia senologica all’Istituto europeo di oncologia di Milano afferma che la diffusione degli screening mammografici comporta un sempre più frequente riscontro di micro calcificazioni[1]. Chissà come mai….
Tale padre, tale figlio…
Lo ammettono senza mezzi termini: più mammografie si fanno e maggiori saranno le diagnosi di tumore (micro calcificazioni). Il circolo perverso è magistrale: più screening, più aumentano le diagnosi e più la santissima trinità (operazioni, chemio e radio) farà la sua apparizione apportando linfa vitale alle casse delle lobbies.
Il potenziale rischio delle mammografie
Il pericolo maggiore della mammografia, dopo i numerosissimi falsi-positivi e falsi-negativi è dato dal rischio che radiazioni ionizzanti regolarmente e ripetutamente concentrate sullo stesso tessuto possano col tempo indurre mutazioni tumorali di cellule sane della mammella, accelerare la proliferazione di cellule tumorali eventualmente già presenti, o peggio trasformarle in cellule tumorali staminali, di elevatissima e incontenibile aggressività.
Il potenziale rischio di induzione tumorale delle radiazioni ionizzanti di mammografie è un dato di fatto documentato e incontestabile.
Ecco cosa dicono i dati ufficiali tra entità delle radiazioni ionizzanti emesse per ogni mammografia e rischio di induzione di tumori o leucemie; considerando l’uso annuale o biennale della mammografia come screening, questi margini di rischio ovviamente si moltiplicano.
Una mammografia induce una dose ionizzante di 3 mSv (300 mRem) ed innalza pertanto il rischio di tumore mortale al 0,18% secondo la MSK (1 caso ogni 556 screening), al 0,05% secondo la RERF (1 caso ogni 1916 screening), al 0,030% secondo la NRPB (1 caso ogni 3333 screening).
Per 100.000 persone che hanno subito una mammografia e perciò assorbito questa medesima dose bisogna aspettare 180 tumori mortali indotti secondo la MSK (Mancuso, Stewart e Kneale), 52 secondo la RERF (Fondazione americano-giapponese post Hiroshima), 30 secondo la NRPB (Agenzia nazionale di radioprotezione del Regno-Unito).
Tenuto conto che in Italia ogni anno le donne che fanno la mammografia sono 1.479.665 (Dati 2012 del Ministero della Salute) significa che ogni anno a 270 donne sane verrà un cancro a seguito dei raggi-X.
Il gravissimo problema delle onde ionizzanti indotto dalle mammografie è tabù assoluto e infatti nessuno ha il coraggio di parlarne (ad eccezione di pochi medici tra cui il dottor Giuseppe Di Bella che ringrazio per i dati fornitimi), anzi la maggior parte dei medici consigliano l’esame routinario nell’ambito della cosiddetta prevenzione, ma ovviamente prevenzione non è visto che le mammografie primo non prevengono i tumori (anzi possono indurli) e secondo perché ne ne riducono la mortalità!
Classificazione dei tumori
Le calcificazioni hanno caratteristiche morfologiche diverse a seconda della loro origine, per cui vengono valutate dal radiologo con particolare attenzione la forma, la densità, il numero e la distribuzione nella ghiandola mammaria. Il medico (patologo e/o radiologo) ha una responsabilità enorme: sarà il suo occhio ad estrapolare la stadiazione, la benignità o malignità delle cellule.
Parametri (diagnosi di cancro maligno o livello di stadiazione) che decideranno la vita o la morte della persona. Il tumore viene classificato (stadiazione) valutando la sua estensione tramite il sistema TNM: T: estensione del tumore primitivo;
N: assenza o presenza e estensione di metastasi ai linfonodi regionali;
M: assenza o presenza di metastasi a distanza.
In aggiunta vengono dati dei numeri che indicano l’estensione del tumore, cioè T0, T1, T2, T3, T4 N0, N1, N2, N3, M0, M1 a gravità crescente. Il paradigma è che più il numero è crescente e più il tumore è grave.
Poi vi sono anche altre indicazioni specifiche che riguardano singoli organi: il cancro alla prostata va da 1 a 10 gradi di Gleason e per il tumore al seno la stadiazione va da 0 a IV.
Questi numeri serviranno agli oncologi per inquadrare la gravità e quindi per valutare o meno il percorso chemioterapico. Sottoporsi ad una chemio o meno può fare una grande differenza per quella vita.
La stadiazione ricordiamo, viene decisa soggettivamente dall’occhio di un medico.
La soggettiva visione dell’occhio del medico, la sua preparazione e la sua condizione mentale e spirituale incidono nel bene o nel male sulla Vita (oggettiva) di milioni di persone.
Tutto si può dire tranne che la medicina sia una scienza esatta ed oggettiva.
Conclusione
In conclusione le micro-calcificazioni non sono necessariamente l’espressione di un processo tumorale (e se anche lo fossero indicano semplicemente il residuo di un vecchio tumore passato che non va ad incidere minimamente sulla salute della donna). Il più delle volte però rientrano nei normali processi di invecchiamento dei canali ghiandolari (per esempio l’allattamento o meno al seno può influire).
Se è vero che non vanno sottovalutate completamente è altrettanto vero che non devono portare a tutte quelle misure terapeutiche oggi basate sul loro riscontro sicuramente eccessive e interessate.
Da non molto purtroppo questa è diventata prassi oncologica, con tutti gli risvolti che si possono immaginare. Esattamente come avvengono i depositi di grasso, colesterina e sali minerali all’interno delle arterie (placche), così può avvenire il deposito di calcio all’interno dei dotti mammari.
Per l’Industria è molto più redditizio far considerare al medico le micro calcificazioni come dei tumori piuttosto che per quello che realmente sono: vecchi depositi.
Quanto manca alle case farmaceutiche per proporre il colesterolo come marcatore tumorale o come cancro vero e proprio? In fin dei conti anche il colesterolo è qualcosa che cresce dentro l’organismo in maniera caotica e continua. Invece di vendere statine e anticorpo-monoclonali potranno spacciare chemioterapia citotossica a miliardi di persone…
[1] “Le microcalcificazioni al seno sono indizio di un tumore maligno?” Intervista al dottor Paolo Veronesi, www.corriere.it/salute/sportello_cancro/16_aprile_08/microcalcificazioni-seno-sono-indizio-un-tumore-maligno-8af8cc84-fdaa-11e5-820b-500d9d51558a.shtml
di Marcello Pamio
font. disinformazione.it

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Il sangue “risparmiato”
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mercoledì 01 marzo 2017



In un libro molto bello uscito nel 2013, dal titolo “La conta dei salvati”, la storica Anna Bravo ci ricorda, attraverso alcune dettagliate ricostruzioni che vanno dalla Grande Guerra alle battaglie autonomiste del Tibet, che il sangue risparmiato fa storia (o almeno dovrebbe farla) come il sangue versato. Il racconto delle gesta di chi si è speso per salvare delle vite in tempo di guerra mi è tornato insistentemente in mente mentre leggevo i risultati di uno studio realizzato dal Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale (Cergas) dell’Università Bocconi di Milano per quell’arzilla novantenne che è oggi l’Associazione dei Volontari Italiani del Sangue (Avis). Presentata lo scorso 20 febbraio a Roma, presso la Camera dei Deputati, l’indagine è contenuta nel libro “La VIS di AVIS. La valutazione dell’impatto economico e sociale dell’Associazione Volontari Italiani del Sangue”, curato dal presidente nazionale Avis Vincenzo Saturni, assieme al professor Giorgio Fiorentini e alla dottoressa Elisa Ricciuti dell’Università Bocconi e ha voluto approfondire e quantificare i benefici sanitari, sociali e relazionali prodotti dai donatori volontari di Avis attraverso le risposte di un campione di 1.023 donatori di 4 diverse sedi.
I risultati? Molto interessanti per i donatori abituali, ancor di più per chi non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di diventare un donatore. In ambito sanitario, infatti, “circa il 13% dei volontari del sangue ha potuto usufruire di una diagnosi precoce di qualche patologia attraverso i test di qualificazione sierologica e le visite medico specialistiche che precedono la donazione di sangue”, un servizio che oltre ad informare in anticipo il donatore sulle sue mutate condizioni di salute, permette di fare prevenzione con significativi risparmi per il Servizio Sanitario Nazionale. Ma i benefici riscontrati non si fermano qui e hanno riguardato anche le abitudini alimentari dei volontari, visto che il 56,8% dei donatori ha affermato “di aver cambiato in meglio le proprie abitudini nutrizionali proprio in virtù dell’appartenenza a un’associazione di volontariato del sangue. Il 37,8% ha ritenuto importante diminuire il consumo giornaliero o settimanale di alcolici. Il 42,3% del campione ha affermato di aver modificato i propri comportamenti come fumatore, o eliminando del tutto l’abitudine oppure riducendo il consumo giornaliero di sigarette”. Se qualcuno avesse ancora dubbi sui benefici apportati dall’essere un donatore di sangue aggiungiamo il dato sull’attività fisica: “con il 26,2% degli intervistati che dichiara di aver aumentato spontaneamente le ore settimanali dedicate alla corsa o ad altri sport”. L’analisi del Cergas ha cercato infine di capire gli eventuali benefici maturati dai donatori Avis in campo relazionale e sociale, scoprendo che il 30% dei donatori volontari ha stretto rapporti interpersonali con altri associati, con una media di 5,1 persone nuove conosciute. Inoltre è stato di circa il 70% il campione di donatori e volontari che hanno affermato “di aver accresciuto il proprio senso di soddisfazione e autorealizzazione dalla partecipazione alle attività dell’associazione”, sviluppando una maggiore sensibilità anche nei confronti di altre organizzazioni di volontariato, tanto da far dichiarare al 32% del campione “la propria disponibilità a collaborare per altre Onlus” e al 23% “la volontà di incrementare le proprie erogazioni liberali”. Ma come si traducono le percentuali dei benefici sanitari, sociali e relazionali prodotti dai donatori volontari di Avis e con buona probabilità anche di una parte consistente dei donatori delle altre realtà che in Italia compongono il Coordinamento Interassociativo dei Volontari Italiani del Sangue (Civis) cioè Avis, Fidas, Fratres e Croce Rossa Italiana?
Nel tentativo di quantificare il valore che viene attribuito all’esperienza della donazione, lo studio ha determinato in 8 Euro la cifra restituita in media alla comunità per ogni Euro che viene investito nelle attività del volontariato del sangue e in 17,85 Euro il costo risparmiato per ogni donazione di sangue, un valore ottenuto dalla somma dei costi di spostamento per arrivare al centro trasfusionale o all’unità di raccolta dell’associazione, dal costo in termini di rinuncia ad altre attività personali o lavorative e da un’ipotetica disponibilità a pagare per l’attività di volontariato. Il metodo di valutazione usato nella ricerca, cioè quel Social Return on Investment (Sroi) meglio conosciuto in italiano come Ritorno Sociale sugli Investimenti, ha misurato quindi la capacità di un’associazione come Avis di generare un valore economico per la collettività, attraverso la promozione delle attività di donazione e/o volontariato all’interno dell’Associazione. Tutto qui? Certo il ritorno economico non solo sulla sanità pubblica è importante, ma la ricerca ha mostrato che vi è molto di più dietro l’organizzazione e il prelievo del sangue dei donatori. “Per quanto il volontariato non sia nella sua essenza quantificabile - ha dichiarato il presidente Saturni - con questa ricerca abbiamo voluto svelare le ricadute positive sanitarie e sociali del volontariato del sangue, frutto anche di una organizzazione attenta, capillare e basata sulla programmazione. Ci auguriamo che questo testo possa fungere da strumento di approfondimento e di lavoro per tutti i soggetti interessati, a partire dai decisori politici ai vari livelli, Governo e Ministeri competenti, Regioni, Enti Locali, per il mondo dell’associazionismo, per gli operatori sanitari del settore trasfusionale e non solo”. In questo senso il volume di Avis offre un interessante punto di vista sul cosiddetto “superamento del PIL” rilanciando, a partire dal sangue donato, la convinzione che esista un modello di valutazione sociale che misura, quantifica e comunica con parametri non solo e sempre economici. Ma cosa c’entra tutto questo con la lezione della storica Anna Bravo? “Sarei felice - ha scritto la Bravo nel primo capitolo del libro che ho ricordato in apertura - se questi racconti servissero a ribadire due preziosa ovvietà: che fare qualcosa o non farlo dipende dai rapporti di forza, ma quasi altrettanto dalla forza interiore; e che il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato”. Per quanto il libro racconti le vite salvate in tempi di guerra, mi sembra di poter trovare un filo conduttore anche in tempo di pace nell’opera di tutte le associazioni e le federazioni impegnate, grazie alla loro capillare rete di donatori, nella quotidiana e spesso poco conosciuta raccolta di quel “sangue risparmiato” per chiunque ne abbia bisogno. Un contributo sanitario, civile e sociale importantissimo, che va ben oltre l'aspetto meramente economico e che spesso fa di un gesto isolato ed emotivo un’abitudine di vita come è stato per Fratel Vasco Santi, dal 1975 coordinatore del Gruppo Donatori “San Leone Magno” dell’Ematos-FIDAS e nominato lo corso 2 febbraio all’età di 89 anni Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana “per il suo straordinario contributo nella promozione e organizzazione delle campagne di donazione del sangue”. Tra le onorificenze conferite “motu proprio” dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella quella a Santi è stata “Un giusto riconoscimento - ha ricordato la Fidas - per chi ha dedicato una buona parte della propria vita educando gli studenti alla solidarietà, attraverso la donazione volontaria, periodica, responsabile, anonima e gratuita del sangue umano e dei suoi componenti”.

di Alessandro Graziadei
Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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