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CIVILTANO' - LA 7 NEWS
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Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Deforestazione: siamo verso il punto di non ritorno Notizie
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martedì 11 dicembre 2018



Alla COP24 stiamo cercando di capirne di più sugli effetti del cambiamento climatico sulla deforestazione e, in particolare, su come i Nationally Determined Contributions (NDCs), stabiliti nell’accordo di Parigi, possano essere cruciali per tutelare i diritti delle popolazioni indigene.
Abbiamo affrontato la questione con un delegato della fondazione Rainforest Foundation Norway che ci ha presentato i risultati del loro ultimo rapporto. Scopo del rapporto è valutare il ruolo delle foreste tropicali nella mitigazione dei cambiamenti climatici in sei Paesi principali (Brasile, Indonesia, Perù, Colombia, Repubblica Democratica del Congo e Myanmar), tenendo in considerazione i NDCs di questi Paesi per il futuro delle foreste tropicali. Queste nazioni devono, infatti, dimezzare il processo di deforestazione entro il 2030 se vogliono raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi, ovvero quello di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5 C°. Un problema da affrontare con urgenza, legato alla deforestazione, è anche quello del riconoscimento dei diritti fondiari delle popolazioni indigene, affinché la loro stessa esistenza non venga compromessa.
Tuttavia, leggendo i risultati di questo rapporto, nessuno degli NDCs di questi paesi è in linea con l’obiettivo di limitare le emissioni di gas serra e, verosimilmente, la deforestazione che interessa il Perù e la Repubblica Democratica del Congo aumenterà rapidamente. La politica ambientale dell’Indonesia, portata avanti da Anggalia Putri Permatasari, è l’unica ad avere un obiettivo specifico per la protezione delle foreste. Nonostante questo però il governo indonesiano sta stanziando più fondi per la deforestazione che per l’effettiva tutela delle foreste nazionali e la normativa vigente in materia manca di trasparenza ed è inficiata da un alto tasso di corruzione.
Un altro punto controverso è che in molti casi, come in Myanmar, la tutela delle foreste limita di fatto il diritto delle comunità locali ad avere accesso alle risorse naturali. Laddove, invece, questi diritti esistono - sostiene Milena Bernal dell’Asociation Ambiente y Sociedad in Colombia - sono diritti ambigui e non legalmente vincolanti. La visione più pessimista è stata espressa da Patricia Zupi, della Rede de Cooperação Amazonica Brasil: dopo l’elezione di Jair Bolsonaro lo scorso novembre, il Brasile sta assistendo a un’inversione di marcia nel processo di riforestazione, che era stato appena avviato dal governo precedente.
A livello globale, purtroppo, non esiste ancora un piano concreto per affrontare la deforestazione e se non si farà nulla il degrado delle foreste aumenterà in diversi paesi della fascia tropicale, che costituiscono tra l’altro, le nazioni più povere del mondo. Ci auguriamo, pertanto, che i negoziatori della COP24 tengano in seria considerazione il problema della deforestazione per raggiungere, di comune accordo, una soluzione più sostenibile. Ma soprattutto, auspichiamo che la COP24 accenda i riflettori su un problema ancora sconosciuto alla maggioranza dei cittadini.

font.unimondo.org

Luca Kosowski , Marta Benigni da Stampagiovanile
La presenza a Katowice della società civile, e in particolare dei giovani, è essenziale per monitorare i processi in corso e spingere le delegazioni politiche internazionali, in primo luogo l’Italia, ad assumersi impegni concreti e più ambiziosi soprattutto nel compiere un radicale cambiamento dell’attuale modello economico di produzione e di consumo. Il proprio contributo in questa direzione lo sta dando anche la delegazione di 20 persone tra studenti universitari, delle scuole superiori e ricercatori trentini, che partecipano alla COP24 a Katowice nell'ambito del progetto “Visto Climatico”. Promosso dall'associazione Viração&Jangada, “Visto Climatico” è sostenuto dall'Assessorato competente alla Cooperazione allo Sviluppo della Provincia di Trento e dal Centro Europeo Jean Monnet, l’Associazione Mazingira (MUSE), Fondazione Fontana con il portale Unimondo, l’Associazione In Medias Res in collaborazione con l’Osservatorio Trentino sul Clima.


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Da Torino alla Costa d’Avorio in bicicletta
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Scritto da Administrator   
lunedì 26 novembre 2018



“Casa è un posto dove parcheggiare la bici”, cosí sosteneva il grande scrittore e viaggiatore britannico Bruce Chatwin, ed è questa la filosofia che ha sposato Filippo dal 2 gennaio di quest’anno, cioè da quando ha dato inizio al suo viaggio: una pedalata in solitario che finora da Torino lo ha condotto fino alla Costa d’Avorio. Pochi i capisaldi del suo percorso: Torino, Dakar, Windhoek per giungere alla dinamica Cape Town, passando per la miriade di paesi che costellano l’Africa Occidentale.
Solo un paio di volte è dovuto ricorrere a mezzi extra: il traghetto per il Marocco e un treno merci nel deserto della Mauritania. Un viaggio esplorativo, sostanzialmente privo di itinerario, come una piuma che delicatamente si fa trasportare dal vento. Come scrive Filippo nel suo blog: “Il lavoro di preparazione per questo viaggio è stato più dedicato al dove non passare.
Alcune zone del continente africano sono calde, molto calde, e non soltanto a causa della latitudine”.
Lui, trentenne piemontese di Castelnuovo Don Bosco, laureato in Ingegnieria Aerospaziale al Politecnico di Torino, da una decina d’anni godeva di una buona posizione all’Avio di Rivalta, il tipo di lavoro, a tempo indeterminato, tanto agognato dai ragazzi della sua generazione. Da tempo però il posto fisso gli andava stretto. Alpinista-arrampicatore di passione, adora praticare diversi sport e, appena il lavoro glielo permetteva, partiva per vacanze che molti definirebbero estreme: un giro in bici per i fiordi norvegesi, la traversata, sempre in bici, del Takikistan e del Kirgikistan, il cammino di Santiago da solo, oltre all’ascensione di vari ghiacciai alpini.
Insomma un ragazzo che non si lasciava risucchiare da divano e televisione. Ciò nonostante si sentiva intrappolato dalle poche “striminzite” settimane di vacanza che gli venivano concesse all’anno, durante le quali accumulava una dose tale di vita da poterci rimuginare su per qualche tempo. Gli capitava di incontrare viaggiatori che attraversavano continenti interi, chi in autostop , chi alla guida di mirabolanti bici o motociclette, e di sentirsi impotente di fronte a tanta elettrizzante energia umana. “Da dove sei partito?”, “Dalla Siberia e sto tornando a casa in bici, e voi?”, “Mmh, Italia. due settimane di vacanza, ma poi si torna in ufficio!”. Era la tipica conversazione da vacanza che pungolava le sue aspirazioni, con un pizzico d’invidia. Il desiderio di qualcosa di più continuava a bussare alla sua porta.
Finche a metà del 2017, di ritorno dalle steppe Tagike, matura la decisione: un viaggio in bici in direzione Sud, alla scoperta del continente Africano. L’intenzione è di evitare le strade più battute e le città più caotiche, incuneandosi in percorsi sterrati nelle zone rurali dell’Africa, quella autentica e magica. Filippo spera di entrare in contatto con le comunità locali, i villaggi, conoscerne le tradizioni, condividere con loro preziosi momenti di vita, quale testimone di un’Africa senza filtri, di cui abbiamo purtroppo tanta paura, spesso ingiustificata. La migliore cura contro i pregiudizi che assediano le nostre menti; cosí brutalmente alimentati da quotidiani e politici che inneggiano all’odio cieco e abietto.
La sua voce al telefono è pacata, ma emana un’energia che contagia: “Oggi mi fermo a dormire in una piccola chiesetta, in una comunità guidata da un prete statunitense. Stanotte ho un tetto solido sotto il quale il dormire.” Un lusso, considerate le tante notti che ha dormito in tenda. “Le persone sono talmente aperte , gentili e disponibili, che non è mai stato un problema trovare un posto dove farsi accogliere. La situazione tipo è la seguente: arrivo in un villaggio sperduto, cerco il capovillaggio e mi siedo da solo con lui a conversare. Nel giro di 5 minuti, giro la testa e mi ritrovo circondato da un centinaio di curiosi osservatori”.
Nell’Africa rurale, se sei un uomo bianco, non esiste la privacy: “‘Monsier Le Blanc monta la tenda, guardate! – Osservate come accende il fornelletto per cucinare! – L’uomo bianco fa la doccia col secchio d’acqua!’. Più di tutti mi colpiscono i bambini: quando ti vedono in lontananza, prima scappano dalle loro famiglie, poi prendono fiducia e ti rincorrono. Peraltro, un atteggiamento ampiamente motivato. Qui in tanti paesini vale ancora la favola dell’uomo bianco (l’equivalente del nostro “uomo nero”) che ti acchiappa e ti porta via. Beh, a pensarci è tutt’altro che una favola. Tanti bambini non hanno mai visto un bianco”. Filippo li chiama i suoi angeli custodi: “ti fissano anche mentre dormi”. Gli rivolgo poche domande, non ce n’è bisogno.
Le sue non sono risposte, sono torrenti in piena, incubatori di vita vissuta, catalizzatori di emozioni, corredati di aneddoti e morali che hanno trovato il loro spazio nella sua testa, dopo quasi un anno di strada. Alla domanda se si sia mai sentito minacciato, non esita un secondo: “Assolutamente no. Ci sono stati un paio di episodi ambigui, dove il mio timore era più dettato dal non conoscere le persone, dal buio, e forse dai tabù e le credenze che ci siamo creati. Ma poi si sono conclusi in sorrisoni”. Si considera orgoglioso e fortunato di non aver ancora pagato nulla e nessuno. In paesi dove niente è scolpito sulla pietra, le regole sono lontane dalla quotidianità e i ricatti all’ordine del giorno.
“Ho sviluppato una specie di sesto senso per le persone che mi approcciano. Chi ti chiama da lontano si capisce in fretta che cerca soldi, specialmente nelle città più grandi, dove bisogna stare più attenti”. Ma gli episodi dove viene sorpreso positivamente dall’onestà della gente sono molti di più: come quella volta in Marocco dove, dopo l’ennesima tazza di the, lascia la bici legata a un palo vicino a una casa, monta in sella alla moto di un signore e viaggiano insieme per 40 minuti. Non nasconde la preoccupazione per la bici, ma alla fine la sua fiducia viene ripagata e il giorno seguente ritrova la bici nello stesso identico punto.
Nella nostra chiamata c’è anche il tempo di analizzare la missione del viaggio di Filippo. “Io sto ricevendo molto di píu di quello che sto dando. Ovviamente non posso permettermi di fare regali e distribuire soldi a tutti”. Inutile negarlo. Si chiama spirito di auto-conservazione. Ma la sua presenza va molto oltre il mero fattore economico o una sobria beneficiencia. Mi ricorda che il semplice fatto di presentarsi, lui uomo bianco, su una bici, pieno di polvere, fango, di fronte alle popolazioni locali, agli occhi dei bambini, trasmette un insegnamento unico, un esempio di vita in carne ed ossa, che difficilmente troveranno altrove. Spesso, e soprattutto nei paesi più poveri (Guinea, Sierra Leone, Liberia), le sere nei villaggi si siede attorno ad un fuoco con un gruppetto di 5-10 persone, solitamente giovani, a raccontare come si vive in Europa, anche sfatando certi miti e probabilmente disincentivando alcune persone a partire. Sono serate di scambi, dove i locali hanno l’occasione di imparare tantissimo. Tante persone riconoscono che una chiacchierata con Filippo non ha prezzo.
Nei mesi si è reso conto che lo stereotipo di viaggio che si era prefissato alla partenza è cambiato profondamente. Non sono i tramonti nella savana, le dune del deserto, i panorami mozzafiato a contraddistinguere il suo cammino, sebbene stupendi nella loro sintesi. Non sono gli aspetti esteriori. La diversità sta nello scrigno intimo di ognuno di noi. Nel creare l’empatia con le persone di un villaggio di 30 abitanti, con un gruppo di donne con un carico di riso in testa, nell’instaurare un legame personalissimo e indissolubile con un artigiano del legno, che mai nessuna foto potrà catturare. La bellezza sta nel cuore pulsante delle persone. Senza di loro le meraviglie naturali soffrirebbero di una paradossale solitudine.
Naturalmente, Filippo ci tiene a sottolineare che il viaggio non è tutto rosa e fiori. A volte l’impossibilità di trovare pezzi di ricambio per la bici, altre volte la mancanza di un qualsiasi tipo di servizio, anche di un semplice negozio per comprare il pane. Oppure, come quella volta in Liberia, dove, dopo centinaia di chilometri nel fango, era sul punto di mollare tutto. Insieme ad altri due amici, che lo hanno accompagnato per una decina di giorni, si è trovato in una strada impantanata, nel tardo pomeriggio, a pochi minuti dall’imbrunire, con un caldo tropicale, senz’acqua, senza energie. Non c’erano indicazioni di villaggi nei paraggi, e i ragazzi si sono sentiti senza un’apparente via d’uscita. “Alla fine sono usciti dal nulla due ragazzi che ci hanno informato dell’esistenza di una casa in costruzione a un km di distanza, e ci hanno addirittura aiutato a spingere le bici fino alla casa, senza poi chiedere niente in cambio”.
Gli chiedo cosa manca all’Africa che ha visto finora: “a livello umano sono splendidi; purtroppo non c’è un vero accesso all’educazione; spesso mancano proprio i trasporti per portare i bambini e i maestri a scuola. Durante la stagione delle pioggie le strade sono impercorribili e tutto si blocca. E spesso ci finisco io a dormire in scuole totalmente deserte, come mi è accaduto in Guinea Bissau”. Mi fa presente che quasi tutti i paesi attraversati, chi prima chi poi, sono passati da una guerra civile, pure nella stessa Costa d’Avorio. Paradossalmente, però, ai suoi occhi sono apparse popolazioni molto pacifiche, dove convivono serenamente tribù e religioni diverse (islam, cristianesimo, religioni animiste), come quel famoso cimitero musulmano-cristiano senegalese costruito con delle conchiglie. D’altronde è nelle avversità e nelle difficoltà dove più ci si aiuta.
Un viaggio in bici ti permette di vivere davvero i luoghi che visiti, come un’esperienza tantrica che abbraccia tutti sensi, e te ne sviluppa di nuovi, tra i tanti sorrisi dei bambini e gli sguardi simpaticamente perplessi degli adulti. Di settimana in settimana medita sul da farsi, se continuare o magari tornare. Occasionalmente scrive anche su facebook. Filippo è diretto in Sudafrica, ma mi confessa che nelle sere di libertà gli piace “smanettare” sull’applicazione delle mappe che sta usando, pianificando già il prossimo viaggio, verso chissà quali angoli del mondo. Hermann Hesse nel suo Siddharta diceva: siamo quello che viviamo, una soluzione unica tra passato presente e futuro, una convivenza destrutturata delle nostre esperienze sensoriali spalmata nel tempo. “Il fiume si trova dovunque in ogni istante, alle sorgenti e alla foce, alla cascata, al traghetto, alle rapide, nel mare, in montagna, dovunque in ogni istante. Per lui non vi è che presente, neanche l'ombra del passato, neanche l'ombra dell'avvenire". Dalle parole di Filippo si percepisce qualcosa di rassicurante, come il dolce scorrere di un fiume. font.unimondo.org.

Marco Grisenti
Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente.

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L’Abaya nero indossato a rovescio, protesta delle donne saudite
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lunedì 26 novembre 2018



Iniziativa sovversivao atto di liberazione?
Le donne saudite tornano ad alzare la voce e a reclamare diritti che molto spesso, al contrario di quanto si crede in Occidente, non sono negati o imposti dalla religione islamica ma da tradizioni tribali fatte diventare leggi dalla dinastia Saud, che sta ormai svelando al mondo i suoi lati peggiori su troppi fronti. Con una originale forma di protesta le saudite da alcuni giorni postano su twitter, #insideoutabaya’ le foto dell’Abaya , la tunica/sacco nera dentro cui sono costrette in pubblico, indossato però alla rovescia, cuciture in vista e niente d’altro, s’intende, ma è protesta e clamorosa, il rifiuto dell’abbigliamento imposto loro dallo stato.
Una protesta che sta avendo una risonanza mondiale. «Poiché le femministe saudite sono infinitamente creative, e hanno escogitato nuove forme di protesta e su #insideoutabaya, stanno postando immagini in cui indossano in pubblico l’abaya alla rovescia come obiezione silenziosa alla pressione per indossarlo», ha scritto l’attivista Nura Abdelkarim. Altra identità segreta segnalata da Michele Giorgio, Nena News, Athena: «Siamo donne che rifiutano tutti i costumi e le leggi che offuscano la nostra esistenza e la nostra identità». Alla campagna si è unita anche Malak al Shehri, arrestata nel 2016 dopo aver postato una foto in cui appare con i capelli scoperti e senza velo.
Ipocrisia al potereil clero wahhabita
Le donne in Arabia saudita, schiacciate dall’alleanza tra il rigidissimo clero wahhabita e la dinastia Saud, obbligate ad indossare in pubblico un abaya, un lungo camice nero che copre tutto il corpo eccetto la testa, i piedi e le mani. Per la testa un altro indumento, il niqab, che la copre tutta eccetto gli occhi. Ed anche le donne straniere hanno l’obbligo dell’abaya in pubblico, solo che le nostre reporter le possono esibire col vanto di una divisa da trincea, per poi tornare ai jeans o gonne di casa.
Va subito precisato che queste regole apparentemente assurde, sono fatte osservare con pugno di ferro dalla ‘muttawia’, la polizia religiosa agli ordini del ‘Comitato per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio’, impegnata anche ad impedire la «promiscuità» in tutti i luoghi pubblici. Le donne saudite anche sui social non possono mostrarsi senza l’abaya. «Ne sa qualcosa la modella Khulood arrestata nel 2017 per essere apparsa in un video in shirt e minigonna mentre camminava in una fortezza storica nel villaggio di Ushaiqer», aggiunge Michele Giorgio. Donna essere minore a cui è vietato aprire un conto bancario, richiedere un passaporto e viaggiare all’estero senza il permesso di un uomo. Ogni donna deve avere un tutore di sesso maschile.
#insideoutabayacontro il principe
La campagna #insideoutabaya è anche una protesta contro il principe ereditario Mohammed bin Salman, coinvolto nell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi. L’erede al trono, che i media occidentali avevano frettolosamente dichiarato ‘innovatore’, prima di occuparsi nel modo ormai noto del dissidente Khashoggi, aveva annunciato l’alleggerimento delle norme sull’abbigliamento femminile, udite udite. «Le leggi sono molto chiare e stabilite dalla Sharia: che le donne indossino abiti decorosi e rispettosi, come gli uomini» aveva detto Bin Salman alla tv, «e la Sharia non specifica in particolare un abaya nero». Libertà di colore, era l’innovazione democratica rivoluzionaria promessa. Con due avalli religiosi di massimo livello: Ahmed bin Qassim al-Ghamdi e lo sceicco Abdullah al Mutlaq del Consiglio degli studiosi anziani hanno affermato che la Sharia non impone l’abaya e neppure che sia solo di colore nero. «Oltre il 90 per cento delle pie donne musulmane nel mondo musulmano non indossano l’abaya, quindi non dovremmo costringere le persone a indossare gli abaya», ha spiegato al Mutlaq.
Principe incerto etrono traballante
«Alle belle frasi del principe e dei due religiosi non sono però mai seguite decisioni ufficiali, nero su bianco, e la maggiore libertà per le donne saudite, almeno nell’abbigliamento, è rimasta una affermazione vuota e incompiuta», scrive il Manifesto. L’ambiguità politica (e non solo) di Mohammed bin Salman, di fatto già a capo del regno da quando è stato nominato erede al trono dal padre, re Salman. Giusto ricordare, sul fronte del riscatto femminile in quel Paese che definire maschilista diventa un complimento, a giugno, su impulso sempre dello stesso Mohammed bin Salman, è stato finalmente concesso alle donne di guidare l’auto, in accoglimento di una battaglia durata quasi trent’anni. Subito seguito, a calmare le acque per eccessive futuro pretese, dall’arresto di alcune fra le più note attiviste saudite dei diritti delle donne.
Ma adesso il principe ereditario pare doversi occupare di problemi ben più gravi e molto personali, su come evitare di perdere in un colpo solo regno per se, se non addirittura, per il Padre e per tutta la pletore di 7000 principi cugini dei Saud, prolifici e petroliferi.
Ennio Remondino da Remocontro.it
font.unimondo.org.


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