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CARTA CANTA 09 PDF Stampa E-mail
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Scritto da Administrator   
mercoledì 30 settembre 2009
Oggi, alle ore diciotto si è aperta la manifestazione di carta canta. Quest'anno l'ambientazione è più curata, sia negli spazi espositivi, che nelle proposte culturali. Interessanti i grafici di artisti iraniani nati dopo la rivoluzione del 1979 curati da Changiz Jalayer, e i manifesti elettorali di tutti i partiti dal 1945 ad oggi, curati da ISIA di Urbino.

Interessanti anche la mostra sulla rivista satirica "L’asino" e le esposizioni dei comuni limitrofi.
Quella di san severino mi è piaciuta per la semplicità e l'eleganza.
Le scuole sono presenti con materiali e manufatti vari, ben esposti.
Come ogni anno sono presenti gli artigiani della carta che tengono viva la tradizione di questo antico mestiere.

Nei prossimi giorni sono molti gli eventi in programma. Sul sito carta canta si possono trovare tutte le informazioni.

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I CADUTI IN AFGHANISTAN E IL CUOCO DI GIULIO CESARE PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tonino Quattrini   
mercoledì 30 settembre 2009
di Franco Cardini - 24/09/2009 Fonte: francocardini [la voce del ribelle]

a chiunque abbia tempo e voglia di combattere per un’altra causa persa.

Cari Amici,

se lo domandava molto tempo fa il vecchio Bertolt Brecht: Giulio Cesare ha conquistato tutta la Gallia: ma non aveva nemmeno un cuoco? Gli fece eco, anni piu radi, il nostro Lucio Dalla in Itaca: “Capitano, che hai negli occhi – il tuo splendido destino – pensi mai al marinaio – a cui mancan pane e vino? – Capitano, che hai trovato – principesse in ogni porto, - pensi mai al rematore – che sua moglie crede morte?”. E’ una bella canzone, questa di Dalla: un po’ vecchia ormai, ma adatta a chi corre l’avventura in paesi lontani. Chissà se la conoscono, i nostri parà in Afghanistan. Fra l’altro, farebbe molto al caso loro: e al nostro. Lo dico perché anch’io ho seguito, il 20 aprile, il rientro dei nostri ragazzi caduti. Sono un vecchio ex ufficiale d’aeronautica, i parà li conosco e li amo. Quelli, poi, avrebbero potuto per età essere miei figli. E avrei potuto essere nonno di Simone Valente, il bambino di due anni figlio del sergente maggiore Roberto: uno dei cinque tornati a casa forse proprio secondo la descrizione di un altro nostro poeta e musicista, Fabrizio de André, le salme avvolte nelle bandiere “legate strette perché sembrassero intere”. I politici e i loro gregari gestori dei mass media, che – ne siano consapevoli o no – ce li hanno sulla coscienza, si sono sgolati chiamandoli “vittime”, “eroi”, “martiri”. No: niente di tutto ciò. Un soldato che cade durante un combattimento o un incidente di guerra e, appunto, un caduto: non è una “vittima”, perché tale appellativo spetta agli inermi, agli indifesi che avrebbero dovuto restare estranei ai fatti d’arme, laddove i soldati stanno in uniforme e in armi perché di tali fatti sono coprotagonisti. Non è né un “martire”, né un “eroe” perché, al di là della retorica facile perché gratuita, tali termini spettano a chi in qualche modo ha compiuto qualcosa di straordinario e di esemplare. E i cinque parà, strettamente parlando, non sono caduti nemmeno nell’adempimento del loro dovere, in quanto erano in Afghanistan per una loro libera volontaria scelta. Essi sono caduti nell’esercizio delle loro funzioni, facendo il loro lavoro: in una circostanza tragica, ma che faceva parte purtroppo della loro condizione professionale. E che ne facesse parte ciascuno di loro lo sapeva benissimo. Poiché il loro lavoro aveva ed ha una valenza pubblica, onoriamoli. Ma non infanghiamone la memoria contaminandola con la retorica. Per un soldato, la morte – lo diceva benissimo José Antonio Primo de Rivera, che lo provo con i fatti – “è un atto di servizio”. Ecco perché è grottesco che il ministro La Russa dichiari che quei parà sono morti “per la Patria”. In Italia, se si vuol restare fedeli alla costituzione le armi s’imbracciano soltanto per difendersi; e il teorema della “difesa preventiva”, secondo il quale l’occupazione dell’Afghanistan servirebbe a tutelare le nostre città e le nostre case dalla possibilità di attacchi terroristici, prima di essere infame e ridicolo. La guerra al terrorismo si fa con l’intelligence, con l’infiltrazione e soprattutto con l’eliminazione delle ragioni sociali e politiche suscettibili di far guadagnare simpatie ai terroristi: non con i bombardamenti aerei e con i carri armati. L’occupazione dell’Afghanistan ha avuto tra le sue conseguenze quella di diffondere a macchia d’olio il terrorismo e la simpatia per esso. Lorsignori hanno mandato i nostri soldati a morire per far piacere alla superpotenza statunitense e nel nome di un demenziale teorema geopolitico; ed essi hanno accettato il rischio, al di là delle varianti personali, perche cio faceva parte della loro condizione professionale. Il che non vuol affatto dire che i nostri ragazzi siano morti invano: al contrario. Quando a troppi italiani sarà caduto dagli occhi il malefico velo della propaganda che ora intralcia loro la vista, apparirà chiaro che quelle vite sacrificate sono state altrettanti passi sulla via della pace e della giustizia: la quale passa per forza attraverso il riconoscimento che l’avventura in Afghanistan e stata tanto infame quanto assurda. E non è meno grottesco Umberto Bossi, quando ammettendo di aver votato per mandare in Afghanistan i nostri soldati, precisa che non aveva alcuna intenzione di “mandarli a morire”. Non so se Ella abbia fatto il soldato e ignoro quanto Ella sappia di storia, Signor Ministro: ma lasci che Le confidi in un orecchio un piccolo segreto. In guerra ci si muore. D’altronde, la gaffe di Bossi è comprensibile. Ma proprio questo la rende più repellente. Le guerre in Iraq e in Afghanistan, come troppi conflitti che oggi insanguinano il mondo dalla Palestina all’Africa, vedono confrontarsi forze armate “regolari” e superarmate contro avversari in condizione militarmente inferiore, a parte le vittime civili e i caduti sotto “fuoco amico” e a causa di “danni collaterali”, che in genere si degnano appena di una distratta menzione. E’ sottinteso che molti pensano che, in una guerra del genere, i “nostri” data la loro superiorita militare siano invulnerabili e che il morire tocchi solo agli altri. Così come nessuno storico si è mai piegato sui problemi e magari i dolori del cuoco di Cesare, che pure era in fondo un uomo come lui e come noi, assistiamo oggi a una terribile ingiustizia, che aggiunge all’orrore del sangue versato l’offesa del disprezzo e della noncuranza.

Dei nostri cinque parà, anche se a pochi giorni dal loro sacrificio essi stanno gia purtroppo entrando nell’oblio (sono queste le regole della societa-spettacolo), finché facevano notizia ci hanno detto tutto: ne abbiamo visti i volti, ne abbiamo letti i profili biografici, ne conosciamo i nomi e quelli delle loro mogli, delle loro fidanzate, dei loro figli. Qualcuno di loro avrebbe forse preferito un po’ piu di riserbo, di silenzio: di pudicizia. Ma in fondo è forse giusto che sia stato così: erano soldati del nostro esercito, gente nostra. I prossimi, gli affini, i familiari ci sono ovviamente e naturalmente sempre piu cari di chi ci sta piu lontano.

Ma non sarebbe né umano, né cristiano continuar a ignorare le vittime degli “altri”, a tenere nell’ombra e nel silenzio quelli “dell’altra parte” (se è un’altra parte: e non lo e, perche con loro non siamo in guerra, e comunque perche condividiamo con loro la condizione umana, la vera patria comune): come le decine di poveri afghani, fra cui donne vecchi e bambini, trucidati non troppi giorni fa da un barbaro disumano e inutile attacco aereo mentre cercavano di alleviar la loro miseria drenando un po’ di benzina da un camion sventrato. Era “complicita col terrorismo”, quel povero gesto? Era un “atto di guerra”, d’una guerra non dichiarata, quella strage barbarica, che teneva dietro a un numero ormai spaventosamente alto di analoghe stragi tutte impunite? Ed è umano, è degno della “nostra civiltà occidentale”, continuar a trattare come dei semplici numeri tutti i poveri morti che giornalmente affollano le cronache distratte di quelle guerre lontane – in Afghanistan come in Iraq, come in Palestina, come in Africa, come nel sud-est asiatico, come nell’America latina, anzi che sovente vengono taciuti del tutto perche “non fanno notizia”?

Ecco: umanità e giustizia vogliono che anch’essi facciano al contrario notizia; che cessino di essere aridi e anonimi numeri su un bollettino o su una statistica. Perche pesano sulla nostra coscienza. E sono un peso intollerabile soprattutto per noi che all’insensata e infame avventura afghana siamo sempre stati contrari, e nondimeno non siamo riusciti a fermarla.

Mi chiedo: esiste chi possa raccogliere queste righe e farle proprie? Ed esiste in Italia un giornale che abbia il coraggio di dedicar alle vittime afgane innocenti ogni giorno cinque brevi necrologie, tante quanti erano i nostri parà caduti? Sarebbe necessario e doveroso specchiarsi in quei volti, imparar a fare i conti con chi è morto anche per colpa del nostro silenzio e della nostra acquiescenza; con quelli della cui uccisione siamo stati complici, e lo abbiamo fatto a cuor leggero perché erano “lontani”, perche erano “diversi”, perche non hanno nessuno che li difenda e ne rivendichi la memoria e il rispetto. Dovremmo meditare sulle loro sembianze e sulla loro vite spezzate, noialtri che non riusciamo a opporci abbastanza efficacemente alle canaglie nostrane, ai mascalzoni che con arroganza ci vanno ripetendo che invadere un paese altrui e bombardare degli inermi da duemila metri è un normalissimo – e perfino “eroico” - atto di guerra per quanto la guerra non sia dichiarata, mentre difendere la propria terra con le armi di cui dispone un popolo che non ha né aerei, né elicotteri, né missili aria terra, né mezzi corazzati, è un atto “infame” e “vile”.

Il vostro sarebbe disposto a questo tipo di testimonianza?

Saluti.

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I CADUTI IN AFGHANISTAN E IL CUOCO DI GIULIO CESARE PDF Stampa E-mail
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mercoledì 30 settembre 2009
di Franco Cardini - 24/09/2009 Fonte: francocardini [la voce del ribelle]

a chiunque abbia tempo e voglia di combattere per un’altra causa persa.

Cari Amici,

se lo domandava molto tempo fa il vecchio Bertolt Brecht: Giulio Cesare ha conquistato tutta la Gallia: ma non aveva nemmeno un cuoco? Gli fece eco, anni piu radi, il nostro Lucio Dalla in Itaca: “Capitano, che hai negli occhi – il tuo splendido destino – pensi mai al marinaio – a cui mancan pane e vino? – Capitano, che hai trovato – principesse in ogni porto, - pensi mai al rematore – che sua moglie crede morte?”. E’ una bella canzone, questa di Dalla: un po’ vecchia ormai, ma adatta a chi corre l’avventura in paesi lontani. Chissà se la conoscono, i nostri parà in Afghanistan. Fra l’altro, farebbe molto al caso loro: e al nostro. Lo dico perché anch’io ho seguito, il 20 aprile, il rientro dei nostri ragazzi caduti. Sono un vecchio ex ufficiale d’aeronautica, i parà li conosco e li amo. Quelli, poi, avrebbero potuto per età essere miei figli. E avrei potuto essere nonno di Simone Valente, il bambino di due anni figlio del sergente maggiore Roberto: uno dei cinque tornati a casa forse proprio secondo la descrizione di un altro nostro poeta e musicista, Fabrizio de André, le salme avvolte nelle bandiere “legate strette perché sembrassero intere”. I politici e i loro gregari gestori dei mass media, che – ne siano consapevoli o no – ce li hanno sulla coscienza, si sono sgolati chiamandoli “vittime”, “eroi”, “martiri”. No: niente di tutto ciò. Un soldato che cade durante un combattimento o un incidente di guerra e, appunto, un caduto: non è una “vittima”, perché tale appellativo spetta agli inermi, agli indifesi che avrebbero dovuto restare estranei ai fatti d’arme, laddove i soldati stanno in uniforme e in armi perché di tali fatti sono coprotagonisti. Non è né un “martire”, né un “eroe” perché, al di là della retorica facile perché gratuita, tali termini spettano a chi in qualche modo ha compiuto qualcosa di straordinario e di esemplare. E i cinque parà, strettamente parlando, non sono caduti nemmeno nell’adempimento del loro dovere, in quanto erano in Afghanistan per una loro libera volontaria scelta. Essi sono caduti nell’esercizio delle loro funzioni, facendo il loro lavoro: in una circostanza tragica, ma che faceva parte purtroppo della loro condizione professionale. E che ne facesse parte ciascuno di loro lo sapeva benissimo. Poiché il loro lavoro aveva ed ha una valenza pubblica, onoriamoli. Ma non infanghiamone la memoria contaminandola con la retorica. Per un soldato, la morte – lo diceva benissimo José Antonio Primo de Rivera, che lo provo con i fatti – “è un atto di servizio”. Ecco perché è grottesco che il ministro La Russa dichiari che quei parà sono morti “per la Patria”. In Italia, se si vuol restare fedeli alla costituzione le armi s’imbracciano soltanto per difendersi; e il teorema della “difesa preventiva”, secondo il quale l’occupazione dell’Afghanistan servirebbe a tutelare le nostre città e le nostre case dalla possibilità di attacchi terroristici, prima di essere infame e ridicolo. La guerra al terrorismo si fa con l’intelligence, con l’infiltrazione e soprattutto con l’eliminazione delle ragioni sociali e politiche suscettibili di far guadagnare simpatie ai terroristi: non con i bombardamenti aerei e con i carri armati. L’occupazione dell’Afghanistan ha avuto tra le sue conseguenze quella di diffondere a macchia d’olio il terrorismo e la simpatia per esso. Lorsignori hanno mandato i nostri soldati a morire per far piacere alla superpotenza statunitense e nel nome di un demenziale teorema geopolitico; ed essi hanno accettato il rischio, al di là delle varianti personali, perche cio faceva parte della loro condizione professionale. Il che non vuol affatto dire che i nostri ragazzi siano morti invano: al contrario. Quando a troppi italiani sarà caduto dagli occhi il malefico velo della propaganda che ora intralcia loro la vista, apparirà chiaro che quelle vite sacrificate sono state altrettanti passi sulla via della pace e della giustizia: la quale passa per forza attraverso il riconoscimento che l’avventura in Afghanistan e stata tanto infame quanto assurda. E non è meno grottesco Umberto Bossi, quando ammettendo di aver votato per mandare in Afghanistan i nostri soldati, precisa che non aveva alcuna intenzione di “mandarli a morire”. Non so se Ella abbia fatto il soldato e ignoro quanto Ella sappia di storia, Signor Ministro: ma lasci che Le confidi in un orecchio un piccolo segreto. In guerra ci si muore. D’altronde, la gaffe di Bossi è comprensibile. Ma proprio questo la rende più repellente. Le guerre in Iraq e in Afghanistan, come troppi conflitti che oggi insanguinano il mondo dalla Palestina all’Africa, vedono confrontarsi forze armate “regolari” e superarmate contro avversari in condizione militarmente inferiore, a parte le vittime civili e i caduti sotto “fuoco amico” e a causa di “danni collaterali”, che in genere si degnano appena di una distratta menzione. E’ sottinteso che molti pensano che, in una guerra del genere, i “nostri” data la loro superiorita militare siano invulnerabili e che il morire tocchi solo agli altri. Così come nessuno storico si è mai piegato sui problemi e magari i dolori del cuoco di Cesare, che pure era in fondo un uomo come lui e come noi, assistiamo oggi a una terribile ingiustizia, che aggiunge all’orrore del sangue versato l’offesa del disprezzo e della noncuranza.

Dei nostri cinque parà, anche se a pochi giorni dal loro sacrificio essi stanno gia purtroppo entrando nell’oblio (sono queste le regole della societa-spettacolo), finché facevano notizia ci hanno detto tutto: ne abbiamo visti i volti, ne abbiamo letti i profili biografici, ne conosciamo i nomi e quelli delle loro mogli, delle loro fidanzate, dei loro figli. Qualcuno di loro avrebbe forse preferito un po’ piu di riserbo, di silenzio: di pudicizia. Ma in fondo è forse giusto che sia stato così: erano soldati del nostro esercito, gente nostra. I prossimi, gli affini, i familiari ci sono ovviamente e naturalmente sempre piu cari di chi ci sta piu lontano.

Ma non sarebbe né umano, né cristiano continuar a ignorare le vittime degli “altri”, a tenere nell’ombra e nel silenzio quelli “dell’altra parte” (se è un’altra parte: e non lo e, perche con loro non siamo in guerra, e comunque perche condividiamo con loro la condizione umana, la vera patria comune): come le decine di poveri afghani, fra cui donne vecchi e bambini, trucidati non troppi giorni fa da un barbaro disumano e inutile attacco aereo mentre cercavano di alleviar la loro miseria drenando un po’ di benzina da un camion sventrato. Era “complicita col terrorismo”, quel povero gesto? Era un “atto di guerra”, d’una guerra non dichiarata, quella strage barbarica, che teneva dietro a un numero ormai spaventosamente alto di analoghe stragi tutte impunite? Ed è umano, è degno della “nostra civiltà occidentale”, continuar a trattare come dei semplici numeri tutti i poveri morti che giornalmente affollano le cronache distratte di quelle guerre lontane – in Afghanistan come in Iraq, come in Palestina, come in Africa, come nel sud-est asiatico, come nell’America latina, anzi che sovente vengono taciuti del tutto perche “non fanno notizia”?

Ecco: umanità e giustizia vogliono che anch’essi facciano al contrario notizia; che cessino di essere aridi e anonimi numeri su un bollettino o su una statistica. Perche pesano sulla nostra coscienza. E sono un peso intollerabile soprattutto per noi che all’insensata e infame avventura afghana siamo sempre stati contrari, e nondimeno non siamo riusciti a fermarla.

Mi chiedo: esiste chi possa raccogliere queste righe e farle proprie? Ed esiste in Italia un giornale che abbia il coraggio di dedicar alle vittime afgane innocenti ogni giorno cinque brevi necrologie, tante quanti erano i nostri parà caduti? Sarebbe necessario e doveroso specchiarsi in quei volti, imparar a fare i conti con chi è morto anche per colpa del nostro silenzio e della nostra acquiescenza; con quelli della cui uccisione siamo stati complici, e lo abbiamo fatto a cuor leggero perché erano “lontani”, perche erano “diversi”, perche non hanno nessuno che li difenda e ne rivendichi la memoria e il rispetto. Dovremmo meditare sulle loro sembianze e sulla loro vite spezzate, noialtri che non riusciamo a opporci abbastanza efficacemente alle canaglie nostrane, ai mascalzoni che con arroganza ci vanno ripetendo che invadere un paese altrui e bombardare degli inermi da duemila metri è un normalissimo – e perfino “eroico” - atto di guerra per quanto la guerra non sia dichiarata, mentre difendere la propria terra con le armi di cui dispone un popolo che non ha né aerei, né elicotteri, né missili aria terra, né mezzi corazzati, è un atto “infame” e “vile”.

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Carta vetrata PDF Stampa E-mail
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mercoledì 30 settembre 2009
durante la manifestazione carta canta si svolgerà il concorso di satira " CARTA VETRATA" al quale si sono iscritti 106 autori. Tra questi due in particolare ci sembrano degni di nota e sono Tubal, alias Maurizio Riccardi uber ed altri di cui alleghiamo qualche esempio dei loro lavori.

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Autori partecipanti Lista completa > 106 autori

Alessandro Alessi Anghini
Gianni Allegra
Margherita Allegri
Dino Aloi
Stefano Amati
Ivan Annibali
Gianni Audisio
Damiano Bellino
Andrea Bersani
Matteo Bertelli
Luca Bertolotti & Michele De Pirro
Nicola Bucci 'Bucnic'
Ennio Buonanno
Andrea Buongiorno 'Buong'
Mauro Calandi
Franco Cappelletti & Mario D'Imporzano 'Kappa & Dinco'
Giacomo Cardelli 'Jack'
Claudio Cardinali 'Pulci'
Athos Careghi
Luca Carnevali
Sergio Cavallerin
Davide Ceccon
Gianni Chiostri
Carmelo Cisano
Lido Contemori
Luca Corradi 'Lukonrad'
Lele Corvi
Andrea Cozzarin
Paolo Dalponte
Marco De Angelis
Paolo Del Vaglio
Dario Di Simone 'Darix'
Elia Raffaello Diliso
Franco Donarelli
Attilio Fantoni 'Newman'
Anton Gionata Ferrari
Roberto Fiaschi
Giuseppe Angelo Fiori
Andrea Foches
Lara Fontana
Pietro Francioso
Giorgio Franzaroli
Simone Frosini
Ferdinando Gaeta
Cesare Garuti
Marco Gavagnin 'Gavavenezia'
Rocco Grieco
Santo Guerriero
Emilio Isca
Filippo Lo Iacono & Giuseppe Mazza 'Frago & Mazza'
Mario Magnatti
Roberto Mangosi
Walter Mantegazza
Flavio Maracchia 'Chito'
Ricciotti Marampon
Massimo Mariani
Luciano Marini 'Elme'
Valerio Marini
Marco Martellini
Pasquale Martello
Daniele Mastini 'Dan8'
Antonio Mele 'Melanton'
Marta Melis
Sara Migneco & Amleto da Silva 'Migneco & Amlo'
Fabio Morandi
Marilena Nardi
Francesco Natali
Bruno Olivieri
Massimo Ottavi
Fabrizio Pani 'Panif'
Danilo Paparelli
Mauro Patorno
Fabio Pecorari 'Fifo'
Silvano Perona
Paolo Peruzzo
Paolo Piccione
Ignazio Piscitelli 'Ignant'
Giuseppe Piscopo
Franco Portinari 'Portos'
Paride Puglia
Paola Purpura & Daniele Ventura 'Aladino & l'Ape'
Mariagrazia Quaranta 'Gio'
Augusto Rasori & Giorgio Sommacal
Filippo Ricca 'Fricca'
Maurizio Riccardi 'Tubal'
Federico Ricciardi 'Riko'
Luca Ricciarelli
Rosario Riginella
Tiziano Riverso
Umberto Romaniello
Giuliano Rossetti 'Giuliano'
Eugenio Saint Pierre
Ugo Sajini
Giancarlo Sartore
Marco Spadari
Carlo Squillante
Agim Sulaj
Achille Superbi
Marino Tarizzo
Elena Terrin
Marco Tonus
Gianfranco Uber
Pietro Vanessi
Giuseppe Vigolo
Toni Vedù
Leonarda Zaza



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Tsunami in Paradiso PDF Stampa E-mail
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Scritto da Administrator   
mercoledì 30 settembre 2009
Oltre 100 morti e centinaia di feriti: è la stima provvisoria dell'Ufficio gestione disastri di Samoa, in seguito al terremoto di magnitudo 8.3 e al successivo tsunami con onde fino a otto metri che hanno seminato morte e distruzione nell'arcipelago del Pacifico. Interi villaggi sarebbero inondati ed andati distrutti. Nuova Zelanda ed Australia hanno annunciato l'invio di aiuti, mentre dagli Stati Uniti partono squadre di soccorso dirette alle Samoa americane, dove le vittime confermate sarebbero 14. Il presidente Barack Obama ha dichiarato lo stato di catastrofe per l?arcipelago.

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