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giovedì 15 ottobre 2009
Palermo, ai giudici documento su trattativa mafia-Stato

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Roma, 15-10-2009

la copia è stata fornita dall'avvocato di Massimo Ciancimino al procuratore Trattative tra mafia e Stato Il "papello" consegnato ai giudici Si tratta del documento con l’elenco delle richieste per interrompere la stagione delle stragi

PALERMO — Le condanne definitive nel maxi-processo di Palermo arrivarono a gennaio del 1992, e da lì si scatenò la ven­detta di Totò Riina contro lo Sta­to. A marzo fu assassinato Salvo Lima, a maggio saltò in aria Gio­vanni Falcone, e dopo la strage di Capaci la cancellazione di quel verdetto timbrato dalla Cas­sazione viene messa al primo punto delle richieste mafiose al­lo Stato per fermare l’offensiva terroristica.

«1 - Revisione sentenza ma­xi- processo» è scritto in cima al papello finito nelle mani dell’ex sindaco corleonese di Palermo, Vito Ciancimino, e consegnato ai carabinieri del Ros (il colonnello Mario Mori e il capitano Giusep­pe De Donno) che andavano a far­gli visita per carpire notizie utili alla cattura dei latitanti. Almeno nella loro versione. Secondo Mas­simo Ciancimino invece, figlio di «don Vito» e prin­cipale testimone di questa vicenda, gli ufficiali dell’Ar­ma avevano avviato con suo padre una vera e propria trattati­va, dopo Capaci e pri­ma della strage di via D’Amelio in cui morì Paolo Borsellino, il 19 luglio ’92. Pure questo è un punto in cui le rico­struzioni non coincido­no, uno dei nodi cruciali dell’indagine in corso a 17 anni dai fatti. A riprova di quello che racconta, Ciancimino jr ha fatto avere l’altro giorno ai pubblici ministeri di Paler­mo una fotocopia del famige­rato papello.

È un foglio di carta bianco, con dodici pun­ti scritti a mano, in stampatel­lo, senza errori di ortografia tranne uno (fragranza invece di flagranza), con calligrafia chiara. Che non sembra quella di Riina, né di Bernardo Proven­zano. Secondo i racconti del gio­vane Ciancimino, lui lo ritirò chiuso in una busta, in un bar di Mondello, dal medico condanna­to per mafia Antonino Cinà. Lo portò a suo padre e poi lo rivide nelle mani del misterioso «si­gnor Franco», o «Carlo», l’uomo mai identificato dei servizi segre­ti o di qualche altro apparato che pure partecipò alla trattativa. L’intermediario disse a Vito Cian­cimino che poteva andare avanti, e l’ex sindaco ordinò al figlio di combinare un altro appuntamen­to con Mori e De Donno. A loro diede il papello, e a riprova di ciò — sempre secondo Ciancimino jr — sull’originale del documen­to è applicato un post-it scritto a mano dal padre dove si legge «Consegnato in copia spontanea­mente al col. Mori, dei carabinie­ri dei Ros». I magistrati non hanno ancora l’originale, e per adesso studiano il contenuto della fotocopia giun­ta via fax all’avvocato di Massi­mo Ciancimino, che l’ha portata in Procura. Dopo il maxi-proces­so i mafiosi si preoccupano di abolire il «41 bis» che prevede il «carcere duro» per i mafiosi, la revisione della legge Rognoni-La Torre e di quella sui pentiti.

Poi, al punto 5, compare un argomen­to che solo anni dopo sarà tratta­to dai boss di Cosa Nostra, come possibile via d’uscita dagli erga­stoli: «Riconoscimento benefici dissociati (Brigate rosse) per con­dannati di mafia». Con evidente riferimento alla legge fatta per gli ex terroristi. È strano che già se ne parli nel ’92, quando i capi sono tutti latitanti, ma questo ri­sulta dal papello. Al punto 7, dopo la richiesta degli arresti domiciliari per gli ul­trasettantenni, s’invoca la chiusu­ra delle carceri speciali. Poi ci si concentra sui rapporti con i fami­liari: dalla detenzione vicino alle abitazioni delle famiglie all’esclu­sione della censura della posta, fi­no all’esclusione delle misure di prevenzione per mogli e figli. C’è poi la proposta di procedere al­l’arresto «solo in fragranza di re­ato », come se le manette potesse­ro scattare durante una riunione tra mafiosi o subito dopo l’esecu­zione di un omicidio, mai in altri casi. Una sorta d’immunità per i boss, come per i parlamentari.

Con l’ultimo punto ci si preoc­cupa di tutt’altro argomento: «Le­vare tasse carburanti, come Ao­sta ». Improvvisamente, dalle condizioni di vita dei detenuti (e dei loro parenti) e dalle riforme del codice penale, si passa a que­stioni economiche come la defi­scalizzazione della benzina. E in­sieme al papello Massimo Cianci­mino ha consegnato alcuni fogli manoscritti dal padre dove, fra varie argomentazioni di tipo poli­tico- programmatico, si cita l’abo­lizione del monopolio del tabac­co. In quelle carte compaiono an­che i nomi di Nicola Mancino e Virginio Rognoni. Il primo diven­ne ministro dell’Interno il 1˚ lu­glio 1992, il secondo fu ministro della Difesa fino a quella data. En­trambi hanno sempre detto di non aver mai saputo nulla della «trattativa» con la mafia, ma il ri­ferimento a Rognoni viene consi­derato dagli inquirenti un altro indizio che il confronto tra lo Sta­to e i boss (tramite l’ex sindaco di Palermo) sarebbe cominciato dopo la strage di Capaci ma pri­ma di quella di via D’Amelio. E che forse Paolo Borsellino morì anche perché era diventato un ostacolo da rimuovere.

Svelato il mistero del "papello": così il boss cercò di piegare lo Stato FRANCESCO LA LICATA da la stampa

ROMA

Eccolo, dunque, il famigerato «papello», la lista della spesa, la contropartita che nel 1992 - fra le stragi di Capaci e via D’Amelio - la Cosa nostra di Totò Riina chiedeva allo Stato per concedere in cambio una tregua nella sanguinosa mattanza siciliana. E’ un misero foglio di carta, alquanto sgualcito, dove in caratteri a stampatello sono stati stilati dodici punti di richieste. Un foglio che, al bar Caflish di Mondello, Massimo Ciancimino prese dalle mani del «messaggero», il medico mafioso Nino Cinà, per consegnarlo al padre.

Operazione eseguita alla presenza del famigerato «signor Franco», il mediatore dei servizi segreti ancora anonimo. Un semplice foglio di carta che ha tenuto in allerta per anni un esercito di investigatori. La caccia al «papello», infatti, è in atto da quando il pentito Giovanni Brusca ne rivelò l’esistenza per dar forza all’ipotesi (allora era tale) che fra Stato e mafia si fosse svolta una trattativa che aveva visto protagonisti da un lato il capo di Cosa nostra, attraverso i buoni uffici dell’ex sindaco Vito Ciancimino, dall’altro il generale Mario Mori. Non si sa ancora - neppure i due processi celebrati a carico di ufficiali dei carabinieri hanno risolto l’enigma - se il Reparto operazioni speciali dell’Arma abbia agito per iniziativa propria, o se in qualche modo abbia avuto una qualche sollecitazione e copertura politiche.

Il documento pervenuto alla magistratura palermitana è corredato da un post-it, con una annotazione attribuibile alla grafia di Vito Ciancimino che precisa: «Consegnata copia al col. dei CC Mori, del Ros». Dal momento che Mori, ma anche il colonnello De Donno, altro polo della trattativa, hanno sempre negato di aver mai ricevuto il «papello» di cui parlò Brusca, spetterà ai magistrati stabilire se il post-it sia certamente da mettere in relazione al foglio oppure a una qualsiasi altra «cosa» che Ciancimino abbia consegnato ai carabinieri.

E veniamo alle dodici richieste: tutte quasi completamente inaccettabili, tanto che lo stesso Vito Ciancimino, quando ne prese visione, ebbe a commentare, riferendosi ai mittenti: «Le solite teste di minchia». Al primo punto la mafia chiedeva la revisione del maxiprocesso, appena chiuso in Cassazione con dodici condanne all’ergastolo, praticamente la cupola nella sua interezza. Non è sorprendente, questa richiesta, dal momento che l’esito negativo (per la mafia) del maxiprocesso rappresenta la causa di tutti i successivi «disastri», compresa la decisione di Cosa nostra di intraprendere la strategia stragista. La lista, oggi in mano ai pubblici ministeri di Palermo, si chiude con una pretesa di natura politica, probabilmente inserita per dare al «papello» la connotazione di un «documento di popolo» condiviso dai siciliani. La mafia, perciò, chiedeva la defiscalizzazione della tassa sul carburante: un pallino, questo, più volte manifestato da diversi governi dell’Autonomia siciliana.

Ma il «papello» va oltre, con pretese pesanti: la riforma dei pentiti, l’abolizione della legge Rognoni-La Torre (che regola il sequestro dei beni illeciti), l’abolizione del «decreto sui carcerati», così viene chiamato dall’anonimo estensore il «41 bis» che in quel momento era ancora un decreto, la libertà (anche attraverso il «carcere a casa») per i detenuti che hanno superato i 70 anni, la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara (oggi avvenuta senza alcun merito del «papello»), l’abolizione della censura tra i detenuti e i familiari, il trasferimento dei carcerati nelle strutture vicine alle proprie famiglie. Ma la richiesta più curiosa, certamente parto di una fervida mente politico-giudiziaria, riguarda l’ipotesi di una riforma che introducesse il principio dell’abolizione del reato di mafia (416 bis) e rendesse possibile gli arresti solo in «fragranza (testuale, ndr) di reato». In pratica la perfetta imitazione della «immunità parlamentare» allora non ancora abolita. L’errore linguistico, «fragranza», è l’unico riscontrabile in tutto il «papello» che sembra scritto da persona sufficientemente scolarizzata e, secondo le valutazione dello stesso Vito Ciancimino, «alquanto giovane».

Il documento è stato recapitato alla Procura di Palermo dal legale di Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito - che collabora anche coi magistrati di Caltanissetta - lo ha recuperato in una cassetta di sicurezza all’estero e trasmesso all’avvocato per fax. Insieme col «papello», ai magistrati sono pervenuti altri documenti. Si tratterebbe di opinioni, attribuibili all’ex sindaco di Palermo, scritte e indirizzate ai destinatari delle richieste di Totò Riina. Un paio di pagine dove c’è di tutto, compreso un riferimento ad alcune affermazioni di Leonardo Sciascia. In una pagina, che Massimo Ciancimino definisce «allegato alla trattativa», risaltano i nomi di Rognoni e Mancino scritti per mano di don Vito.

E’ utile ricordare che entrambi i politici chiamati in causa hanno smentito di aver saputo mai di una trattativa tra Stato e mafia. Il resto degli appunti sembrano essere possibili «soluzioni» per ottenere quanto chiesto nel «papello», per esempio la revisione del maxiprocesso attraverso il ricorso alla Corte di Strasburgo. Ma non mancano argomenti di palpitante attualità: il «partito del Sud» e la «riforma della giustizia».



da rai news 24

Il settimanale "L'Espresso" pubblica in esclusiva il cosi' detto 'papello', documento in cui i boss avevano messo per iscritto le loro richieste allo Stato in una trattativa di cui avrebbe dovuto essere mediatore l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, condannato per mafia e morto alcuni fa.

Si tratta di un foglio che e' stato consegnato in fotocopia ai pm di Palermo da Massimo Ciancimino, figlio di Vito che da alcuni mesi rende dichiarazioni ai magistrati. Secondo il settimanale, il 'papello' si articola in 12 punti e accanto a questo elenco ce ne e' un altro che sarebbe stato scritto di suo pugno da Vito Ciancimino.

Tra le richieste, l'abolizione del reato di associazione mafiosa e una riforma del processo penale ispirata al sistema statunitense. "L'Espresso", nel servizio firmato da Lirio Abbate, pubblica anche fotografie del documento, e riferisce che sul 'papello' scritto da Vito Ciancimino era incollato un post-it con l'annotazione: "consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros".

Reuters giovedì 15 ottobre 2009 21:22

PALERMO (Reuters)

- L'avvocato di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito, condannato per mafia e morto nel 2002, ha consegnato ieri alla procura di Palermo copia del documento che conterrebbe l'elenco delle richieste avanzate dalla mafia allo Stato, nella presunta trattativa segreta intercorsa all'inizio degli anni Novanta, per fermare la stagione delle stragi.

Lo hanno riferito oggi a Reuters fonti giudiziarie, mentre alcuni media hanno pubblicato oggi stralci del documento. La novità del testo, che confermerebbe l'esistenza di trattative che molti esponenti governativi dell'epoca avevano smentito, consiste nell'elenco in dodici punti delle richieste da avanzare, per una tregua in un momento particolarmente sanguinoso con l'escalation attuata dai corleonesi con una serie di stragi.

Secondo quanto riferito dalle fonti giudiziarie, Vito Ciancimino avrebbe definito inaccettabili le proposte, tra cui revisione dei processi e cancellazione della legge sui pentiti, e vi avrebbe apportato sue personali modifiche, in un testo autografo a sua volta fornito ai magistrati. Del documento con le note di Ciancimino, dicono ancora le fonti, la copia originale comprende una nota in cui Ciancimino indica di aver consegnato al colonnello dei carabinieri, il comandante dei Ros Mario Mori, una copia del testo.

Da un anno la procura di Palermo indaga su questa presunta trattativa dell'epoca fra Stato e mafia, in un'inchiesta contro ignoti, che vede al lavoro i pm Antonio Ingroia, Nino Di Matteo e Paolo Guido ed il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato.



riportiamo dal blog sicilia on line

“Perché parlano adesso?” di Roberto Puglisi

“Perché parlano soltanto adesso?”. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ha visto la puntata di Annozero su via D’Amelio, sui misteri di quella terribile stagione. Dentro gli è rimasta appiccicata una domanda. La domanda di molti. Perchè soltanto adesso, per esempio, l’ex guardasigilli Claudio Martelli, rammenta certe circostanze che imboccano una strada senza uscita? Il senso delle sue dichiarazioni è unico e incontrovertibile: Paolo Borsellino sapeva. Fu messo al corrente della trattativa tra la mafia e lo Stato, o pezzi sparsi delle istituzioni.

Salvatore Borsellino, già, perché?

“C’è da capire il motivo di queste rivelazioni inattese dopo diciassette anni. Forse alcuni soggetti vuotano il sacco ora, perché ci sono giudici che sull’argomento stanno lavorando egregiamente. Allora parlano, sperando di non essere chiamati dal magistrato sotto altra veste”.

Suo fratello fu ucciso perchè era a conoscenza della trattativa? “Sì, lo dico dal 2005. Prima mi hanno preso per pazzo. Poi, mi hanno oscurato”.

A suo fratello avrebbero potuto presentare il tutto non come un tentativo d’accordo, ma d’infiltrazione. “Non lo so, non ho la sfera di cristallo. Paolo era un uomo integerrimo, difficilmente si sarebbe prestato ai giochi di palazzo, con gli occhi pieni delle scene atroci di Capaci. Era morto da poco Giovanni Falcone, il suo migliore amico. Non dimentichiamolo”.

Cosa altro non dobbiamo dimenticare? “Che Marcello Dell’Utri ha chiesto una commissione d’inchiesta sulle stragi”.

E che c’entra? “Mi chiedo: lancia un messaggio a qualcuno, o vuole sapere cosa hanno in mano i giudici?”.

Toriamo alla trattativa. Il giudice Borsellino si sarebbe messo di traverso? “Paolo aveva un grande rispetto per le istituzioni. Però non si tirava indietro. Ricorda la sua denuncia sullo smantellamento del pool?”.

Come dimenticarla… “Rischiò una sanzione pesantissima e conseguenze gravi, per il rispetto della verità”.

E non avrebbe accettato alcuna intesa. “Mai. L’avrebbe contrastata con tutte le sue forze, fino all’ultimo respiro. Infatti…”.

Nel frattempo, la procura di Caltanisetta, che indaga sulle stragi dell'epoca, culminate con l'uccisione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ha ascoltato l'ex ministro di Giustizia dell'epoca Claudio Martelli e Liliana Ferraro, ex collaboratrice di Falcone al Dipartimento Affari Giudiziari.

Massimo Ciancimino e Martelli avevano parlato della trattativa segreta in corso all'epoca, e smentita da diversi esponenti governativi, nel corso della puntata del programma tv Annozero della scorsa settimana.


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