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Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Inquinamento da farmaci: danni collaterali delle cure PDF Stampa E-mail
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Scritto da Administrator   
martedì 14 agosto 2018



Quella dell’inquinamento da farmaci è una questione della quale si sa ancora poco e si discute ancora di meno. La nostra è sempre più una società con maggiore disponibilità e facilità di accesso ai farmaci. Ciò comporta la conseguenza positiva di un miglioramento delle cure e di una longevità davvero impensabile solo alcuni decenni fa, eppure c’è anche un inquietante rovescio della medaglia.
Tutte le vie dell’inquinamento da farmaci
Sono in particolare tre i momenti nei quali si può verificare l’inquinamento da farmaci. Prima di tutto nella fase della produzione, quindi direttamente dagli scarichi delle aziende farmacologiche. Poi nel momento dello smaltimento dei farmaci, sia quelli scaduti che quelli inutilizzati. Uno studio del 2014, realizzato nelle farmacie di Verona e provincia in collaborazione con Federfarma, ha evidenziato come ancora il 22% degli intervistati (che erano i clienti delle farmacie) smaltiva i farmaci scaduti e quelli non utilizzati direttamente nel wc, nel lavandino o nella spazzatura. Molti quindi sono ancora refrattari a utilizzare gli appositi contenitori che ormai qualsiasi farmacia, anche nei paesi più piccoli, mette a disposizione dei clienti. Infine, l’inquinamento da farmaci può derivare dall’eliminazione dei principi attivi dal nostro organismo una volta assunto il farmaco. Attraverso le fognature, le feci e le urine che contengono tracce dei farmaci assunti, raggiungono l’acqua, fiumi, laghi, mari e oceani.
Secondo l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) “l’escrezione di farmaci dopo l’uso terapeutico umano e veterinario è la porta principale d’ingresso dei farmaci nell’ambiente ed è una conseguenza inevitabile del consumo di medicinali e pertanto molto più difficile da controllare. I farmaci sono generalmente solubili in acqua e quindi finiscono negli scarichi fognari. Molte sostanze chimiche farmaceutiche non sono degradabili per resistere all’ambiente acido dello stomaco o per avere una lunga durata, e possono penetrare, persistere e diffondersi nell’ambiente, specialmente nelle acque, e ritornare, attraverso la catena alimentare, negli esseri umani”. Di questi problemi si occupa la Ecofarmacovigilanza, una scienza emergente che racchiude – secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – “le attività di rilevazione, valutazione, comprensione e prevenzione degli effetti negativi legati alla presenza dei prodotti farmaceutici nell’ambiente”.
Quantità ed effetti dell’inquinamento da farmaci
Da alcuni anni i progressi della scienza consentono di realizzare studi capaci di verificare la presenza di farmaci nell’ambiente, cosa una volta impossibile, e di valutare dunque la eco-tossicità dei principali prodotti in commercio. Da tali studi è chiaro che non si tratta di concentrazioni altissime, e quindi non parliamo di emergenza immediata, ma di sostanze presenti nell’acqua in concentrazioni molto piccole: nell’ordine dei microgrammi al litro o addirittura nanogrammi al litro. Gli studi quindi si concentrano nel valutare i rischi di una esposizione continua a un basso dosaggio di decine di sostanze attive diverse. I primi risultati di tali ricerche furono quelli derivanti dagli studi di due chimici berlinesi, Thomas Heberer e Hans-Jurgen Stan, che già negli anni Ottanta del secolo scorso, cercando prove di inquinamento di un erbicida nelle acque di laghi e di fiumi, si imbatterono nella presenza di acido clofibrico. Si tratta di una sostanza presente nei farmaci anti-colesterolo.
Da quel momento in poi anche altri laboratori notarono la presenza di tale sostanza sia in Europa che nel Nord America. Più recentemente, nel 2011, l’Agenzia Nazionale di Sicurezza Sanitaria Francese ha rilevato come un quarto dei campioni di acqua potabile analizzati contenessero tracce di farmaci, in particolare antiepilettici e ansiolitici. E ancora, concentrandoci sul nostro Paese, una ricerca condotta in Lombardia ha evidenziato la presenza di numerosi farmaci (dagli antibiotici agli antitumorali, dagli antinfiammatori ai diuretici, dagli ansiolitici agli antidepressivi) nelle acque lombarde, nei sedimenti dei fiumi Po, Lambro e Adda e negli acquedotti di Varese e Lodi. Le conseguenze della presenza di tali sostanze nelle acque e nel suolo sono state studiate sugli animali. Sempre secondo l’Aifa, uno studio in Pakistan ha rivelato che gli avvoltoi subiscono gravi danni renali dal consumo delle carcasse di bestiame trattate con questo farmaco. In un periodo di tempo relativamente breve, il numero di avvoltoi è diminuito così drasticamente da renderli una specie in via di estinzione. Un altro esempio è la sterilità delle rane attribuita a tracce di pillole contraccettive orali nelle acque. La presenza di ormoni sessuali femminili (etinilestradiolo) nell’ambiente acquatico sembra provochi mutazioni sessuali nei pesci.
È ipotizzabile che gli esseri umani, che sono in cima alla catena alimentare, possano essere interessati dagli inquinanti farmaceutici ambientali. Ancora, due ricerche realizzate sia in Corea che in Cina hanno dimostrato come un comune antidolorifico da banco come l’ibuprofene crei seri danni riproduttivi al pesce del riso; uno studio tedesco ha invece descritto tutti i danni al fegato, ai reni e alle branchie della trota arcobaleno causati dal diclofenac, un antinfiammatorio molto utilizzato. Uno dei problemi più gravi poi è sicuramente quello della dispersione degli antibiotici. In questo caso. Il pericolo principale, infatti, è la resistenza microbica in quanto – come scrivono Bikash Medhi and Rakesh K. Sewal, due farmacologi indiani dell’Institute of Medical Education and Research di Chandigarh, in un editoriale pubblicato sull’Indian Journal of Farmacology – “l’esposizione continua a basse dosi di antibiotici attraverso l’acqua potabile potrebbe condurre infatti a forme di resistenza” combattendo anche i batteri utili all’ecosistema acquatico e contribuendo in questo modo allo sviluppo di pericolosi ceppi resistenti.
L’importanza di sensibilizzare farmacisti e pazienti
Calcolando che in solo dieci anni, dal 2000 al 2010, le prescrizioni di farmaci sono aumentate del 60%, con un incremento annuale che si aggira intorno al 2-3%, e che solo una parte di questo aumento è dovuto all’invecchiamento della popolazione, la prima soluzione al problema dell’inquinamento da farmaci è facilmente individuabile: arrivare ad un uso più responsabile dei farmaci. Questo in due differenti modi: abbattendo notevolmente la quantità di medicinali che restano inutilizzati e che quindi vanno poi a incrementare i rifiuti farmacologici, e diminuendo i farmaci assunti, anche in modi sbagliati e in quantitativi eccessivi, che vanno a creare quella dispersione nelle acque continua e dannosa. Maggiore sensibilità, dunque, viene richiesta anche a medici e farmacisti nel prescrivere medicinali solo in casi davvero necessari e cercando di definire un piano di cura appropriato, con i giusti quantitativi.
Un aiuto dalla ricerca: verso la green pharmacy
Un aiuto per diminuire l’impatto dell’inquinamento da farmaci sta arrivando poi direttamente dalle aziende che si occupano dello sviluppo e della produzione dei medicinali. In Nord Europa si parla ormai di “green pharmacy”, in particolare grazie a movimenti ecologisti che cercano di favorire la produzione e la scelta di farmaci rispettosi dell’ambiente. Dalla “Green and Sustainable Chemistry Conference” che si è svolta a Berlino la prima settimana di aprile è arrivato un importante impegno da parte delle aziende chimiche per lo sviluppo di una “chimica green”, una branca recente della chimica che ha come obiettivo “la creazione di prodotti e l’utilizzo di processi che riducano o eliminino la generazione di sostanze dannose”. I partecipanti alla conferenza di Berlino hanno suggerito di lavorare su soluzioni ecologiche: le sostanze chimiche devono fornire una certa prestazione ma dovrebbero anche essere progettate fin dall’inizio. Il dottor Klaus Kümmerer dell’Università di Lüneburg, ad esempio, sta lavorando nella progettazione di medicinali che siano facilmente biodegradabili dai batteri presenti nell’ambiente. I medicinali gettati nel wc potrebbero dunque essere aggrediti da tali batteri per diventare molecole sicure come l’acqua e l’anidride carbonica. Potrebbe sembrare futuristico ma, in fondo, fino a non molti anni fa chi pensava che si sarebbe effettivamente giunti a realizzare la plastica biodegradabile che oggi invece è una realtà?
Tratto da https://www.biopianeta.it/2016/04/danni-inquinamento-farmaci/


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