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venerdì 31 luglio 2009 |
da il sole24 ore un articolo di Elysa Fazzino
31 luglio 2009
Il via libera alla pillola abortiva in Italia fa notizia anche in Francia e in Spagna. Le Monde ha un richiamo sulla homepage del suo sito, «Luce verde in Italia per la pillola abortiva». Il quotidiano economico francese Les Echos e lo spagnolo El Mundo mettono nel titolo che è stata autorizzata nonostante le pressioni del Vaticano. I servizi pubblicati sono in gran parte dell'agenzia di stampa francese Afp. C'è particolare attenzione Oltralpe poiché è il laboratorio francese Exelgyn che aveva chiesto nel 2007 di mettere sul mercato italiano il farmaco, autorizzato in Francia dal 1988.
L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) – sottolineano i servizi – ha approvato la Ru486 «nonostante le forti pressioni della Chiesa e le reticenze del governo Berlusconi». «Oltre alla Chiesa cattolica, che difende i "diritti" del'embrione "dal suo concepimento", anche la destra conservatrice e parecchi membri del governo di Silvio Berlusconi erano reticenti alla commercializzazione della RU486». Le Monde fa un neretto «Veleno mortale», registrando le parole di monsignor Elio Sgreccia, che ha riaffermato «la scomunica per il medico, le donne e tutti coloro che spingono all'utilizzo» della RU486. Tutti registrano la frase di Luca Volonté (Udc): «E' il trionfo della cultura della morte».
La legge italiana del 1978 che autorizza l'aborto – si legge sui media francesi – ha anche permesso ai medici di usare il diritto di «obiezione di coscienza» per rifiutare di praticare l'atto, una possibilità applicata dal 70% dei ginecologi italiani, secondo le cifre ufficiali. Nel 2008, in Italia sono stati praticati 121.406 aborti, in calo del 4,1% rispetto al 2007.
Secondo i dati del governo italiano – si legge su Les Echos - 29 donne sarebbero morte nel mondo dopo avere preso la RU486. Per Exelgyn è un'accusa «ridicola»: citando quanto detto a La Repubblica, l'Afp riferisce che si tratta di casi in cui il farmaco non è stato preso secondo le indicazioni. Nel 2005, le sperimentazioni della pillola in tre ospedali italiani avevano suscitato «vive proteste» negli ambienti religiosi e conservatori.
In Spagna – precisa El Mundo – il farmaco si commercializza dal febbraio 2000. Sul sito del quotidiano spagnolo sono pubblicati diversi commenti dei lettori, pro e contro la pillola. Un anonimo scrive: «Suppongo che i dittatori, genocidi e terroristi non rappresentino una cultura della morte e, pertanto, non meritino la scomunica…».
31 luglio 2009
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venerdì 31 luglio 2009 |
dal manifesto Andrea Fabozzi
Oggi pomeriggio arriva in città, all'hotel Sheraton. Fa tappa a Bari nel suo tour di sostegno alla candidatura di Bersani alla guida del Pd. Massimo D'Alema, a Bari, oggi. Ieri la procura ha battuto un altro colpo dell'eterna inchiesta sulla sanità pugliese. Ma ha colpito ancora a sinistra. Una «scossa», questa, che rischia di essere più forte di quella che ha il suo epicentro in Patrizia D'Addario, la «scossa» che sta impensierendo Berlusconi e che D'Alema aveva previsto. E ora si aspetta di sentire lui, l'antico deputato di Gallipoli che ultimamente è stato il riferimento del politico più inguaiato in questa vicenda giudiziaria. Quell'Alberto Tedesco che indagato dalla procura di Bari si è dimesso da assessore alla sanità della giunta Vendola per essere però promosso senatore al posto di un altro dalemiano, Paolo De Castro, passato al parlamento europeo.
D'Alema a Bari ha un altro problema da risolvere. Si chiama Michele Emiliano, il sindaco che gli è stato vicino ma che adesso ha deciso di approfittare delle avances di Franceschini per candidarsi alla guida del Pd regionale. Bersani, e cioè D'Alema, non lo vuole. Perché Bersani, cioè D'Alema, va battendo da settimane sull'incompatibilità e sul no ai doppi incarichi. Sindaco e segretario regionale, non si può. «Prego che D'Alema faccia la scelta giusta», ha detto ieri Emiliano prima di chiudersi in un silenzio giustificato dalla preoccupazione per il blitz dei magistrati baresi che ha coinvolto anche la sua lista. Lui ex magistrato in prima fila nelle battaglie legalitarie. Ma D'Alema ha fatto un'altra scelta e stamattina la comunicherà in una riunione a Bari prima del comizio. Il termine per le candidature scade oggi. «Noi restiamo fermi sulla decisione di non consentire doppi incarichi», spiega il senatore Nicola Latorre. Il prescelto dai dalemiani è Enzo Lavarra. Che deve solo convincersi all'impresa impossibile di sfidare Emiliano.
La mossa di ieri della procura di Bari è meglio di un regalo di compleanno per i berlusconiani, per il resto preoccupati dalla prima uscita pubblica della grande accusatrice D'Addario (stasera, in una discoteca di Parigi). «Adesso cominciamo a capire meglio perché D'Alema ha concentrato il fuoco contro Berlusconi, a partire dal famoso discorso sulla scossa» gioisce il capogruppo Pdl alla camera Cicchitto. «Adesso il gruppo Repubblica-L'Espresso ha molto da scrivere, per esempio sul modo in cui sono state fatte la candidature del Pd per l'Europarlamento e il senato» gongola anche il presidente dei senatori Gasparri, alludendo chiaramente alla promozione di Tedesco. Il quale risponde: «Da sei mesi, cioè dal 6 febbraio giorno in cui mi sono dimesso dopo aver ricevuto l'avviso di garanzia, aspetto che mi si contesti qualcosa o che almeno mi si chiedano chiarimenti su aspetti non chiari. Non sono mai stato sentito dai magistrati né dalla polizia giudiziaria».
La paura del Pd è che l'azione della magistratura sia volta a bilanciare il clamore dell'inchiesta sulle escort (nella quale Berlusconi è coinvolto ma non indagato). «Spero proprio che i provvedimenti di ieri siano giustificati, altrimenti si tratterebbe di una cosa molto grave», dice il senatore La Torre. Dà voce alle preoccupazioni l'ex magistrato Alberto Maritati, sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi e ora tra i sostenitori in Puglia di Bersani. «È il momento di pretendere tempi certi dalla procura di Bari. Non si può restare dei mesi in balia di indiscrezioni. Io non escludo che ci possono essere stati corrotti o corruttori anche tra i miei compagni di partito. Non escludo niente, anzi ho il terrore che si scopra una questione morale nella sinistra pugliese. Ma voglio sapere almeno quali sono le accuse precise».
Nel frattempo si scatena Antonio Di Pietro per il quale le perquisizioni di ieri «dimostrano che i corruttori non hanno colore politico e che abbiamo fatto bene due anni fa a non entrare nella giunta Vendola perché ritenevamo fosse a rischio coinvolgimento tra pubblico e affare privato». «Se ha fatto in questo modo il magistrato per tanti anni vuol dire che l'ha fatto molto male» replica Maritati ricordando che si tratta solo e ancora dei primi atti di indagine. «C'è qualcuno che ha troppa fretta di emanare sentenze» è il commento del governatore Nichi Vendola. Che si mostra tranquillo: «I reati vengono commessi dalle persone, vanno accertati e perseguiti ed è un fatto positivo che sulla base della documentazione acquisita si possa verificare un'ipotesi accusatoria che a me sembra un po' azzardata».
Se nel Pd c'è preoccupazione, infatti, nei partiti della sinistra c'è addirittura sconcerto per essersi trovati coinvolti nelle indagini. Vendola mette comunque la mano sul fuoco su Rifondazione e Sinistra e libertà: «Escludo con tranquillità e coscienza qualunque ipotesi di loro coinvolgimento in fatti illeciti»: Rifondazione non ricambia la cortesia al leader di Sinistra e libertà. Il segretario pugliese del Prc comunica di non aver potuto esibire i bilanci agli investigatori «perché ci è stata trafugata ed è in possesso del vecchio gruppo dirigente pugliese che attraverso la nota scissione ha costituito Sinistra e libertà». E il segretario nazionale Ferrero conclude la sua nota di «fiducia» nella magistratura ricordando che «il Prc non è nella giunta pugliese perché Vendola ha scelto l'Udc».
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venerdì 31 luglio 2009 |
Lettere dalla Rete
un internernauta segnala questo scritto di Italo Calvino
Caro Grillo, t'invito a leggere e diffondere questo testo di Italo Calvino, scritto 30 anni fa....ma attualissimo
Grazie.
P. M.
Cera un paese che si reggeva sullillecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia. Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna, ciò che era fatto nellinteresse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; lillegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi lillecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita. Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di forza (così come in certe località allesazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziché il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta. Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere. Così che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare lidea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri. Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita. In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge e con un ben dosato stillicidio dammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri si proponevano come lunica alternativa globale del sistema. Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile e ne confermavano la convinzione di essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla. Cosi tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti. Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici, né sociali, né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altra persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che riscuotono troppo facilmente lapprovazione di tutti, in buona o in mala fede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (o almeno quel potere che interessava agli altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile. Dovevano rassegnarsi allestinzione? No, la loro consolazione era pensare che, così come in margine a tutte le società durate millenni sera perpetuata una controsocietà di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) unimmagine libera, allegra e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cosè.
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