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CIVILTANO' - LA 7 NEWS
dal mondo
Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Droga? Quando la politica lascia il problema ai servizi sociali
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domenica 18 febbraio 2018



Un italiano su tre ha provato la cannabis almeno una volta nel corso della propria vita. Un dato presentato nella Relazione annuale sulle droghe al Parlamento e che restituisce alla sostanza psicoattiva il primato per diffusione sia tra la popolazione adulta sia tra i giovanissimi. Sua la quota più ampia del mercato nazionale delle sostanze illecite, pressoché totalmente suoi i quantitativi di sostanza sequestrati dalle forze dell’ordine (pari al 90% del totale).
Ma sulla cannabis l’atteggiamento degli italiani e lo sguardo della sua politica appaiono diversi rispetto ad altre droghe, specialmente condividendo un certo apprezzamento per il suo uso nella terapia del dolore per pazienti di malattie oncologiche o degenerative quali la sla. È dal 2007 che l’uso in terapia del cannabinoide è ammesso in Italia e dal 2013 il riconoscimento dell’efficacia è stato esteso anche alla pianta di cannabis in forma vegetale e ai suoi estratti e preparati. Pur posizionandosi come fanalino di coda di quanto da anni è già norma nel nord Europa, il Paese potrebbe infatti “a breve” (le virgolette sono d’obbligo con il cambio di legislatura in corso) avere una legge organica sull’uso terapeutico della cannabis dopo l’approvazione di un ddl in materia votato dalla Camera lo scorso ottobre ma intanto quasi tutti gli enti territoriali si sono mossi in maniera autonoma e ben più avanzata, sulla base della propria autonomia dal legislatore in materia sanitaria. È soprattutto la Regione Toscana che può allora vantare l’attivazione di una collaborazione con lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare per la produzione di cannabis terapeutica, unico centro autorizzato. Il cosiddetto “oro verde” è prodotto quindi legalmente anche in Italia, con un crescente aumento tanto dei numeri delle piante quanto dei pazienti che ne fanno ricorso, riducendo l’importazione dall’estero.
A questa più mirata partecipazione istituzionale al controllo di gestione di sostanze stupefacenti, seppur a fini terapeutici e non sull’intero territorio nazionale, fa fronte però una generale sensazione di abbandono della questione delle dipendenze dai dibattiti e dagli obiettivi delle diverse forze politiche, lasciandola ai soli addetti ai lavori dei servizi sociali. Sempre la citata Relazione sulle droghe al Parlamento ha messo in luce che mai quanto oggi le droghe sono diffuse e, nonostante cannabis e cocaina restino le sostanze più diffuse, spaventa un ritorno dell’eroina sul mercato a prezzi stracciati e soprattutto la diffusione tra i più giovani di sostanze sintetiche che si evolvono con una rapidità tale che il sistema di contrasto non riesce a farvi fronte. Accade quindi, citando un recente articolo di Vita, che “oltre il 25% dei ragazzi delle scuole medie superiori dichiara di avere assunto almeno una volta una sostanza illegale e di questi circa il 30% non sa neanche che tipo di droga ha assunto”. Una superficialità correlata alla giovane età ma anche a un più generale disinvestimento su piani di prevenzione e sui processi educativi correlati al consumo di droga che si richiamano a una normativa ormai datata (il DPR 309/90).
È in questo spazio lasciato ormai pressoché vuoto che si trovano molti giovani in carne ossa, veri come Pamela Mastropietro, che purtroppo solo la drammatica cronaca porta talvolta alla pubblica conoscenza. Così come sconosciute sono le storie di chi queste droghe le trasporta o le vende su cui ugualmente da anni vi è uno spesso velo di silenzio. Se è noto che la macrogestione e gli affari restano saldamente nelle mani delle molte mafie che lucrano sui traffici, poco si sa sul fatto che l’Africa occidentale è da un decennio la cinghia di trasmissione del traffico di cocaina prodotta in Colombia, Perù e Bolivia, per circa il 30% della cocaina consumata in Europa: una rotta che vale decine di miliardi di dollari. L’Africa si affaccia inoltre come produttore di cannabis, circa ¼ della produzione mondiale concentrata in Nigeria, Kenya, Sudafrica, Malawi e Tanzania (secondo il rapporto della Commissione dell’Africa Occidentale sulle droghe del 2013), e non manca di risultare un centro di distribuzione di droghe sintetiche, metanfetamine poi vendute principalmente sui mercati europei.
Negli ultimi anni la profonda penetrazione della corruzione, l’alta povertà e disoccupazione, la forte vulnerabilità delle istituzioni hanno aumentato il giro d’affari della droga in Africa a tutto vantaggio delle mafie dei narcotrafficanti che gestiscono tutta la produzione, la distribuzione e la vendita con costi geopolitici devastanti. Proprio nel continente nero cresce il nesso tra commercio di droga e radicalismo di gruppi armati che si autofinanziano imponendo il pagamento di imposte ai trafficanti sulle terre che occupano: un sodalizio che consente ai narcos di trasportare la droga verso i mercati europei e ai gruppi armati di acquistare nuovi strumenti di morte per imporre il proprio potere e pagare la fedeltà dei miliziani. Dunque una collaborazione che converge i bisogni e fa ottenere a entrambe le parti il massimo del beneficio. Qualcuno in queste manovre ci perde ma resta solo un numero all’obitorio o una mano sconosciuta che vende una dose: i prodotti finali di un traffico dal quale dipendono.
di Miriam Rossi
font. unimondo.org

Miriam Rossi
Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.


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Spreco alimentare: dallo scarto alla condivisione
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sabato 10 febbraio 2018




Se volessimo “monetizzare” lo spreco alimentare in Italia, potremmo dire che ogni anno viene “gettato via” quasi l’1% della ricchezza del Paese: lo spreco, infatti, “vale” 15,5 miliardi di euro, pari allo 0,94% del PIL. Lo spreco alimentare parte già sul campo: si tratta del cibo che non viene raccolto perché sarebbe troppo costoso, per il produttore, rispetto al ricavo della vendita sul mercato. Restano così incolte frutta e verdura per un valore di circa 946 milioni di euro. Lo spreco passa poi alla produzione industriale (circa 1 miliardo di euro) e nella distribuzione (quasi 1 miliardo e mezzo di euro). Il resto, pari a quasi 12 miliardi di euro, è lo spreco domestico. Sono i dati che emergono dai test “Diari di Famiglia” eseguiti dal Ministero dell’Ambiente con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna e SWG, nell’ambito del progetto Reduce 2017 e della Campagna europea di sensibilizzazione “Spreco Zero” promossa da Last Minute Market. La Campagna nasce nel 2010 in Italia con l’obiettivo di fornire contenuti e spinta alla Risoluzione del Parlamento Europeo del 19 gennaio 2012, unico atto istituzionale europeo sulla questione.
Il Parlamento Europeo denuncia tutte una serie di pratiche commerciali ingiuste che trovano ragione d’essere in una concentrazione produttiva sempre maggiore che finisce per minare alla base la competitività e, in fin dei conti, gli interessi dei consumatori europei, che non beneficiano di costi più bassi e vedono ristretta la scelta di prodotti di qualità. Infatti la relazione del Parlamento Europeo denuncia “il deterioramento in termini di varietà dei prodotti, patrimonio culturale, punti vendita al dettaglio, posti di lavoro e mezzi di sussistenza” e sottolinea “la situazione reddituale degli agricoltori, in continuo peggioramento” tale da indurre “molti di loro ad abbandonare le campagne”. L’ammonimento del Parlamento Europeo è di operare sugli squilibri della filiera alimentare, sostituendo ai rapporti di forza, rapporti di collaborazione: “La politica europea deve consentire alle aziende agricole di piccole e medie dimensioni, comprese quelle a conduzione familiare, di avere un reddito ragionevole, di produrre alimenti in quantità sufficiente e di qualità adeguata a prezzi accessibili”.
Lo spreco alimentare, quindi, trova parte delle sue cause negli squilibri della filiera. Ma noi consumatori cosa possiamo fare nel concreto? Possiamo cambiare i nostri consumi dato che, come ci dicono i dati sopracitati, oltre il 50 per cento di tutto lo spreco alimentare è concentrato nelle nostre case, e partecipare alle tante iniziative promosse da gruppi e associazioni nelle nostre città per recuperare del cibo che andrebbe altrimenti sprecato. Sul piano istituzionale, corre in aiuto la recente legge Gadda del 19 agosto 2016, semplificando le procedure per la donazione del surplus di cibo attraverso incentivi fiscali per chi dona il cibo ad enti caritatevoli, ma anche intervenendo sul tema delle etichette (si pensi alla differenza spesso poco chiara al consumatore tra “scade il” e “consumarsi preferibilmente entro”).
Il tema dello spreco alimentare è all’attenzione di tanti e in questo contesto, un’iniziativa attiva dal basso, promossa dai cittadini in varie città del mondo tra cui, in Italia, a Torino, è “Food not Bombs” dove la lotta allo spreco alimentare va di pari passo con la relazione umana e l’aiuto ai senzatetto della città. Il gruppo di Torino “Food not Bombs” recupera il cibo invenduto in alcuni mercati orto-frutticoli della città, poi si occupa della cucina e della distribuzione dei pasti alle persone senza fissa dimora. Elena, del gruppo di Torino, racconta: «Nel 2016, un amico rientrato da Budapest dove era attivo in un gruppo locale Food not Bombs, mi ha parlato di questa iniziativa e abbiamo deciso di attivarci anche qui per chi, nella mia città, proprio di fianco a me, non ha né cibo né casa. Siamo un gruppo informale dove l’impegno si accompagna alla socialità, all’amicizia, allo stare insieme. Ognuno è libero di decidere quanto e come partecipare: questo è il nostro punto di forza. Le partecipazioni aumentano, abbiamo iniziato in cinque e oggi siamo una cinquantina. Tra di noi c’è chi va a recuperare il cibo al mercato, chi cucina, chi fa la distribuzione dei pasti, chi resta nei locali a pulire e riordinare. Questo approccio libero e informale lo adottiamo anche nei dormitori e sulla strada, nei confronti delle persone che vogliamo aiutare e che coinvolgiamo, se lo desiderano, come membri del gruppo e come amici con cui condividere momenti di convivialità e di festa. Non è sempre facile, queste persone hanno perso tutto e molte di loro anche la speranza. Credo che la povertà sia una cosa che capita. Potrebbe capitare a chiunque di noi, questo però non toglie dignità».
I volontari di Food not Bombs portano pasti caldi nei dormitori e, armati di bicicletta, fanno il giro di alcune zone della città per intercettare chi non ha trovato un posto in dormitorio e passerà la notte sulla strada. Marius, un giovane di 27 anni si è unito a loro da senzatetto ed oggi, grazie al suo coraggio e ad un percorso attivato con i servizi sociali, ha un alloggio ed un percorso d’inserimento lavorativo: «In dormitorio ho conosciuto il gruppo Food Not Bombs, con cui da quasi due anni faccio il volontario. Oltre che una bella esperienza, per me è stata una spinta in più ad andare avanti». Ogni due domeniche al mese, i volontari di Food not Bombs servono 150 pasti, ridando al cibo così recuperato dallo spreco il suo valore di bene comune, di condivisione e convivialità.
di Lia Curcio
font.unimondo.org


Lia Curcio
Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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Gabbie di carta “Noi migranti nel ghetto, prigionieri in Italia”
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mercoledì 31 gennaio 2018
Rosarno, Foggia, Castel Volturno. Popolati dai “diniegati” dalle commissioni asilo e incastrati nella lunga agonia dei ricorsi. Una geografia dell’emarginazione che ha ricevuto un paradossale riconoscimento istituzionale con la nomina di tre commissari straordinari



Adesso il ghetto è una “istituzione” della Repubblica. Ad agosto il governo ha nominato per decreto tre commissari straordinari per le zone di Rosarno-San Ferdinando, Foggia-Manfredonia e Castel Volturno.
L’obiettivo? “Superare le situazioni di particolare degrado” in territori “caratterizzati da una massiva concentrazione di cittadini stranieri”. Nelle ultime settimane sono state formalizzate le nomine tra ex prefetti. Al momento ci sono due certezze: ai commissari non spettano compensi e non avranno risorse. Le attività? “Adottare un piano di interventi per il risanamento”.
Gli italiani scoprirono i ghetti poco meno di trent’anni fa, quando a Villa Literno fu assassinato un rifugiato sudafricano di nome Jerry Masslo. Da allora ci sono stati innumerevoli tentativi di “superamento”: campi container, tendopoli, bollini di qualità, leggi contro il caporalato, sgomberi di massa e zone videosorvegliate. Niente. I ghetti crescono e si moltiplicano. Ormai sono un arcipelago. Ma perché i migranti si concentrano proprio in quei luoghi?
A. si fa strada nel fango della baraccopoli di Rosarno, tra rifiuti e casette di cartone. Accanto a lui un gruppo di gambiani costruisce nuove abitazioni martellando su travi di legno. Un’anima di pallet, uno strato di cartone e una protezione di plastica per impermeabilizzare. Ecco pronta un’altra baracca. Nigeriani inventano negozietti: vendono burro di arachidi, bustine di Oki e doppio concentrato di pomodoro.
La Protezione Civile ha messo su tende per 500 posti, recintati e videosorvegliati. È il terzo tentativo. Ogni volta i campi dello Stato sono stati circondati da baracche e rifiuti, lasciati nell’abbandono e quindi ricostruiti un po’ più in là.
La “nuova” tendopoli di San Ferdinando
Anche questa volta, intorno all’insediamento statale, è cresciuta una città informale. Oggi conta duemila abitanti che vivono in baracche affollate e gelide: è il ghetto più grande d’Italia.
“Lavorano a cottimo o a giornata, senza contratto né busta paga, con una retribuzione ben inferiore a quella sindacale”, denuncia l’organizzazione umanitaria Medu.
“Dappertutto servizi igienici assenti o fatiscenti. Non c’è luce e l’acqua si prende dai bagni maleodoranti o da una fontana vicina. Non è potabile ma qualcuno la usa anche per bere. Senza energia elettrica, sono le bombole a gas e qualche generatore a benzina a garantire un po’ di acqua calda e la preparazione dei pasti. Tutt’attorno l’odore nauseabondo della plastica e dei rifiuti bruciati”.
L’acqua si prende dai bagni maleodoranti. Tutto intorno l’odore dei rifiuti bruciati
A. prende una serie di fogli e racconta la sua storia. Tre anni fa è sbarcato a Pozzallo. Lo hanno trasferito in un Cas nei pressi di Magenta. Alla commissione asilo ha raccontato di una lite con fratello, del padre ucciso, dei rischi che corre in patria. Non gli hanno creduto. L’unica speranza di avere i documenti è il Tribunale.
Uno degli avvocati che bazzicano il centro ha chiesto 1200 euro per il ricorso che ha perso. A. ha contrattato 500 euro subito e il resto a fine procedimento. Quando lo chiamano a giornata racimola 25 euro, se va bene. La prossima udienza è prevista a febbraio.
Insediamenti intorno al Cara di Borgo Mezzanone, Foggia
“In Mali facevo l’autista, 600 km a viaggio partendo da Bamako”, racconta. “Ma so anche montare i pannelli solari”. Invece pota alberi e raccoglie kiwi. Né il diploma né la patente sono valide in Italia. Per convertila, a Mantova, gli hanno chiesto 1200 euro. “Forse al Sud costa meno”, spera.
Va a Napoli e trova lavoro presso un parrucchiere africano. Conosce lo sfruttamento tra connazionali: prende 180 euro, ne spende 100 per un posto letto (solo notturno, di giorno non può entrare in casa). Mentre fa la barba a un cliente, sente la parola che gli cambierà la vita: Rosarno. Gli dicono che lì si trovano lavoro e documenti. Invece rimane bloccato in una baraccopoli.
La “pista” di Borgo Mezzanone, nella ex base Nato
Nouredine, Lamine, Soleiman, Ahmed e gli altri abitanti del ghetto sono le macerie del sistema di accoglienza. “L’80 per cento è in Italia da meno di tre anni”, spiega Medu. Sono “diniegati” dalle commissioni asilo e incastrati nella lunga agonia dei ricorsi. Quasi tutti vorrebbero andare via dall’Italia. Molti sono costretti a tornarci. Passano l’anno cercando lavoro nelle raccolte delle arance e dei pomodori. Data la condizione di estrema precarietà, sono vittime dei caporali e quasi sempre lavorano in nero. Un girone senza uscita.
Paradossalmente, lo Stato che cerca un rimedio al fenomeno è lo stesso che ne ha aggravato le condizioni. Non solo ha negato i documenti senza pensare a un’alternativa, ma ha reso complicati i rinnovi anche per chi ha ottenuto un permesso umanitario.
L’Italia è una prigione
N. ci spiega la situazione degli ingabbiati. Per loro l’Italia è una grande prigione. Anche lui sbarca a Pozzallo e viene smistato al Cara di Roma. È uno dei fortunati: ottiene un permesso umanitario. Nella lunga attesa ha voglia di lavorare. Va a Huelva, in Spagna, a raccogliere arance. È semplicemente entusiasta: gli danno anche 50 euro al giorno, mai visto in Italia. Però il permesso dura solo due anni: deve rinnovarlo alla Questura di Roma.
Qui gli chiedono il certificato di residenza, per fortuna è tornato in Italia con un ampio margine (cinque mesi) per cercare una casa e un contratto di affitto. Ma, da quando ha rimesso piede a Roma, gli hanno proposto solo tirocini ed è dura avere un reddito normale, figurarsi una casa stabile.
La polizia controlla l’insediamento di San Ferdinando
C’è chi è incatenato all’Italia dal documento, ma c’è chi sta peggio: chi non ha il documento. Tra Rignano Garganico e Borgo Mezzanone, si espande l’arcipelago dei ghetti. La “pista” è il più surreale. Una ex base Nato divisa tra il Cara – un centro di accoglienza statale – e una massa di casette, tende e baracche. Suleyman è un signore somalo che vive tra reticoli di cavi elettrici e negozietti.
Cerca qualcuno per interpretare una serie di fogli della Commissione asilo di Gorizia. C’è un’incongruenza sull’età e per questo ha ricevuto un diniego che lo ha sbattuto all’altro estremo della penisola.
C’è chi è incatenato all’Italia dal documento, ma c’è chi sta peggio: chi non ha il documento.
Accanto a lui ci sono migranti in attesa di ricorso a Crotone, c’è chi attende notizie dalle questure di mezza Italia e chi ha già ricevuto un rifiuto. A questa gente senza prospettive, che si rifugia dove trova un’abitazione a costo zero, cibo quasi gratis e la solidarietà dei connazionali, lo Stato chiede una bella casa e un lavoro fisso.
Altrimenti niente rinnovo dei documenti temporanei. Hanno quindi due speranze: il certificato di residenza e il contratto di lavoro. Basta un rapido giro per capire che entrambi si devono comprare. Un finto contratto di affitto (250 euro), un contratto di lavoro a tempo determinato come bracciante (300 euro).
Negli ultimi anni in Italia sono arrivati circa 500mila migranti. Il 60 per cento ha ricevuto un diniego, il che significa 200mila potenziali irregolari. Un circolo vizioso: i respinti finiscono nei ghetti.
Nel 2017 sono sbarcate meno persone (meno della metà del 2016) ma il problema rimane identico. Ci sono state comunque 130mila richieste.
Con la politica dei dinieghi, l’anno prossimo altre 50mila persone andranno a popolare i ghetti
Le hanno presentate soprattutto nigeriani, bangladesi, pakistani, gambiani e ivoriani. Gente con poca probabilità di accedere all’asilo. La percentuale di dinieghi è rimasta costante (60 per cento), quindi altre 50mila persone sono pronte per popolare i ghetti e finire in mano ai caporali. Carburante infinito per lo schiavismo dei prossimi anni.
font.terrelibere.org


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