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FERMENTI DI ANTIMODERNITA' |
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Scritto da Tonino Quattrini
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domenica 06 dicembre 2009 |
di Luciano Fuschini -
Fonte: movimentozero 03/12/2009
Quella che in termini gramsciani potremmo definire l’egemonia culturale del
progressismo scientista e “sviluppista”, a ben vedere comincia a mostrare crepe
vistose. Sono visibili fermenti che possono preludere a una svolta reazionaria.
Chiariamo subito il significato dei termini, operazione sempre doverosa per evitare
equivoci. Reazionario non è affatto sinonimo di conservatore. Conservatore è chi
vuole mantenere lo stato di cose vigente; il reazionario vuole cambiarle appellandosi
ai valori del passato, o meglio a ciò che deve restare costante pur nel divenire; il
progressista vuole cambiarle in nome di un futuro immaginato diverso e più avanzato
rispetto a tutto ciò che la storia ha precedentemente prodotto. La misura del
cambiamento, qualora sia radicale, può far parlare di rivoluzione sia nella
prospettiva reazionaria che in quella progressista.
Considerando che il crollo dell’Impero sovietico è stato più un’implosione,
un’autodissoluzione, che una rivoluzione, l’ultima grande rivoluzione politica del
Novecento è stata quella khomeinista in Iran, una rivoluzione reazionaria. Il
progressismo, il laicismo, l’adesione ai modelli di vita occidentali, erano stati il
segno distintivo del regime monarchico che fu rovesciato da un compatto moto popolare
guidato dal clero tradizionalista, nel nome dei valori antichi dell’Islam. Una
rivolta popolare che richiama alla mente quella dei vandeani durante la rivoluzione
francese, quella dei sanfedisti nell’Italia e nella Spagna napoleoniche (in Spagna
gli insorti gridavano “abbasso la libertà!”, visto che i francesi invasori si
dicevano portatori della libertà contro clero e aristocrazia), quella dei “briganti”
nel meridione d’Italia aggregato a viva forza alla liberal-progressista monarchia
sabauda, quella del movimento mujahid nell’Afghanistan “liberato” dai sovietici (che
dicevano di aver portato il progresso, il socialismo e l’emancipazione delle donne,
come la NATO oggi, con la variante della democrazia al posto del socialismo) e quella
dei talebani nell’Afghanistan odierno. Lotte su cui grava lo sprezzante giudizio
degli storici accademici ma che, con tutte le loro ambiguità e strumentalizzazioni da
parte di altre potenze straniere che cercavano di approfittare della situazione per
indebolire la potenza rivale, avevano una carica di passioni vitali e di valori
autentici. Fu una lunga serie di sconfitte, cui deve aggiungersi la tragedia della
vana resistenza delle popolazioni indigene travolte dal colonialismo, perché la
modernità industrialista era nella sua fase di piena espansione. Oggi è significativo
il fatto che il vitalismo reazionario della rinascita islamica appaia tutt’altro che
perdente.
Nel nostro Occidente da alcuni decenni si consolidano movimenti localistici la cui
ispirazione ideale profonda è sanamente reazionaria: recupero delle radici culturali,
ritorno alla terra e all’artigianato, senso della comunità solidale.
Sono ormai una realtà profondamente radicata i movimenti ecologisti, col loro
sviluppo più recente in direzione della Decrescita. Anche in essi ribollono fermenti
di antimodernità, di cui dovrebbero essere più coerentemente consapevoli.
Insomma, c’è un terreno fertile e già dissodato su cui innestare la pianta
dell’antimodernità. Non dobbiamo sentirci isolati e incompresi.
Sia ben chiaro: abbiamo ben poco da spartire con il truce fanatismo islamista. Semmai
potremmo interloquire col cattolicesimo tradizionalista, invitandolo a liberarsi del
perbenismo quietista e conservatore, per recuperare lo spirito del Cristo che
scacciava i mercanti dal tempio e del profetismo apocalittico scagliato contro ogni
acquiescenza ipocrita.
Abbiamo ben poco da spartire col leghismo alleato di Berlusconi, becero e
razzistoide. Però in quell’area ci sono fermenti di rivolta e confuse esigenze
suscettibili di sviluppi in senso antimoderno, quando le attese sul federalismo
fiscale e sulla carica innovativa dell’attuale governo si saranno dissolte.
Abbiamo poco da spartire con un ambientalismo e una decrescita tuttora egemonizzati
da un sinistrismo progressista, illusi che pensano di affidarsi ancora alla Tecnica,
quella “buona” capace di produrre energia pulita, senza rendersi conto che
l’inquinamento più letale è quello che sta desertificando le menti. Tuttavia in
quell’area c’è la possibilità di lavorare per far crescere la consapevolezza che una
lotta coerente contro la devastazione ambientale comporta la messa in discussione di
tutta una filosofia modernista dalle radici plurisecolari.
Ci sono le condizioni per la critica di tutte le fondamenta, economiche e ideali, del
progressismo e dell’industrialismo. C’è da recuperare il grande filone culturale del
pensiero reazionario, che va liberato dal pregiudizio in gran parte errato della sua
compromissione col fascismo. Ci sono le condizioni perché i ribelli
dell’antimodernità non disperino.
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