banner475x1502.jpg
VIGNETTE !!!!!
vignetta 11.jpg
il METEO.
Home
Contattaci
Notizie
Collegamenti web
divieto di ingresso
fb-divieto-di-accesso-politici-big.jpg
baratto online

">
 
Rassegna.it
CIVILTANO' - LA 7 NEWS
dal mondo
Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

La vera storia del salvataggio della Tagina
Valutazione utente: / 0
Scritto da Administrator   
mercoledì 12 settembre 2018



Bob Dylan diceva: “Non criticare quello che non puoi capire”. E penso che questa frase, da oggi e per i prossimi giorni, debba essere rivolta ai tanti che in queste ore criticano senza aver compreso né tanto meno agito per risolvere le numerose crisi aziendali che hanno colpito negli scorsi anni il nostro Paese, anche a causa di politiche economiche contro producenti e ragionamenti industriali vetusti.
Oggi vi vorrei parlare quindi dello splendido risultato ottenuto ieri dal Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, a favore dei lavoratori e dell’azienda Tagina Ceramiche D’Arte di Gualdo Tadino, in provincia di Perugia.
La Tagina è un’azienda che oggi conta circa 150 dipendenti, si occupa della produzione di ceramiche di medio alto livello, è un marchio storico ed uno degli ultimi presidi industriali rimasti su quel territorio e che purtroppo, da qualche anno, si è trovato ad affrontare grosse difficoltà.
L’azienda negli anni migliori era riuscita ad impiegare 235 dipendenti, ma poi i primi segnali di difficoltà nel 2014 ed un 2015 chiuso con pesantissime perdite, ha portato alla chiusura di uno stabilimento produttivo (il n.2) e la messa in esubero di 70-80 persone. Quello fu l’inizio di una lunga serie di problematiche che portarono l’azienda a spegnere i forni e a terminare l’attività produttiva a fine 2017, presentando a gennaio 2018 la domanda di concordato in bianco con prospettive di liquidazione.
Una situazione di profonda crisi perdurata per almeno tre anni, che portarono l’azienda a fare un profondo e continuo uso di ammortizzatori sociali.
Tant’è che l’azienda si ritrova oggi ad aver usufruito del periodo massimo complessivo di integrazione salariale: 24 mesi in un quinquennio mobile, che possono aumentare in ragione dell’utilizzo di CIGS, a seguito di stipula di un contratto di solidarietà (questa viene conteggiata per la metà ai fini del computo dei 24 mesi, come previsto dalla normativa vigente).
Nella fattispecie, l’azienda ha usufruito di 12 mesi di CIGS per crisi aziendale per il periodo dal 18 gennaio 2016 al 17 gennaio 2017 e di ulteriori 12 mesi di CIGS a seguito di stipula di contratto di solidarietà per il periodo dal 18 gennaio 2017 al 17 gennaio 2018. Questi ultimi 12 mesi, ai fini del conteggio del limite massimo complessivamente utilizzabile, vengono computati per la metà, per cui rilevano per 6 mesi, per un totale complessivo di 18 mesi.
Gli ulteriori 6 mesi disponibili sono stati utilizzati come cassa integrazione guadagni ordinaria (CIGO), richiesta all’Inps fino alla data del 3 agosto 2018.
Negli ultimi mesi si è però verificata una significativa modifica della compagine sociale che ha comportato l’acquisizione del pacchetto azionario da parte di un altro soggetto imprenditoriale. L’acquisizione del pacchetto azionario, pur incidendo in modo significativo sugli assetti proprietari di un’azienda, non ha permesso però alla società la possibilità di riconoscere nuovi periodi di CIGS, come avviene nell’ipotesi del trasferimento d’azienda ai sensi dell’articolo 2112 c.c., in cui il computo della CIGS viene effettuato in capo al soggetto acquirente, per cui sostanzialmente riparte dall’inizio.
Questo per colpa del Jobs Act, che ha modificato la normativa eliminando la possibilità - per le imprese che presentavano un programma di ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale a seguito di una avvenuta significativa trasformazione del loro assetto proprietario, che avesse determinato rilevanti apporti di capitali ed investimenti produttivi – di non computare eventuali periodi di CIGS già utilizzati prima della trasformazione societaria, ai fini del raggiungimento del limite massimo complessivo di integrazione salariale utilizzabile (art. 1, comma 10, della legge n. 223/1991).
Il Jobs Act ha purtroppo portato così molte altre aziende italiane in condizioni di estrema difficoltà. Perché nonostante ci possano essere per loro chiare e immediate possibilità di reindustrializzazione, si ritrovano orfane di uno strumento che permetteva la concessione di un ammortizzatore sociale in grado di accompagnare l’azienda verso un nuovo rilancio.
Per questi motivi, fin da primi di luglio, vi è stata una corrispondenza tra gli uffici del Ministero del Lavoro e l’azienda, a cui è seguito un incontro al Ministero dello Sviluppo Economico con i titolari dell’azienda per formalizzare il percorso da intraprendere.
Questo percorso è stato identificato nella definizione di una nuova norma che permettesse di estendere a favore delle imprese e dei lavoratori operanti nelle aree interessate dagli accordi di programma, attivati ai sensi delle previsioni di cui alla legge 23 luglio 2009 n. 99, gli interventi disciplinati dall’articolo 44 comma 11 bis del D.Lgs 148/2015 e dall’articolo 53 ter del decreto legge 24 aprile 2017 n. 50 convertito dalla legge 21 giugno 2017 n. 96.
Ossia, in parole semplici, quella di estendere la disciplina degli interventi delle aree di crisi complessa (le deroghe alla durata massima dei trattamenti di integrazione salariale straordinaria riconosciute ai sensi dell’articolo 27 del decreto legge 83/2012) alle aree interessate da accordi stipulati ai sensi della previgente disciplina di cui alla legge 99/2009.
Questo grazie alla nostra chiara volontà di salvaguardare i lavoratori e le imprese che operano in aree che evidenziano gravi problematiche connesse alla reindustrializzazione, ma che erano interessate da accordi di programma o riconosciute quali aree di crisi industriale complessa ai sensi delle norme previgenti, come per l’accordo relativo alla reindutrializzazione del territorio Umbro Marchigiano interessato dalla crisi della A. Merloni Spa in amministrazione straordinaria.
Tale norma è stata quindi presentata al decreto mille proroghe in discussione alla Camera dei Deputati da parte del gruppo del M5S, ricevendo l’ammissibilità da parte degli uffici della Camera e il parere favorevole da parte della ragioneria, ed è stata quindi votata in commissione alla Camera dei Deputati durante la discussione del decreto, divenendo parte integrante del testo che verrà votato in aula.
Come è così chiaro a tutti, per risolvere questa situazione oltre alla volontà espressa da parte del Governo, c’è voluto il lavoro coordinato assieme al Legislatore. Un lavoro tecnico, che ha portato al risultato ottenuto grazie alla determinazione di tutti gli attori del procedimento.
Chi oggi parla “a vanvera” di ritardi nella cassa integrazione, chiaramente nonostante il ruolo politico, poco comprende delle tematiche inerenti le politiche dello sviluppo economico, del lavoro e dell’integrazione salariale.
Comprendo così la grande frustrazione che stanno manifestando in queste ore dalle parti della giunta della Regione Umbria (a guida PD) e nei pressi degli uffici del Sindaco di Gualdo Tadino (PD) nell’apprendere che la situazione di incertezza perpetrata negli anni per un’azienda e per i loro lavoratori, sia conseguente alle controproducenti politiche del precedente Governo nazionale, del loro stesso colore politico.
E non vorrei nemmeno essere nei loro panni, nel leggere che proprio l’impossibilità nel fornire la cassa integrazione per accompagnare la società nella ripartenza e nello sviluppo, sia frutto di un provvedimento quale il Jobs Act, così tanto sbandierato e decantato proprio da lor signori.
Ma si sa, ormai a seguito degli importanti, e continui risultati che stiamo ottenendo per i lavoratori e per le imprese, a rosicare sono in tanti.
Ciò che però è importante dire, è che a noi, di tutte queste parole al vento da parte di esponenti politici che avrebbero potuto fare qualcosa, e non hanno fatto, poco importa.
C’è un bene più importante, che stiamo dimostrando, con i fatti, di tutelare: il lavoro e lo sviluppo economico del nostro Paese. Noi continueremo nella strada intrapresa per cercare, con tutte le nostre forze, di creare le condizioni migliori per lo sviluppo delle attività imprenditoriali e dei livelli occupazionali sul territorio, guardando soprattutto con buon occhio a tutti coloro che dimostreranno di poter fare investimenti di cui possa beneficiare tutta la comunità locale.
Faccio un forte di augurio di prosperità e di serenità ai titolari dell’azienda ed ai lavoratori di Tagina, con cui siamo in contatto e con i quali continueremo a collaborare come fatto fin oggi, dando un chiaro e forte messaggio a tutti di cosa, secondo noi, dovrebbe rappresentare lo Stato e di come dovrebbe sempre comportarsi, soprattutto nei confronti delle piccole e medie imprese e dei suoi lavoratori.
Per questo spero di vedervi giovedì a Gualdo Tadino (Pg) con il ministro Di Maio per un incontro con azienda e lavoratori.
Ps. Se qualcuno del Pd volesse venire a dirci qualcosa personalmente saremo ben lieti di vederli uscire dalle pagine patinate dei giornali di partito, da cui dichiarano falsità, e vederli finalmente in mezzo alla gente, magari a raccontare a quegli stessi lavoratori che attendevano risposte, del perché di certi loro provvedimenti che hanno imbrigliato lo sviluppo del Paese e dei lavoratori.
Noi intanto continuiamo a lavorare per il bene dei cittadini italiani. font.blogdellestelle


Lascia il primo commento! | Aggiungi ai preferiti (2) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 6

 
Fukushima Daiichi: la vita e i diritti dei “liquidatori”
Valutazione utente: / 0
Scritto da Administrator   
venerdì 07 settembre 2018



Chernobyl ci ha insegnato che la radioattività può continuare a rappresentare un rischio per l’ambiente e la salute per centinaia di anni. Nel marzo del 2013, infatti, sono state trovate tracce di Cesio 137, oltre la soglia prevista in caso di incidente nucleare, nella lingua e nel diaframma di 27 cinghiali del comprensorio alpino della Valsesia in Italia. Anche se non è stato possibile risalire all’origine certa della radioattività, come ci aveva ricordato Elena Fantuzzi responsabile dell’Istituto di Radioprotezione dell’Enea, “Il cesio 137 è un radionuclide artificiale prodotto dalla fissione nucleare. Viene rilasciato quindi solo da siti nucleari”. Le ipotesi più accreditate sono subito state quelle secondo cui il cesio potrebbe essere ancora quello rilasciato dall’incidente della centrale nucleare di Chernobyl nel 1986. Per questo i numerosi rapporti sulle conseguenze ecologiche del disastro nucleare di Fukushima seguito al terremoto/tsunami dell’11 marzo 2011, che in questi anni hanno confermato la contaminazione radioattiva dei fondali marini al largo della costa di Fukushima come centinaia di volte al di sopra dei livelli antecedenti il 2011 e quella nei fiumi locali fino a 200 volte superiore rispetto a quella dei sedimenti oceanici, non ci sorprendono più.
Ai costi ecologici vanno aggiunti quelli economici visto che dopo l’incidente del marzo 2011 i costi delle bollette giapponesi si sono alzati di almeno 327 miliardi di yen e la Tepco continua a sborsare miliardi per la gestione delle attrezzature indispensabili per mantenere in sicurezza il cadavere radioattivo della centrale di Fukushima Daiichi e per trattare l’acqua radioattiva, che ha invaso i sotterranei dei reattori di Fukushima. In realtà queste “spese supplementari straordinarie” sono pagate dal governo che sta risarcendo “temporaneamente” i danni a nome della Tepco, una compagnia ormai fallita e tenuta in piedi dallo stesso Governo giapponese solo per gestire l'emergenza. Ora secondo tre esperti dell’Onu per i diritti umani il Giappone deve agire con urgenza anche “per proteggere decine di migliaia di lavoratori che sarebbero stati sfruttati ed esposti a radiazioni nucleari tossiche durante i lavori per bonificare la centrale nucleare danneggiata di Fukushima Daiichi”.
A sollevare il problema nelle scorse settimane sono stati Baskut Tuncak, relatore speciale per i diritti umani nella gestione delle sostanze e dei rifiuti pericolosi, Urmila Bhoola, relatrice speciale sulle forme contemporanee di schiavitù e Dainius Puras, relatore speciale sul diritto al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale. Secondo quanto riporta un comunicato del 16 agosto dell’United Nations human rights council (Unhrc), i tre esperti sarebbero “profondamente preoccupati per il possibile sfruttamento dei lavoratori, per i rischi di esposizione alle radiazioni, per la possibile coercizione nell’accettare condizioni di lavoro pericolose a causa di difficoltà economiche e per l’inadeguatezza delle misure di formazione e di protezione. Siamo ugualmente preoccupati per l’impatto che l’esposizione alle radiazioni può avere sulla loro salute fisica e mentale”. La contaminazione dell’area e l’esposizione alle radiazioni rappresentano, infatti, un grave pericolo anche in condizioni di protezione ottimali per tutti i “liquidatori” che ancora oggi stanno cercano di mettere in sicurezza l’area teatro della catastrofe nucleare.
Secondo l’Unhcr nell’ambito del programma di decontaminazione sono stati reclutati decine di migliaia di lavoratori che includerebbero anche lavoratori migranti, richiedenti asilo e persone senza fissa dimora. La notizia non è di per sé una novità, almeno in Giappone. La Tokyo Electric Power Company (Tepco), la compagnia nucleare proprietaria di Fukushima Daiichi, era infatti, già finita più volte nei guai per il trattamento dei lavoratori impiegati nella bonifica. Già nel 2013 un’inchiesta della Reuters aveva fatto emergere a Fukushima Daiichi “diffusi abusi sul lavoro e le denunce di lavoratori con retribuzioni improvvisamente ridotte”. A luglio invece, un’indagine condotta dal ministero della giustizia giapponese ha mostrato che 4 società edili avevano assunto tirocinanti stranieri per farli lavorare alla decontaminazione radioattiva della centrale. L’inchiesta ha rilevato che una delle 4 società aveva pagato solo 2.000 yen (16 euro) al giorno i tirocinanti, meno di un terzo dei 6.600 yen forniti dal governo come indennità speciale per il lavoro di decontaminazione. E i lavoratori coinvolti non sono certo sono pochi: sul suo sito web il ministero della salute, del lavoro e del welfare giapponese ha dichiarato che nel 2016 “sono stati impiegati 4.786 lavoratori” mentre il Radiation Worker Central Registration Centre of Japan ha indicato che “in cinque anni, fino al 2016, sono stati assunti ben 76.951 lavoratori addetti alla decontaminazione”.
Ora anche la nota dei tre esperti dell’Onu denuncia come “Rapporti dettagliati evidenziano che i contratti di decontaminazione sono stati attribuiti a diversi grandi appaltatori e che sono stati subappaltati a centinaia di piccole imprese, senza esperienza in materia, destando preoccupazione. Queste disposizioni, insieme all’utilizzo di intermediari per reclutare un numero considerevole di lavoratori, potrebbero aver creato condizioni favorevoli per l’abuso e la violazione dei diritti dei lavoratori”. Dopo che nel 2017 gli esperti di diritti umani delle Nazioni Unite avevano avviato un dialogo con il Governo giapponese, in queste settimane Tokyo ha finalmente preso in considerazione la necessità di rafforzare la protezione per i lavoratori dichiarandosi disponibili ad affrontare al meglio “il problema dei diritti e dell’esposizione dei lavoratori alle radiazioni tossiche”.
Sarà vero?
di Alessandro Graziadei
font.unimondo.org


Alessandro Graziadei
Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.
Lascia il primo commento! | Aggiungi ai preferiti (4) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 6

 
Fast food e batteri… che dieta!
Valutazione utente: / 0
Scritto da Administrator   
mercoledì 29 agosto 2018




Avete anche voi la sensazione che la discussione su questioni che hanno a che vedere con l’alimentazione sia negli ultimi anni aumentata? Che molte più persone di un tempo si preoccupino di quello che mangiano, di provenienza e qualità, di diritti e poteri, di come e dove comprare? Sarà perché per lavoro e per interesse mi occupo di questi temi, sarà perché ci faccio attenzione e perché io stessa ne parlo con conoscenti, parenti, colleghi e amici, ma ho l’impressione che sempre più consumatori siano informati e consapevoli e abbiano la sensibilità giusta per approfondire, indagare, muoversi un po’ più in profondità rispetto alla superficie. Non solo per il Pianeta – che per molti rimane comunque ancora un concetto indefinito per motivare azioni concrete di cambiamento a volte non così chiare nel loro rapporto causa-effetto – e non solo per i diritti degli altri – che se secondo coscienza ci fanno indignare, spesso non bastano a farci agire – ma anche per se stessi, per la propria salute e il proprio benessere, ragioni per molti certo più convincenti e urgenti.
Se dunque tanti di noi sono convinti e informati, per esempio sul fatto che un’alimentazione basata su cibi industriali e raffinati sia dannosa per il nostro benessere psico fisico, perché non siamo così allarmati – come lo siamo per questioni come i vaccini – se consideriamo che comporta per il nostro organismo effetti analoghi a quelli di un’infezione batterica? Già, proprio così. Ci preoccupiamo dello sporco, dei virus, delle minacce al nostro sistema immunitario e nel contempo adottiamo come se non ci fosse un domani uno stile alimentare ad alto contenuto di grassi e zuccheri (gli insospettabili, presenti anche sotto mentite spoglie).
E il nostro organismo come risponde? Le difese si fanno più aggressive, e non solo nel breve periodo. Lo dice uno studio recente dell’Università di Bonn durante il quale, per un mese, un team di ricercatori europei e americani ha sottoposto a una dieta non proprio desiderabile un campione di topi (argh, i test sugli animali! Ma questa è un’altra storia…). Dopo 4 settimane a inghiottire schifezze da fast food, nelle cavie si è riscontrato un aumento non previsto di cellule immunitarie nel sangue: granulociti e monciti. In pratica, un’infiammazione acuta, che dopo altre 4 settimane di ritorno a una dieta regolare, è scomparsa… non però senza lasciare traccia. La riprogrammazione genetica delle cellule immunitarie si poteva ancora osservare, cosa che tradotta in un linguaggio un po’ più accessibile significa che l’alimentazione spazzatura ha mobilitato i difensori del sistema immunitario, senza però un disarmo totale alla fine del periodo di emergenza. Per dirla in altre parole, sono reazioni che, nel lungo periodo, possono accelerare l’insorgenza di malattie vascolari o di diabete di tipo 2.
Non si tratta quindi solo di scorrette abitudini, ma di vera e propria cattiva alimentazione, che comporta conseguenze peggiori di quanto immaginato. Un problema che solleva ancora una volta il dibattito sull’importanza e sulla necessità di promuovere l’educazione alimentare, non solo tra le fasce d’età più giovani, ma anche tra gli adulti: scegliere – e poter scegliere – ogni giorno quello che vogliamo mangiare è indispensabile alla difesa di libertà, sovranità e diritti, ed è anche importante per la nostra stessa salute, per proteggere il nostro organismo biologico, certo, ma soprattutto per proteggere le nostre menti dal quotidiano bombardamento mediatico cui l’industria alimentare ci sottopone, esercitando continue pressioni che tentano i nostri acquisti, ignari delle conseguenze.
di Anna Molinari
font unimondo.org

Anna Molinari
Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.


Lascia il primo commento! | Aggiungi ai preferiti (3) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 9

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 4 di 665





NIGERIA TV..........................................................
NIGERIA TV



MOTIVAZIOI ASSOLUZIONE BERLUSCONI PROCESSO RUBY




Sirene, ilmistero svelato su DISCOVERY


squalo mangia squalo


STRAORDINARIO


UKRAINA..TV...........................................
Login Form





Password dimenticata?
Nessun account? Registrati
WEBCAM WORLDWEBCAM....................................
Parigi
Vai alla webcam Paris, Eiffel Tower - EiffelCam 285 a Europa / Francia / Quartier des Invalides


vivere di sola frutta

PALAS Civitanova Marche





  | Top |