6 Settembre 2010 -RTV Cinema, Eventi, News
di redazione sorrisi
di ALBERTO ANILE
Michele Placido e Paz Vega (foto Kikapress)
«In Parlamento c’è gente peggiore di Vallanzasca». Con queste parole, Michele Placido ha buttato altra benzina sulle polemiche al suo «Vallanzasca – Gli angeli del male»: ascesa e la caduta del famoso bandito interpretato da un Kim Rossi Stuart sempre più bello e dannato. A capo della Comasina, efferata banda di rapinatori responsabile di numerosi assassinii, Renato Vallanzasca era anche famoso per la sua avvenenza fisica (le ammiratrici gli mandavano in prigione sacchi di lettere) e per le sue rocambolesche evasioni (l’ultima, ricostruita in dettaglio anche nel film, dall’oblò di un traghetto durante un trasferimento).
Stamattina il «Corriere della Sera» ha pubblicato una lettera del presidente delle Vittime del Dovere, l’associazione dei familiari dei servitori dello stato morti per mano criminale, che si rammarica dell’arrivo del film e prende le distanze dalla pubblicazione di un libro (anche questo presentato qui al Lido). Ma la polemica era partita già da tempo non avendo né Rai né Mediaset, ha spiegato oggi Placido, voluto finanziare la pellicola, che è stata infine prodotta dalla 20th Century Fox.
Con «Vallanzasca» Placido torna alle atmosfere adrenaliniche di «Romanzo Criminale», con due differenze: «Romanzo Criminale» era un film corale e di profonda romanità, «Vallanzasca» è il ritratto di una singola personalità, e stavolta milanese.
Una buona parte della riuscita del film si deve a Kim Rossi Stuart, pure co-autore della sceneggiatura, che indossa camaleonticamente la gestualità e la parlata meneghina e aderisce col proprio carisma personale a un personaggio discutibile che finisce per diventare inevitabilmente affascinante (destino comune a tutti i grandi cattivi del cinema, dal Piccolo Cesare al Padrino). Se la polemica era iniziata ancora prima che si vedesse un solo fotogramma, figuriamoci dopo la proiezione. Fiutata l’aria, in conferenza stampa Michele Placido si è difeso lanciando furbescamente la sua battuta sul Parlamento.
Al di là delle polemiche, il film vale, e un grande applauso degli addetti ai lavori lo ha salutato dalle prime proiezioni. Per arrivare in sala bisognerà aspettare qualche mese: sulle pagine di Sorrisi avremo modo di tornarci.
Un altro film italiano, «Venti sigarette» di Aureliano Amadei, ha nel frattempo acceso altre micce, raccontando in modo antiretorico la strage di Nassiriya. Il racconto è tutto di prima mano: il regista è un autentico sopravvissuto dell’attacco iracheno del 2003, da cui è uscito zoppo e semi-sordo, e con un carico di riflessioni e angosce che la pellicola, nel suo andamento scanzonato e spesso umoristico, riesce a condividere anche con il pubblico meno disponibile al tema. Il sopravvissuto/regista ha parlato di un presunto boicottaggio del suo film (smentito dai produttori) e sottolineato le ipocrisie istituzionali arrivate dopo la strage. Il coraggio di una messa in scena che non sta né con lo Stato né con i suoi antagonisti ma che sceglie di schierarsi solo con se stesso, gli ha meritato applausi e consensi trasversali.
D’altra parte, meno male che qua e là «Venti sigarette» regala sincere risate, perché il programma festivaliero non è per nulla all’insegna del sorriso. Hanno fatto sensazione gli obitori di «Post mortem», pellicola macabro-politica sul golpe militare cileno, ed è risultata avvincente la sfida del maestro Skolimowski, vecchio compagno di strada di Polanski, nel raccontare (in «Essential Killing») la fuga disperata di un ex galeotto afghano fra le nevi della Norvegia. Cupissimo «Beyond» di Pernilla August, già stimata attrice bergmaniana, che per il suo debutto registico ha assoldato Noomi Rapace, la Lisbeth della cinetrilogia da Stieg Larsson, gettandole sulle spalle una disperata storia familiare di alcolismo.
Più leggero il settore documentari: Gabriele Salvatores ha presentato «1960», un montaggio di materiali di repertorio cucito intorno a una storia di finzione (le tre proiezioni hanno sempre registrato il tutto esaurito). Piergiorgio Gay ha preso spunto dalle canzoni di Ligabue per fare il punto sugli ultimi trent’anni di storia italiana, dalla strage di Bologna al caso Englaro (titolo: «Niente paura»; ma le ballate di Ligabue, in verità, c’entrano un po’ poco con tutto il resto, e il rocker di Correggio, presente al Lido, ha messo la mani avanti per dire di non avere avuto voce in capitolo nella confezione del tutto).
Joaquin Phoenix, infine, ha svelato il documentario in cui si è tuffato due anni fa, dopo aver annunciato il suo abbandono del set e l’inizio di una nuova carriera musicale. In «I’m Still Here», diretto dal cognato Casey Affleck, Phoenix si mette in scena con barbona e pancia oversize, producendosi in sniffate di coca, hip hop scadente e nefandezze varie che lasciano programmaticamente il dubbio: è una nuova truffa del rock’n’roll o l’interprete del «Gladiatore» e di «Two Lovers» è andato davvero fuori di testa?
Dolore e sdegno per la barbara esecuzione del sindaco di Pollica. Cordoglio dai ministri Prestigiacomo e Galan, dal mondo cattolico delel Acli, dai compagni di partito e da quanti lo hanno conosciuto ed apprezzato
Dolore e forte preoccupazione è stata espressa dal mondo politico a poche ore dal brutale assassinio ad Acciaroli del sindaco di Pollica Angelo Vassallo. Un amministratore molto attento alla valorizzazione dell'ambiente, che aveva fatto della difesa della legalità una battaglia a tutto campo.
LE PAROLE CHE STATE PER LEGGERE di Francesca Fornario
Le parole che state per leggere (sì: fatelo, vi supplico) le ha scritte un diciottenne iscritto al Pd. Pd di Budrio, Bologna, dove c'è la festa dell'Unità che si chiama ancora così e dentro allo stand della pesca dove si vince il pallone e la bicicletta c'entrano tutte le feste democratiche d'Italia. Le parole che state per leggere le ha scritte un ragazzo che va ancora a scuola, e che si mette la sveglia un'ora prima per andare davanti alle fabbriche a rischio chiusura, anche se gli amici grillini gli dicono che il suo Pd si è dimenticato gli operai. Enrico sarà ancora qui quando Berlusconi non ci sarà più, perché così è la vita. E il pensiero mi riempie di un'allegria indicibile. No, non il pensiero di Berlusconi che non ci sarà più, ma quello di Enrico che sarà uomo, padre, politico e militante quando non ci sarà più un governo colluso con la Mafia e chi lo fischia e chi censura chi fischia, e chi censura chi censura chi fischia. Perché dopo i fischi, e dopo altri fischi, e dopo altri fischi ancora, ci sarà da costruir su macerie, come dice Guccini. E bisognerebbe trovare la forza di farlo subito, adesso, e siamo in molti a provarci ma mica è facile e perciò finisce che ci buttiamo giù. Ma sapete una cosa? Mi mette un allegria addosso pensare comunque vada, domani, toccherà a quelli come Enrico, che guarda un po' si chiama pure così.
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LA DIFFICOLTA' DI ESSERE DI SINISTRA di Enrico Procopio
Contestazione. Contestazione.
Quando ero in prima elementare contestai il voto datomi per un disegno di un leone ("Sufficiente"), dicendo "non sono mica Picasso, sai?".
In terza media il Preside decise che gli alunni erano troppo rumorosi, e che quindi avrebbero dovuto trascorrere i dieci minuti di intervallo in classe. Organizzai una protesta coi fiocchi, con tutte le classi dell'istituto che uscirono nello stesso momento, e con un plotone di coraggiosi andammo pure dal Preside a chiedere la revoca della circolare. Per la cronaca, funzionò alla grande. In vita mia non ho mai zittito nessuno. Mai. Ho sempre fatto parlare tutti, anche chi diceva stronzate. Al massimo gli ho consigliato di tacere, ma non ho mai prevaricato nessuno. Ho sentito di tutto. Ho sentito inneggiare al Duce, ho sentito leghisti che tuonavano contro gli immigrati (contro la colf a casa però no), gente che difende Berlusconi a oltranza. Ma mica in tv: questi parlavano con me.
Non li ho mai zittiti, non ho mai parlato più forte. Ho sempre aspettato il mio turno, poi ho parlato e li ho demoliti. Punto per punto, ho spiegato loro cosa non funzionava nel loro ragionamento. Io faccio sempre così: li ascolto, e poi smonto le loro convinzioni. Li zittisco con la forza delle argomentazioni.
In qualche modo, da quando sono nel PD, la cosa è più difficile: in alcuni casi sei costretto a beccarti le contestazioni e a non sapere bene cosa rispondere. E allora le risposte te le procuri da solo. Al Grillino che mi ha detto "il PD si è scordato gli operai!" ho risposto svegliandomi un'ora prima, e andando fuori dalle fabbriche a volantinare, a sostenere gli operai che rischiavano il posto alla Renopress e alla Masiero, prima di andare a scuola.
Intendiamoci: io non scendo a compromessi. Su alcuni valori - difesa della Costituzione, laicità, diritti degli omosessuali, per dirne alcuni - non sono intenzionato a indietreggiare, mai. Non sono disposto a farli calpestare da nessuno.
Detto questo, io non avrei fischiato Dell'Utri e Schifani. Ma è un problema mio, perché non sono capace di farlo, sono timido, mi vergogno anche solo ad alzare la mano per fare una domanda (poi però prendo fiato e la alzo, tranquilli).
Non condanno chi ha fischiato: aveva sostanzialmente ragione. Poi ho letto questo:
Le proteste nei confronti di Dell'Utri sono un segnale positivo, nonostante si cerchi di sminuire l'accaduto con le solite analisi all'italiana. La presa di coscienza della popolazione è sempre più forte. E se personaggi come Dell'Utri vengono cacciati a suon di fischi dalle piazze, forse il risveglio sociale non è poi così lontano. C'è ancora un'Italia capace di indignarsi. Ed è proprio da qui che si deve ripartire.Iniziamo a zittire quelli come Dell'Utri in tutte le piazze d'Italia, perché non è lì che dovrebbero stare, ma in galera.
Sono parole di Antonio Di Pietro. Le ho lette venti volte. E ho pensato che qualcosa non va. Perché la contestazione è giusta. La contestazione sistematica e organizzata, un po' meno. Andare piazza per piazza a zittire chi dice cose che tu non pensi è squadrismo.
Facciamo l'analisi parola per parola, vi va?
"Le proteste sono un segnale positivo". Giusto.
"La presa di coscienza della popolazione è sempre più forte". Sì?
"E se personaggi come Dell'Utri vengono cacciati a suon di fischi dalle piazze, forse il risveglio sociale non è poi così lontano". Ah, davvero? E' lo stesso risveglio dei fischi a Prodi? Forse quelli volevano svegliare Prodi.
"Iniziamo a zittire tutti quelli come Dell'Utri in tutte le piazze d'Italia, perché non è lì che dovrebbero stare, ma in galera". Quindi io devo zittire Dell'Utri perché dovrebbe stare in galera? Andare piazza per piazza a zittirlo?
Non è questo il risveglio della popolazione, no. Nello specifico, Dell'Utri è stato invitato a parlare della stronzata dei diari di Mussolini. Se io decidessi di contestarlo lo contesterei perché sta dicendo stronzate, non perché "dovrebbe stare in galera".
Sono impopolare, ma anche chi dovrebbe stare in galera, per me, ha il diritto di parlare liberamente. E, se dice cose false, di essere contestato.
Capitolo Schifani. Ci sono diverse cose da mettere in chiaro, e provo a farlo ora.
Schifani era alla Festa del PD di Torino. Io non l'avrei invitato. Io avrei cercato altre persone con cui dialogare, non certo Renato Schifani. Ma io non decido nulla, e quindi hanno deciso di chiamare Schifani, e posso anche capire e quasi condividere questa scelta, facendo grossi sforzi. In generale, come ho scritto, i miei sforzi sono tesi a mandarlo a casa, non a negargli l'invito alla Festa. Sono arrivati contestatori - scrivono i giornali - del Popolo Viola (anche se non ho ben capito come si distinguano le persone del Popolo Viola, visto che teoricamente lo sono anche io) e dei Grillini. L'hanno fischiato, avevano pure le agende rosse, fuori la mafia dallo Stato. E' una cosa giusta, teoricamente, e il messaggio è lodevole.
Ma ieri hanno vinto loro, hanno vinto loro, cioè ha vinto Schifani. Ha vinto Schifani, perché il loro progetto è diventato pienamente operativo. Hanno innescato la guerra civile, hanno incattivito la sinistra, l'hanno compressa e l'hanno fatta esplodere.
E il Pd è colpevole, perché non ha un leader in grado di incanalare questi umori e di farli confluire nella direzione giusta. E a chi fischia e dice cose giuste non sa dare risposte, e fa la figura del complice. E io li sento ridere, Schifani e co., nelle loro oscure stanze del potere (politico, mediatico e ora culturale).
La sinistra non è questo: non sono le dichiarazioni di Beppe Grillo, non sono le dichiarazioni di Di Pietro. La sinistra è quella dichiarazione che non c'è, quella che a Schifani ribatte colpo su colpo. E gli chiede qualcosa sulla mafia.
Indagine su Internet, ragazzi vorrebbero prof piu' giovani e new media
05 settembre, 20:06
ROMA - Odiano le materie che studiano e non sopportano più compiti in classe e interrogazioni. Gli studenti vorrebbero utilizzare le nuove tecnologie per rendere lo studio meno noioso e più divertente. Murales e professori più giovani e "moderni" le altre proposte per una scuola ideale. Insomma, la scuola viene rimandata a settembre su internet. E' quanto emerge da uno studio promosso da Comunicazione Perbene, associazione no profit, condotto su 1.600 studenti (scuola media e superiore) e realizzato attraverso un monitoraggio su blog, forum, community specializzate sulla scuola e sui più importanti social network.
Gli studenti non si sentono a proprio agio tra i banchi di scuola (73%). C'é chi la considera un luogo di tortura (21%) e chi non ha un buon rapporto con il proprio insegnante e sogna professori in stile Robin Williams nel film "L'attimo fuggente" (63%). Inoltre c'é chi parla di programmi troppo "antichi" (56%) e di metodi di insegnamento noiosi e tradizionali (49%). E proprio per cambiare la situazione i ragazzi lanciano nuove idee per migliorare la scuola. Tra murales fatti per colorare le pareti (31%) e professori più giovani (35%), la proposta più "esplosiva" è di utilizzare smartphone, iPad e videogiochi in classe (67%). Se le materie devono rimanere uguali per forza (27%), studiarle con i new media le renderebbe almeno digeribili (75%), oltre a migliorare il rapporto tra compagni di classe e con l'insegnante (61%). Un esperimento che guarda caso l'Università di medicina di Stanford metterà in atto il prossimo anno, fornendo alle matricole ben 90 iPad per studiare.
Cosa criticano maggiormente gli studenti della loro scuola? Al primo posto ci sono i professori: da chi si lamenta perché hanno l'età dei loro nonni (39%) a chi li considera poco preparati (27%) e li accusa di stare in classe solo per torturarli, senza cercare mai di istaurare un rapporto alunno-insegnante (19%). Collegata agli insegnanti, ma anche all'organizzazione scolastica in generale, i ragazzi criticano i metodi di apprendimento che sono costretti ad utilizzare. Da chi brucerebbe subito quei "mattoni" che spaccano la schiena (51%) a chi non sopporta più i soliti compiti in classe e interrogazioni (55%) e si sente ridicolo ad imparare le cose a memoria (33%), per finire con chi ha già la nausea a pensare di dover ricominciare a leggere, sottolineare e ripetere per tutto l'anno (47%).
Gli alunni, inoltre, puntano il dito verso i programmi delle materie, che a loro dire sono noiosi e poco interessanti (69%). Non capiscono infatti perché devono essere costretti a studiare il pensiero di uno che è morto 500 anni fà (65%) o delle formule matematiche incomprensibili e che non servono a nulla (52%). Per altri è assurdo utilizzare programmi che sono rimasti uguali a quelli di 50 anni fa (41%). I ragazzi non risparmiano critiche nemmeno alla struttura degli edifici. Classi fatiscenti (61%), pareti sporche e con colori deprimente (43%), sedie scomode e banchi in stato pietoso (71%).
la stampa
Intervista al leader-simbolo dei contestatori di Schifani
Perché gazzarra, ma no, dai... di questo passo non sarà più possibile neanche criticare qualcuno, dirgli con la massima gentilezza “guarda, scusa, assai timidamente, io non sarei d’accordo con te”. Schifani venga da noi a Cesena e lì vedrà che parlerà sereno anche se qualcuno lo fischia».
Beppe Grillo non sapeva che sarebbe andata così?
«Io mica li fomento, i ragazzi! I meet-up mi avevano detto che c’era una manifestazione, ma mi pare una cosa del tutto normale, in una democrazia. E poi i piemontesi li conosco benissimo, sono gente tranquillissima, medici, avvocati, consiglieri regionali...».
Nel parapiglia sono state spintonate un paio di signore, una di mezza età.
«Ma appunto! C’è una signora che protesta da cento metri contro Schifani, e la trattano come una picchiatrice». Il presidente del Senato è il giusto bersaglio, nella situazione politica attuale? «Giustissimo. Oltre a tutto il resto, per quale motivo da mesi Schifani tiene chiusi nel cassetto i nostri progetti di legge sul divieto di candidare gli inquisiti? Perché Napolitano non prende le difese dei cittadini? Napolitano deve far rispettare la Costituzione. Schifani è solo il terzo, prima di lui avevano fischiato altri».
Fischiare è un conto, impedire di parlare un altro, no?
«Ma mi dicono che i ragazzi erano lontanissimi dal palco! Erano transennati, non li hanno neanche fatti avvicinare. Davvero sono sembrati così pericolosi? È una cosa che fa quasi ridere».
Fassino, che era sul palco assieme a Schifani, ha parlato di comportamento da «squadristi». Che ne pensa?
Ride di gusto. «Ah ah ah. Fassino chi, quello che è da vent’anni in Parlamento con sua moglie, a 20 mila euro di stipendio? “Squadristi”... ma dai. Questa classe politica non ha neanche più le parole per difendersi, pronuncia parole senza senso».
Ma Beppe Grillo che farebbe se succedesse a lei durante uno dei suoi show?
«Io chiamerei subito uno degli oppositori sul palco a parlare. Anzi mi chiedo: perché, ieri, nessuno di questi normalissimi cittadini è stato invitato a esporre qualche ragione della sua protesta sul palco? Se ricorda l’ho fatto anch’io, nel secondo Vday, proprio quello a Torino, in piazza San Carlo».
Grillo, è iniziata una stagione in cui dobbiamo aspettarci molti di questi episodi?
«Guardate la gente, leggete la Rete, le persone sono stufe. Quale politico oggi può presentarsi in piazza senza nessun timore di essere fischiato? Si blindino, devono aver paura di presentarsi. Anzi no, uno c’è». Immagino. «Berlusconi. Lui le piazze se le costruisce, compra i pullman, porta le persone, paga i manifestanti... è l’unico modo per evitare i fischi».