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il futuro della conoscenza






Sta arrivando la "generazione verità"
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venerdì 03 settembre 2010
di Cesare Buquicchio

Ci vuole un rinnovamento generazionale e ci vogliono nuove idee. Sono ormai tanti gli appelli, i ragionamenti, le analisi, i confronti, che da mesi, forse da anni, intorno a questi due punti trovano una sintesi. Più la crisi politica, culturale, morale del Paese degenera, più questi discorsi si fanno frequenti. Meno scontato appare, forse, fare il passo successivo: definire i soggetti e i contenuti che quella sintesi dovrebbe esprimere.

Le generazioni finora al potere non ci hanno consegnato (se mai si decideranno a farlo) un Paese in buone condizioni. Ma l'impressione è che ai figli non basterà un “processo” alla generazione dei padri per salvarsi e per salvare l'Italia. Per evitare di finire solo per fare discorsi anagrafici o semplicemente sostituirsi alla generazione più anziana, si tratta di ragionare attorno ad un nuovo mito fondante della moderna società che inizi a riconoscere modi e metodi differenti da quelli affermatisi finora.

Serve verità e serve che l'Italia diventi adulta. I figli dovranno trovare metodo e coerenza per diventare, e far diventare, tutti (vecchi compresi) finalmente adulti. Per farlo dovranno forse imparare a “sapersi raccontare” come una generazione un po' più conservatrice (e morale) e un po' meno spensierata, che si fa carico della crisi e degli errori del passato superando i luoghi comuni e le ipocrite schematizzazioni che bloccano un reale rinnovamento. Più vicina ad alcuni valori dei suoi nonni che a molti di quelli dei suoi padri. Dovrà riscoprire il rispetto per le regole e l'arte di trovare soluzioni giuste perché efficaci, invece che efficaci perché giuste, ai problemi della modernità.

Serve, dunque, una reale discontinuità. Per essere realmente rivoluzionaria, questa generazione, dovrà hegelianamente negare se stessa e gli schemi entro cui si muove. La questione, per i giovani, per chi fa cultura, per chi fa politica o per chi fa informazione, non è scegliere al ribasso tra le alternative che vengono ora offerte, oppure procedere per sommatorie “gentili” raccattando qua e la elementi condivisibili, ma è rompere i confini dello schema della scelta. Andare oltre.

Parafrasando Slavoj Zizek, un pensatore critico che si rivela particolarmente adatto a questi ragionamenti, quella che occorre oggi non è una sostituzione, non è l'operaio senza il capitalista, non è il giovane in un mondo in cui i vecchi si fanno da parte, è la trasformazione, è smettere di essere operaio, smettere di essere giovane, smettere di essere di destra o di sinistra e, una volta compiuta questa negazione, operata questa discontinuità, ricominciare da zero e in modo nuovo ad essere operaio, giovane, di sinistra o di destra, ecc...

In questa chiave, tra molti “under 40” (non li chiameremo giovani perché continuare a chiamare giovane chi ha passato i trenta si rivela spesso un espediente linguistico che aiuta a screditare le istanze e le necessità che vengono avanzate), e non solo, si iniziano già a intravedere segnali di una nuova consapevolezza. Interventi, a volte più decisi, a volte più timidi, che mettono in discussione l'ipocrisia di certi schemi retorici e l'arretratezza di griglie ideologiche inadatte al mondo di oggi.

Si può citare la provocatoria proposta dell'economista Marco Simoni che, su queste pagine, ha invitato la Cgil ad abolire il “concertone” del 1° maggio per usare “le stesse energie mediatiche, finanziarie, politiche per la vita dei giovani lavoratori italiani”; il ruvido e liberatorio appello dello scrittore Nicola Lagioia sul Sole24Ore a “chiamare le cose con il proprio nome”, a riconoscere senza catastrofismi e lamentele che l'Italia è ormai stabilmente arretrata nel “secondo mondo” ma che solo una “generazione talmente forte” da saper ammetterlo e “abbastanza coraggiosa da provare non la vergogna, ma finalmente l'orgoglio di essere sopravvissuta emotivamente agli ultimi vent'anni, possa aiutarci a ripartire”; la lucida analisi dell'editor Federica Manzon (sulla rivista Nuovi Argomenti) su quanto pregiudiziale e snobbistico sia criticare sempre e comunque il successo di mercato delle opere culturali italiane; le intuizioni filosofico-linguistiche su come superare la dittatura retorica di Berlusconi e del berlusconismo che lo scrittore Christian Raimo ha esposto su il Manifesto lo scorso 25 agosto; le acute riflessioni di Antonio Pascale (nei suoi ultimi due saggi per Laterza e Minimum Fax) sulla mancanza di verità nella politica e, soprattutto, nella comunicazione italiana. E e non ci si riferisce agli scontati monologhi di Emilio Fede o ai titoloni de Il Giornale, ma, ad esempio, alle vere e proprie leggende metropolitane su Ogm o nucleare spacciate per attendibile informazione scientifica, oppure ai moralismi a corrente alternata di grandi giornali su molteplici temi; oppure, sempre sullo svilimento della verità, gli interessanti spunti raccolti e commentati da Giorgio Fontana (il Manifesto 12 agosto 2010). Ecco alcuni nomi e alcune idee forse utili a riempire di contenuto i tanti appelli al rinnovamento.

Può farci sentire meno soli constatare che questa voglia di lasciarsi alle spalle certe generazioni e i loro logori argomenti non sia solo italiana, ma è parte di un processo che caratterizza molti dei paesi dell'occidente, anche se, come spesso accade, qui da noi trova delle ricadute particolarmente significative.

Un interessante dibattito è nato in Inghilterra dal libro "Il Furto: come i baby boomers rubarono il futuro ai loro figli" di David Willetts. Negli Stati Uniti il confronto tra generazione del baby boom e generazione X ha trovato una sintesi nel libro di Jeff Gordinier "Come gli X salvano il mondo" in cui si racconta di come “mentre i nostalgici patologici baby boomers sono indaffarati a buttar giù Viagra e a combattere all'infinito per il loro posto al sole, i nati dopo gli anni '60 fanno il lavoro duro e silenzioso che impedisce all'America di soccombere ma, ciononostante, restano ancorati alla definizione di massa di bamboccioni”. Negli ultimi vent'anni, scrive sempre Gordinier, gli X hanno cambiato la cultura e il business, hanno inventato Google e Wikipedia e ci hanno dato Obama e Dave Eggers.

Certo, in Italia non possiamo vantare risultati così eclatanti (anche per un sistema economico e politico che, a sua volta, stenta a diventare adulto), ma anche da noi, non si fa fatica a rintracciare una spina dorsale composta da giovani X che, faticosamente e con pochissimi riconoscimenti, tiene in piedi il Paese. Piuttosto, per citare i "casi" Saviano e Serracchiani, quando gli X emergono in modo così clamoroso, fanno poi fatica a rimanere a lungo distanti e "alternativi" al sistema di potere saldamente nelle mani dei vecchi e ne vengono incanalati. “Il metodo degli X è mettere tutto sul tavolo, esigere trasparenza, analizzare i dati e prendere decisioni in funzione di queste analisi. È una generazione stanca delle ideologie: anche se ne condivide gli ideali, difficilmente sentiremo Obama parlare di 'terza via', come Clinton. Stanca anche della ragione ideologica, per cui esistono le soluzioni, prima dei problemi” spiegava l’economista e demografo Neil Howe, intervistato all'indomani delle ultime presidenziali Usa. Proprio Obama ci fornisce spunti interessanti su come mettere i problemi sul tavolo e trovare le soluzioni più adatte. Il presidente Usa da una parte investe decine di miliardi di dollari per far diventare gli Usa i primi nel settore delle energie rinnovabili, dall'altra investe altre decine di miliardi di dollari per nuove centrali nucleari (pensando anche magari anche al futuro e alla fine del petrolio...). Da una parte apre a nuovi massicci flussi di immigrazione, dall’altra fa severe politiche di selezione di immigrati qualificati e altamente specializzati in materie scientifiche. Da noi, per restare al nucleare e alla mancanza di verità della politica, viviamo il paradosso che i due partiti principali sono di base entrambi favorevoli alle centrali ma lo dicono solo quando sono al governo, professandosi contrari quando vanno all'opposizione... E' per questo che forse uno dei compiti principali per le nuove generazioni, per chi si trova e si troverà sempre di più alle prese con un situazione pesante da portare sulle spalle c'è soprattutto una cocciuta ricerca e riaffermazione della verità che faccia piazza pulita delle chiacchiere accumulate da generazioni ancora impegnate in uno scontro da guerra fredda sempre più fuori dal tempo. Per passare finalmente da “l'immaginazione al potere” a “la verità al potere” occorre ragionare su soluzioni pratiche per la politica, per l'economia, per il mondo del lavoro, ma tutto questo rischia di essere inadeguato se non si compie una sorta di rivoluzione in campo culturale. È una questione di modelli, di immaginario, di consapevolezza e di educazione. Accanto a questo si dovrebbe imparare a contrapporre uno slancio mitopoietico alle tante narrazioni che la generazione dei padri ha saputo creare e imporre (a cominciare proprio dalla retorica della rivolta e della rivoluzione che rischia, a sproposito, di far sentire sempre inadeguata e "ritardata" qualsiasi generazione di figli a confronto con i padri). Forse serve una orgogliosa e poco lamentosa “generazione dei tempi difficili” per usare la definizione coniata per i giovani del primo dopoguerra (che, non a caso, in mancanza di risposte e narrazioni efficaci, si fece abbindolare dal fascismo) e va chiarito subito che comunque toccherà a loro superare queste fasi complicate della storia del nostro Paese, quindi il “come” farlo dovrebbe essere deciso da loro (con l'inestimabile consiglio di qualche vecchio saggio) e non sempre e soltanto da chi ha un curriculum ricco di fallimenti. .

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NO ALLA LAPIDAZIONE DI Sakineh Mohammadi Ashtiani
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giovedì 02 settembre 2010
Dite a tutto il mondo che ho paura di morire.

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sakineh
Ma come fanno a prepararsi a mirare al mio viso e alle mie mani, a lanciarmi delle pietre? Perché? Sono Sakineh Mohammadi-Ashtiani. Dite a tutto il mondo che ho paura di morire. Dalla prigione di Tabriz ringrazio quelli che pensano a me". Sono le ultime parole credibili con le quali la donna iraniana di 43 anni, madre di due figli, chiede aiuto. Condannata per adulterio e per complicità nell'omicidio del marito, dopo quelle frasi uscite tramite un'organizzazione umanitaria dal carcere, Sakineh è stata costretta a una finta confessione in tv e il suo avvocato, Mohammed Mostafei, è dovuto fuggire in Norvegia.

Ma da quando Mostafei ha fatto conoscere al mondo la vicenda di Sakineh, si sono moltiplicati gli appelli e le richieste anche ufficiali al governo di Teheran perché la donna non venga uccisa. L'ultima iniziativa, che da oggi si può firmare su Repubblica. it, è una lettera di intellettuali francesi che chiedono a Teheran di "mettere fine a questo genere di metodi come a questo castigo iniquo e barbaro", invocando anche "il rispetto della dignità e della libertà di tutte le iraniane oppresse o minacciate". Fra i firmatari, il sociologo Edgar Morin, gli storici Elisabeth Roudinesco e Max Gallo, lo scrittore Marek Halter, i filosofi Daniel Schiffer e Michel Serres.A seguito della mobilitazione internazionale delle ultime settimane contro la sua esecuzione della, l'Ambasciata iraniana a Londra ha rilasciato una dichiarazione l'8 luglio 2010, affermando che la condanna di Sakineh Mohammadi Ashtiani non sarebbe stata eseguita tramite lapidazione. Tuttavia, la sua posizione legale non è chiara, dal momento che il suo avvocato non ha ricevuto alcuna comunicazione ufficiale sulla commutazione della sua condanna a morte. Durante il processo, Sakineh Mohammadi Ashtiani ha ritrattato una "confessione" rilasciata sotto minaccia durante l'interrogatorio e ha negato l'accusa di adulterio. Due dei cinque giudici hanno ritenuto la donna non colpevole, facendo presente che era già stata sottoposta a fustigazione e aggiungendo di non aver trovato le necessarie prove di adulterio a suo carico. Tuttavia, i restanti tre giudici, tra cui il presidente del tribunale, l'hanno ritenuta colpevole sulla base della "conoscenza del giudice", una disposizione della legge iraniana che consente ai giudici di esprimere il loro giudizio soggettivo e verosimilmente arbitrario di colpevolezza anche in assenza di prove certe e decisive. Giudicata colpevole dalla maggioranza dei cinque giudici, Sakineh Ashtiani Mohammadi è stata condannata alla lapidazione.

 Come morirebbe Sakineh, condannata alla lapidazione, se la pressionedell' opinione pubblica internazionale non riuscisse a bloccare la manoai suoi carnefici (è attesa per oggi la sentenza sul riesame del caso)?Avvolta in un sudario bianco, verrebbe sepolta fino al petto e uccisa daparenti e astanti a colpi di pietre, le cui dimensioni dovrebberoessere tali da non consentirle una morte troppo rapida. Dimedia grandezza, le pietre dovrebbero garantire la durata media dell'esecuzione: circa trenta minuti. Che l'orrore senza pari suscitato daquesta esecuzione sia dovuto alla sua barbarie è ovvio: ma forse adaccrescerlo gioca anche un'altra considerazione, che come spesso accade èlegata alla storia. La lapidazione non è mai entrata a far parte dellanostra cultura giuridica. Nel mondo classico, nel quale affondano leradici del nostro diritto, «il chitone di pietre» (come lo chiamaEttore, nell'Iliade) era una forma di giustizia popolare al di fuori diogni controllo istituzionale, che non fu accolto nel «giardino deisupplizi» né greco né romano. La morte con la pietra era un'esplosionedi rabbia popolare, veniva inflitta da gruppi spontanei, senzaaccertamenti preliminari della colpevolezza. Non era un'istituzionegiuridica: a «fare giustizia» non erano dei terzi estranei. Lapartecipazione delle parti offese all'esecuzione era in insanabilecontrasto con l'esigenza dello Stato nascente di superare la fase dellavendetta e di entrare in quella del diritto. Anche per questo ilpensiero della lapidazione ci colpisce in modo particolare. Perché cirimanda a una preistoria del diritto che ci illudevamo di aver persempre superato. Secondo il comitato internazionale contro lalapidazione dal 1979 sono state effettuate 150 lapidazioni.


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"Non serve Dio per creare l'universo" Hawking presenta la sua nuova teoria
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giovedì 02 settembre 2010
Il matematico inglese: «Dietro la creazione c'è soltanto il nulla»

LONDRA

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dal buco nero nasce la vita?
La creazione dell'universo si può spiegare anche senza l'intervento di Dio, poichè le ultime scoperte scientifiche hanno dimostrato che esistono alternative all'idea che esso sia nato dalla mano divina. Lo sostiene lo scienziato britannico Stephen Hawking nel suo ultimo libro «The Grand Design» (Il progetto grandioso), di cui il Times pubblica oggi alcuni brani. La creazione dell'universo, scrive Hawking, è stata semplicemente una conseguenza inevitabile delle leggi della fisica.

«Poichè esistono leggi come quella della gravità - sostiene il matematico nel libro di cui è coautore il fisico americano Leonard Mlodinow - l'universo può essere stato creato dal nulla». Tra le conferme trovate dalla scienza a sostegno dell'origine scientifica dell'universo, Hawking ricorda la scoperta nel 1992 di un altro pianeta che orbita intorno a una stella, in condizioni simili a quelle della Terra che orbita intorno al Sole, rendendo quindi il caso terrestre non unico. Considerando che è altamente probabile che esistano non solo altri pianeti simili alla Terra ma addirittura altri universi, Hawking sostiene che se Dio avesse voluto creare l'universo allo scopo di creare l'uomo, non avrebbe avuto senso aggiungere tutto il resto.

Nel suo nuovo libro Hawking sostiene anche che la scienza è vicina allo sviluppo di una teoria che tutti gli scienziati, da Einstein in poi, hanno cercato di mettere a punto. Teoria che potrebbe finalmente trovare il tanto agognato legame tra la teoria quantica e la gravità.

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il grande fisico hawking


biografia di hwking

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