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Scritto da Tonino Quattrini
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mercoledì 30 settembre 2009 |
di Franco Cardini - 24/09/2009
Fonte: francocardini [la voce del ribelle]
a chiunque abbia tempo e voglia di combattere per un’altra causa persa.
Cari Amici,
se lo domandava molto tempo fa il vecchio Bertolt Brecht: Giulio Cesare ha
conquistato tutta la Gallia: ma non aveva nemmeno un cuoco? Gli fece eco, anni piu
radi, il nostro Lucio Dalla in Itaca: “Capitano, che hai negli occhi – il tuo
splendido destino – pensi mai al marinaio – a cui mancan pane e vino? – Capitano, che
hai trovato – principesse in ogni porto, - pensi mai al rematore – che sua moglie
crede morte?”.
E’ una bella canzone, questa di Dalla: un po’ vecchia ormai, ma adatta a chi corre
l’avventura in paesi lontani. Chissà se la conoscono, i nostri parà in Afghanistan.
Fra l’altro, farebbe molto al caso loro: e al nostro.
Lo dico perché anch’io ho seguito, il 20 aprile, il rientro dei nostri ragazzi
caduti. Sono un vecchio ex ufficiale d’aeronautica, i parà li conosco e li amo.
Quelli, poi, avrebbero potuto per età essere miei figli. E avrei potuto essere nonno
di Simone Valente, il bambino di due anni figlio del sergente maggiore Roberto: uno
dei cinque tornati a casa forse proprio secondo la descrizione di un altro nostro
poeta e musicista, Fabrizio de André, le salme avvolte nelle bandiere “legate strette
perché sembrassero intere”.
I politici e i loro gregari gestori dei mass media, che – ne siano consapevoli o no –
ce li hanno sulla coscienza, si sono sgolati chiamandoli “vittime”, “eroi”,
“martiri”. No: niente di tutto ciò. Un soldato che cade durante un combattimento o un
incidente di guerra e, appunto, un caduto: non è una “vittima”, perché tale
appellativo spetta agli inermi, agli indifesi che avrebbero dovuto restare estranei
ai fatti d’arme, laddove i soldati stanno in uniforme e in armi perché di tali fatti
sono coprotagonisti. Non è né un “martire”, né un “eroe” perché, al di là della
retorica facile perché gratuita, tali termini spettano a chi in qualche modo ha
compiuto qualcosa di straordinario e di esemplare. E i cinque parà, strettamente
parlando, non sono caduti nemmeno nell’adempimento del loro dovere, in quanto erano
in Afghanistan per una loro libera volontaria scelta. Essi sono caduti nell’esercizio
delle loro funzioni, facendo il loro lavoro: in una circostanza tragica, ma che
faceva parte purtroppo della loro condizione professionale. E che ne facesse parte
ciascuno di loro lo sapeva benissimo. Poiché il loro lavoro aveva ed ha una valenza
pubblica, onoriamoli. Ma non infanghiamone la memoria contaminandola con la retorica.
Per un soldato, la morte – lo diceva benissimo José Antonio Primo de Rivera, che lo
provo con i fatti – “è un atto di servizio”.
Ecco perché è grottesco che il ministro La Russa dichiari che quei parà sono morti
“per la Patria”. In Italia, se si vuol restare fedeli alla costituzione le armi
s’imbracciano soltanto per difendersi; e il teorema della “difesa preventiva”,
secondo il quale l’occupazione dell’Afghanistan servirebbe a tutelare le nostre città
e le nostre case dalla possibilità di attacchi terroristici, prima di essere infame e
ridicolo. La guerra al terrorismo si fa con l’intelligence, con l’infiltrazione e
soprattutto con l’eliminazione delle ragioni sociali e politiche suscettibili di far
guadagnare simpatie ai terroristi: non con i bombardamenti aerei e con i carri
armati. L’occupazione dell’Afghanistan ha avuto tra le sue conseguenze quella di
diffondere a macchia d’olio il terrorismo e la simpatia per esso. Lorsignori hanno
mandato i nostri soldati a morire per far piacere alla superpotenza statunitense e
nel nome di un demenziale teorema geopolitico; ed essi hanno accettato il rischio, al
di là delle varianti personali, perche cio faceva parte della loro condizione
professionale. Il che non vuol affatto dire che i nostri ragazzi siano morti invano:
al contrario. Quando a troppi italiani sarà caduto dagli occhi il malefico velo della
propaganda che ora intralcia loro la vista, apparirà chiaro che quelle vite
sacrificate sono state altrettanti passi sulla via della pace e della giustizia: la
quale passa per forza attraverso il riconoscimento che l’avventura in Afghanistan e
stata tanto infame quanto assurda.
E non è meno grottesco Umberto Bossi, quando ammettendo di aver votato per mandare in
Afghanistan i nostri soldati, precisa che non aveva alcuna intenzione di “mandarli a
morire”. Non so se Ella abbia fatto il soldato e ignoro quanto Ella sappia di storia,
Signor Ministro: ma lasci che Le confidi in un orecchio un piccolo segreto. In guerra
ci si muore.
D’altronde, la gaffe di Bossi è comprensibile. Ma proprio questo la rende più
repellente. Le guerre in Iraq e in Afghanistan, come troppi conflitti che oggi
insanguinano il mondo dalla Palestina all’Africa, vedono confrontarsi forze armate
“regolari” e superarmate contro avversari in condizione militarmente inferiore, a
parte le vittime civili e i caduti sotto “fuoco amico” e a causa di “danni
collaterali”, che in genere si degnano appena di una distratta menzione. E’
sottinteso che molti pensano che, in una guerra del genere, i “nostri” data la loro
superiorita militare siano invulnerabili e che il morire tocchi solo agli altri. Così
come nessuno storico si è mai piegato sui problemi e magari i dolori del cuoco di
Cesare, che pure era in fondo un uomo come lui e come noi, assistiamo oggi a una
terribile ingiustizia, che aggiunge all’orrore del sangue versato l’offesa del
disprezzo e della noncuranza.
Dei nostri cinque parà, anche se a pochi giorni dal loro sacrificio essi stanno gia
purtroppo entrando nell’oblio (sono queste le regole della societa-spettacolo),
finché facevano notizia ci hanno detto tutto: ne abbiamo visti i volti, ne abbiamo
letti i profili biografici, ne conosciamo i nomi e quelli delle loro mogli, delle
loro fidanzate, dei loro figli. Qualcuno di loro avrebbe forse preferito un po’ piu
di riserbo, di silenzio: di pudicizia. Ma in fondo è forse giusto che sia stato così:
erano soldati del nostro esercito, gente nostra. I prossimi, gli affini, i familiari
ci sono ovviamente e naturalmente sempre piu cari di chi ci sta piu lontano.
Ma non sarebbe né umano, né cristiano continuar a ignorare le vittime degli “altri”,
a tenere nell’ombra e nel silenzio quelli “dell’altra parte” (se è un’altra parte: e
non lo e, perche con loro non siamo in guerra, e comunque perche condividiamo con
loro la condizione umana, la vera patria comune): come le decine di poveri afghani,
fra cui donne vecchi e bambini, trucidati non troppi giorni fa da un barbaro disumano
e inutile attacco aereo mentre cercavano di alleviar la loro miseria drenando un po’
di benzina da un camion sventrato. Era “complicita col terrorismo”, quel povero
gesto? Era un “atto di guerra”, d’una guerra non dichiarata, quella strage barbarica,
che teneva dietro a un numero ormai spaventosamente alto di analoghe stragi tutte
impunite? Ed è umano, è degno della “nostra civiltà occidentale”, continuar a
trattare come dei semplici numeri tutti i poveri morti che giornalmente affollano le
cronache distratte di quelle guerre lontane – in Afghanistan come in Iraq, come in
Palestina, come in Africa, come nel sud-est asiatico, come nell’America latina, anzi
che sovente vengono taciuti del tutto perche “non fanno notizia”?
Ecco: umanità e giustizia vogliono che anch’essi facciano al contrario notizia; che
cessino di essere aridi e anonimi numeri su un bollettino o su una statistica. Perche
pesano sulla nostra coscienza. E sono un peso intollerabile soprattutto per noi che
all’insensata e infame avventura afghana siamo sempre stati contrari, e nondimeno non
siamo riusciti a fermarla.
Mi chiedo: esiste chi possa raccogliere queste righe e farle proprie? Ed esiste in
Italia un giornale che abbia il coraggio di dedicar alle vittime afgane innocenti
ogni giorno cinque brevi necrologie, tante quanti erano i nostri parà caduti?
Sarebbe necessario e doveroso specchiarsi in quei volti, imparar a fare i conti con
chi è morto anche per colpa del nostro silenzio e della nostra acquiescenza; con
quelli della cui uccisione siamo stati complici, e lo abbiamo fatto a cuor leggero
perché erano “lontani”, perche erano “diversi”, perche non hanno nessuno che li
difenda e ne rivendichi la memoria e il rispetto. Dovremmo meditare sulle loro
sembianze e sulla loro vite spezzate, noialtri che non riusciamo a opporci abbastanza
efficacemente alle canaglie nostrane, ai mascalzoni che con arroganza ci vanno
ripetendo che invadere un paese altrui e bombardare degli inermi da duemila metri è
un normalissimo – e perfino “eroico” - atto di guerra per quanto la guerra non sia
dichiarata, mentre difendere la propria terra con le armi di cui dispone un popolo
che non ha né aerei, né elicotteri, né missili aria terra, né mezzi corazzati, è un
atto “infame” e “vile”.
Il vostro sarebbe disposto a questo tipo di testimonianza?
Saluti.
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mercoledì 30 settembre 2009 |
di Franco Cardini - 24/09/2009
Fonte: francocardini [la voce del ribelle]
a chiunque abbia tempo e voglia di combattere per un’altra causa persa.
Cari Amici,
se lo domandava molto tempo fa il vecchio Bertolt Brecht: Giulio Cesare ha
conquistato tutta la Gallia: ma non aveva nemmeno un cuoco? Gli fece eco, anni piu
radi, il nostro Lucio Dalla in Itaca: “Capitano, che hai negli occhi – il tuo
splendido destino – pensi mai al marinaio – a cui mancan pane e vino? – Capitano, che
hai trovato – principesse in ogni porto, - pensi mai al rematore – che sua moglie
crede morte?”.
E’ una bella canzone, questa di Dalla: un po’ vecchia ormai, ma adatta a chi corre
l’avventura in paesi lontani. Chissà se la conoscono, i nostri parà in Afghanistan.
Fra l’altro, farebbe molto al caso loro: e al nostro.
Lo dico perché anch’io ho seguito, il 20 aprile, il rientro dei nostri ragazzi
caduti. Sono un vecchio ex ufficiale d’aeronautica, i parà li conosco e li amo.
Quelli, poi, avrebbero potuto per età essere miei figli. E avrei potuto essere nonno
di Simone Valente, il bambino di due anni figlio del sergente maggiore Roberto: uno
dei cinque tornati a casa forse proprio secondo la descrizione di un altro nostro
poeta e musicista, Fabrizio de André, le salme avvolte nelle bandiere “legate strette
perché sembrassero intere”.
I politici e i loro gregari gestori dei mass media, che – ne siano consapevoli o no –
ce li hanno sulla coscienza, si sono sgolati chiamandoli “vittime”, “eroi”,
“martiri”. No: niente di tutto ciò. Un soldato che cade durante un combattimento o un
incidente di guerra e, appunto, un caduto: non è una “vittima”, perché tale
appellativo spetta agli inermi, agli indifesi che avrebbero dovuto restare estranei
ai fatti d’arme, laddove i soldati stanno in uniforme e in armi perché di tali fatti
sono coprotagonisti. Non è né un “martire”, né un “eroe” perché, al di là della
retorica facile perché gratuita, tali termini spettano a chi in qualche modo ha
compiuto qualcosa di straordinario e di esemplare. E i cinque parà, strettamente
parlando, non sono caduti nemmeno nell’adempimento del loro dovere, in quanto erano
in Afghanistan per una loro libera volontaria scelta. Essi sono caduti nell’esercizio
delle loro funzioni, facendo il loro lavoro: in una circostanza tragica, ma che
faceva parte purtroppo della loro condizione professionale. E che ne facesse parte
ciascuno di loro lo sapeva benissimo. Poiché il loro lavoro aveva ed ha una valenza
pubblica, onoriamoli. Ma non infanghiamone la memoria contaminandola con la retorica.
Per un soldato, la morte – lo diceva benissimo José Antonio Primo de Rivera, che lo
provo con i fatti – “è un atto di servizio”.
Ecco perché è grottesco che il ministro La Russa dichiari che quei parà sono morti
“per la Patria”. In Italia, se si vuol restare fedeli alla costituzione le armi
s’imbracciano soltanto per difendersi; e il teorema della “difesa preventiva”,
secondo il quale l’occupazione dell’Afghanistan servirebbe a tutelare le nostre città
e le nostre case dalla possibilità di attacchi terroristici, prima di essere infame e
ridicolo. La guerra al terrorismo si fa con l’intelligence, con l’infiltrazione e
soprattutto con l’eliminazione delle ragioni sociali e politiche suscettibili di far
guadagnare simpatie ai terroristi: non con i bombardamenti aerei e con i carri
armati. L’occupazione dell’Afghanistan ha avuto tra le sue conseguenze quella di
diffondere a macchia d’olio il terrorismo e la simpatia per esso. Lorsignori hanno
mandato i nostri soldati a morire per far piacere alla superpotenza statunitense e
nel nome di un demenziale teorema geopolitico; ed essi hanno accettato il rischio, al
di là delle varianti personali, perche cio faceva parte della loro condizione
professionale. Il che non vuol affatto dire che i nostri ragazzi siano morti invano:
al contrario. Quando a troppi italiani sarà caduto dagli occhi il malefico velo della
propaganda che ora intralcia loro la vista, apparirà chiaro che quelle vite
sacrificate sono state altrettanti passi sulla via della pace e della giustizia: la
quale passa per forza attraverso il riconoscimento che l’avventura in Afghanistan e
stata tanto infame quanto assurda.
E non è meno grottesco Umberto Bossi, quando ammettendo di aver votato per mandare in
Afghanistan i nostri soldati, precisa che non aveva alcuna intenzione di “mandarli a
morire”. Non so se Ella abbia fatto il soldato e ignoro quanto Ella sappia di storia,
Signor Ministro: ma lasci che Le confidi in un orecchio un piccolo segreto. In guerra
ci si muore.
D’altronde, la gaffe di Bossi è comprensibile. Ma proprio questo la rende più
repellente. Le guerre in Iraq e in Afghanistan, come troppi conflitti che oggi
insanguinano il mondo dalla Palestina all’Africa, vedono confrontarsi forze armate
“regolari” e superarmate contro avversari in condizione militarmente inferiore, a
parte le vittime civili e i caduti sotto “fuoco amico” e a causa di “danni
collaterali”, che in genere si degnano appena di una distratta menzione. E’
sottinteso che molti pensano che, in una guerra del genere, i “nostri” data la loro
superiorita militare siano invulnerabili e che il morire tocchi solo agli altri. Così
come nessuno storico si è mai piegato sui problemi e magari i dolori del cuoco di
Cesare, che pure era in fondo un uomo come lui e come noi, assistiamo oggi a una
terribile ingiustizia, che aggiunge all’orrore del sangue versato l’offesa del
disprezzo e della noncuranza.
Dei nostri cinque parà, anche se a pochi giorni dal loro sacrificio essi stanno gia
purtroppo entrando nell’oblio (sono queste le regole della societa-spettacolo),
finché facevano notizia ci hanno detto tutto: ne abbiamo visti i volti, ne abbiamo
letti i profili biografici, ne conosciamo i nomi e quelli delle loro mogli, delle
loro fidanzate, dei loro figli. Qualcuno di loro avrebbe forse preferito un po’ piu
di riserbo, di silenzio: di pudicizia. Ma in fondo è forse giusto che sia stato così:
erano soldati del nostro esercito, gente nostra. I prossimi, gli affini, i familiari
ci sono ovviamente e naturalmente sempre piu cari di chi ci sta piu lontano.
Ma non sarebbe né umano, né cristiano continuar a ignorare le vittime degli “altri”,
a tenere nell’ombra e nel silenzio quelli “dell’altra parte” (se è un’altra parte: e
non lo e, perche con loro non siamo in guerra, e comunque perche condividiamo con
loro la condizione umana, la vera patria comune): come le decine di poveri afghani,
fra cui donne vecchi e bambini, trucidati non troppi giorni fa da un barbaro disumano
e inutile attacco aereo mentre cercavano di alleviar la loro miseria drenando un po’
di benzina da un camion sventrato. Era “complicita col terrorismo”, quel povero
gesto? Era un “atto di guerra”, d’una guerra non dichiarata, quella strage barbarica,
che teneva dietro a un numero ormai spaventosamente alto di analoghe stragi tutte
impunite? Ed è umano, è degno della “nostra civiltà occidentale”, continuar a
trattare come dei semplici numeri tutti i poveri morti che giornalmente affollano le
cronache distratte di quelle guerre lontane – in Afghanistan come in Iraq, come in
Palestina, come in Africa, come nel sud-est asiatico, come nell’America latina, anzi
che sovente vengono taciuti del tutto perche “non fanno notizia”?
Ecco: umanità e giustizia vogliono che anch’essi facciano al contrario notizia; che
cessino di essere aridi e anonimi numeri su un bollettino o su una statistica. Perche
pesano sulla nostra coscienza. E sono un peso intollerabile soprattutto per noi che
all’insensata e infame avventura afghana siamo sempre stati contrari, e nondimeno non
siamo riusciti a fermarla.
Mi chiedo: esiste chi possa raccogliere queste righe e farle proprie? Ed esiste in
Italia un giornale che abbia il coraggio di dedicar alle vittime afgane innocenti
ogni giorno cinque brevi necrologie, tante quanti erano i nostri parà caduti?
Sarebbe necessario e doveroso specchiarsi in quei volti, imparar a fare i conti con
chi è morto anche per colpa del nostro silenzio e della nostra acquiescenza; con
quelli della cui uccisione siamo stati complici, e lo abbiamo fatto a cuor leggero
perché erano “lontani”, perche erano “diversi”, perche non hanno nessuno che li
difenda e ne rivendichi la memoria e il rispetto. Dovremmo meditare sulle loro
sembianze e sulla loro vite spezzate, noialtri che non riusciamo a opporci abbastanza
efficacemente alle canaglie nostrane, ai mascalzoni che con arroganza ci vanno
ripetendo che invadere un paese altrui e bombardare degli inermi da duemila metri è
un normalissimo – e perfino “eroico” - atto di guerra per quanto la guerra non sia
dichiarata, mentre difendere la propria terra con le armi di cui dispone un popolo
che non ha né aerei, né elicotteri, né missili aria terra, né mezzi corazzati, è un
atto “infame” e “vile”.
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