banner475x1502.jpg
VIGNETTE !!!!!
renzi-berlusconi2.jpg
il METEO.
Home
Contattaci
Notizie
Collegamenti web
divieto di ingresso
fb-divieto-di-accesso-politici-big.jpg
baratto online

">
 
Rassegna.it
CIVILTANO' - LA 7 NEWS
dal mondo
Intelligente come un polipo!

Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO

Ecuador: la cooperazione vincente di Salinas de Guaranda
Valutazione utente: / 0
Scritto da Administrator   
lunedì 20 agosto 2018



Un villaggio ridotto a una povertà estrema, tra i più poveri della provincia andina di Bolivar, a sua volta la provincia più povera dell’Ecuador, la cui popolazione - parliamo di fine anni ’60 - viveva ancora in una condizione molto arretrata. Questo era l’identikit del cantone di Salinas de Guaranda e dei centri rurali circostanti, e questo fu il criterio che convinse i volontari dell’Operazione Mato Grosso (OMG) ad iniziare un’opera missionaria a favore delle comunità del cantone.
Richiamati dal Monsignor Candido Rada, primo vescovo istituitosi nella diocesi provinciale di Bolivar, il gruppo di volontari arrivarono a Salinas nel 1971, guidati da Padre Antonio Polo. Trovarono un paesino di capanne con pareti e pavimento di terra, e tetti di paglia, senza acqua potabile né sistema fognario, privo di telefono e luce elettrica, sperduto, nel cuore delle Ande ecuadoriane centrali, a un’altitudine di 3.550 metri. Lo sconcerto dei missionari fu palpabile allo scoprire che alle ultime elezioni comunali aveva votato solo l’8% degli adulti, gli unici ad averne diritto perché in grado di leggere e scrivere.
Il tasso di mortalità infantile, secondo le stime dei volontari OMG, raggiungeva il 40%, spesso per la mancanza del denaro necessario a comprare medicine basilari come sciroppi, sieri d’idratazione o vestiti adeguati per i freddi notturni. I giovani cercavano lavoro nelle regioni costiere o emigravano ancor più lontano, dato che i genitori erano sottoposti a una condizione paragonabile alla schiavitù, offrendo la loro manodopera alle grandi aziende di produzione del sale per soli 20 centesimi di dollaro al giorno.
La chiamavano la schiavitù del sale: quel famoso sale iodato delle saline di Guaranda (da cui il nome del cantone) che tanta fatica aveva rappresentato per uomini e donne che si spaccavano la schiena tutto il giorno nei giacimenti per poi dover “asciugare” e “bruciare” il sale, con la legna che andavano a recuperare dalla bocca della montagna. L’estrazione era orchestrata da un’elite di famiglie potenti, latifondiste, in un sistema para-feudale, dove i Cordovez si autoconsideravano i legittimi proprietari delle mine di sale della zona, sebbene la legge indicasse che tutte le risorse del sottosuolo appartenessero allo Stato. Il quadro drammatico del cantone comprendeva pure svariati casi di violenza, giustizia sommaria e abusi sessuali eseguiti dalle stesse famiglie nobili ai danni degli indigeni.
La prime attività umanitarie si incentrarono sulla costruzione di un sistema di acqua intubata e di una casa comunale per favorire l’aggregazione dei cittadini, i quali videro da subito di buon occhio la presenza dei missionari italiani, e manifestarono la profonda volontà di migliore la loro qualità di vita. La quasi totalità degli abitanti del cantone (25 comunità) erano indigeni Kichwa, e vivevano in una condizione estremamente vulnerabile, oltreché isolata, ad ore di cammino dagli altri centri, collegati da un’unica strada di terra, impossibile da percorrere durante l’epoca delle piogge. La stessa parrocchia urbana di Salinas era cambiata davvero poco dalla sua fondazione nel 1884. Gli abitanti si dimostrarono collaborativi e promossero varie opere solidarie a beneficio della collettività, dove gli abitanti si trovavano a lavorare fianco a fianco i sabati e le domeniche. Giunti a quella fase, l’intuizione di Padre Antonio fu quella di costituire la Cooperativa de Ahorro y Credito (COAC), vero motore di sviluppo egualitario e sostenibile di una comunità, in grado di accogliere il maggior numero di soci, rispetto ad altri tipi di cooperativa, e di lanciare un nuovo tessuto produttivo. Esattamente come nel Trentino di un secolo fa.
Il clima di fiducia fu favorito anche da un evento: nel 1971 lo Stato Ecuadoriano riconobbe la proprietà legale delle miniere di sale alla Cooperativa di Salinas a scapito dei precedenti proprietari. A quel punto pero il boom ottenuto dalla nuova commercializzazione del sale marino aveva fatto crollare le prospettive del settore. Fu cosí che nel 1974 la COAC finanziò lo stabilimento della prima fabbrica casearia, grazie ai risparmi depositati da tutti i soci, oltre a vari altri progetti produttivi resi possibili da crediti solidali, la cui crescita portò alla creazione di un’organizzazione più grande, la FUNORSAL (Fundación de Organizaciones de Salinas) per poter far fronte alle richieste delle nuove attività imprenditoriali del cantone. In pochi anni nacquero 28 cooperative sul suolo cantonale, in buona parte di produzione di latte e derivati, ma non solo. L’idea alla base era imperniata su un modello di sviluppo integrale, che partiva dal settore primario, per esempio l’allevamento di pecore e alpaca da lana, che doveva alimentare il settore secondario, come per esempio una filanda, e a sua volta rifornire il settore terziario, come la vendita di prodotti di abbigliamento e artigianato. In questo modo le aziende erano strettamente collegate e si creavano tanti nuovi posti di lavoro.
La comunità era rappresentata dai soci delle cooperative, tutti con uguali diritti di fronte al gruppo; i soci erano collettivamente proprietari dei fattori produttivi delle piccole aziende, dunque la comunità intera era al contempo dipendente e amministratrice delle nuove aziende che germogliavano e iniziavano ad espandersi. Il successo delle cooperative fu condito da progetti di assistenza tecnica per migliorare la produttività dei campi e delle aziende casearie, educazione finanziaria per gestire meglio i propri risparmi, ed accompagnamento sociale per migliorare il benessere della gente: parte degli utili veniva ridistribuita alla comunità sotto forma di diversi servizi di base, infrastrutture, strade, salute e istruzione.Negli anni Salinas ricevette l’appoggio della Cooperazione Italiana e Svizzera, oltre a varie organizzazioni non governative, come il Fondo Ecuatoriano Populorum Progressio (fondato proprio da Mons. Rada e sapientemente diretto da Bepi Tonello), che permise di convertire il cantone in un esperimento di autogestione unico in tutto il paese.
Oggi Salinas è cresciuta, vantando più di 10 mila abitanti che vivono in case di mattoni, e con loro si sono ampliate le aziende e le associazioni di sostegno, tra le quali spiccano i nomi della Filanda Intercomunale di Salinas, l’Associazione di Sviluppo Sociale di Artigiani del Tessile (donne artigiane), la Fundacion Familia Salesiana Salinas (attività di formazione, salute per giovani e bambini), oltre ovviamente al Salinerito, l’impresa di agroindustria rurale più importante dell’Ecuador, i cui prodotti sono esportati fino in Europa. Cioccolata fondente di alta qualità, frutta e funghi disidratati, insaccati al metodo italiano, e formaggi maturi andini sono solo alcuni dei prodotti che hanno fatto la fortuna del Salinerito, e di tutti i suoi soci, che hanno appena inaugurato un nuovo punto vendita da 1 milione di dollari a Quito. Certo, tutto questo non sarebbe stato possibile senza la costante presenza di missionari, dei tanti volontari che ancora oggi accorrono, e di Padre Antonio, vero timoniere pragamatico e spirituale del cambiamento. Nonostante l’immensa operosità delle persone, non sarebbe stato possibile passare da una produzione giornaliera di 180 litri di latte ai 7.000 attuali, la riqualificazione dei pascoli, la commercializzazione dei prodotti, il miglioramento delle unità educative (ad oggi si contano più di 150 laureati universitari a Salinas), e, soprattutto, la forte attrattività turistica di cui oggi gode tutto il cantone per le sue dovizie naturali e paesaggistiche (a due passi giace il Chimborazo, il vulcano più alto dell’Ecuador, nonché cima terrestre più vicina al Sole).
Ma i rischi si celano sempre dietro l’angolo, in un mondo in rapida evoluzione. Primo tra tutti la tentazione di trasformare le imprese comunitarie in imprese private di alcuni individui, prevalentemente orientate al profitto, e quindi a una nuova stratificazione sociale. Seppur stimolante e utile, il confronto con la concorrenza non deve minacciare i meccanismi di benessere raggiunti. Vi è poi il rischio che si perda in qualità: Salinas, ancora tanti anni fa, fu insignita della certificazione di Buone Pratiche Manifatturiere (BPM). Infine il ricambio generazionale puó provocare il capriccio di mettere in discussione l’autorità morale di Padre Antonio, e con essa tutto lo scheletro organizzativo collettivo che ha reso possibile uno degli esperimenti di economia solidale più fortunati ed eloquenti degli ultimi 50 anni. “Trabajo + Ahorro = Adelanto” citava il motto della COAC di Salinas, e cosí è stato. E difficile che potesse essere altrimenti.
di Marco Grisenti
font.unimondo.org.

Marco Grisenti
Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente.

Lascia il primo commento! | Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 0

 
Un altro Mediterraneo è possibile
Valutazione utente: / 0
Scritto da Administrator   
martedì 14 agosto 2018



Il Mar Mediterraneo è sempre stato al centro della nostra storia tanto da essere stato più volte definito, nel corso dei secoli, come Mare Nostrum – il “nostro mare”, termine coniato nell’antica Roma e ripreso poi dal governo fascista per promuovere la costruzione di un impero coloniale italiano d’oltremare. Nell’uso contemporaneo, il termine è stato invece più volte usato per valorizzare la diversità gli scambi e la cooperazione tra le nazioni del Mediterraneo,e con questa espressione si è anche denominata l'importante operazione, curata dal Governo italiano, di salvataggio in mare dei migranti a seguito del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013.
Oggi nell’immaginario comune, il Mar Mediterraneo è soprattutto sinonimo di “sbarchi”, “invasione”, “clandestini” con un linguaggio che richiama i toni populisti che trovano eco un po’ in tutta Europa. Tendiamo invece a dimenticare che il Mediterraneo, il “nostro mare” con la sua diversità di popoli è anche una risorsa.
Dieci anni fa, i capi di stato e di governo dei paesi Europei e del Mediterraneo fondavano l’UpM-Unione per il Mediterraneo, coinvolgendo 43 paesi in una partnership per affrontare le sfide comuni della macro-regione inerenti lo sviluppo economico e sociale, il degrado ambientale e il cambiamento climatico, le migrazioni, il dialogo tra culture. Alcune buone pratiche di cooperazione Euro-Mediterranea di questi 10 anni sono presentate sul sito dell’UpM. Tra queste, un progetto promosso dall’Università di Siena con un finanziamento del Programma europeo Interreg- Med per prevenire, ridurre e rimuovere i rifiuti dal Mar Mediterraneo e del progetto HOMER che promuove la mobilità di studenti universitari tra i paesi del Mediterraneo, inclusa l’Italia, per migliorare competenze e qualifiche e favorire l’occupabilità, in una regione dove la disoccupazione giovanile spesso aumenta con il livello di istruzione.L’8 ottobre a Barcellona, nel corso dell’incontro annuale dei Ministri degli Affari Esteri dei paesi membri dell’UpM, si farà il punto sui dieci anni di cooperazione Euro-Mediterranea. Recentemente, a luglio 2018, l’Unione per il Mediterraneo ha supportato la nascita della Rete Euromed per la ricerca sulle migrazioni(EuroMedMig-ReNet), nata durante la XV Conferenza annualedel network International migration, integration and social cohesion (Imiscoe), importante piattaforma che aggrega gli istituti di ricerca di entrambe le sponde del “Mare Nostrum” nel campo delle migrazioni e dell'integrazione. La nuova rete Euromed – sottolinea l’UpM – punta a indagare sulle origini e le interdipendenze dei movimenti migratori che negli ultimi anni hanno interessato il “Mare nostrum”. L'obiettivo è quello di tracciare una linea d’azione comune per affrontare gli aspetti critici legati alle migrazioni che costituisca al contempo sintesi delle suggestioni emerse dal dialogo interregionale e chiave di lettura del fenomeno immigrazione visto non più come criticità da subire ma come opportunità da cogliere.
Auguriamo quindi buon lavoro a questo neo-nato organo anche perché gli ultimi dati diffusi dall’UNHCR, l’agenzia dell’ONU che si occupa di rifugiati, non sono affatto buoni e denunciano come la mancanza di un approccio collaborativo nel Mediterraneo stia facendo aumentare vergognosamente il numero dei morti in mare.Nei primi sei mesi dell’anno in Italia sono arrivati circa 16mila richiedenti asilo. Sono numeri in calo dell’80 per cento rispetto ai primi sei mesi del 2017, che segnalano un ritorno sui livelli degli anni precedenti al 2014, prima che iniziasse l’ultima grande crisi migratoria, quando gli sbarchi raramente superavano le poche decine di migliaia di persone l’anno. Ma compiere la traversata è sempre più pericoloso: a giugno è morta una persona ogni sei che ci hanno provato."Nel Mediterraneo l'anno scorso moriva 1 persona su 39, quest'anno 1 su 6” ha denunciato Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’UNHCR.
In particolare, l’UNHCR teme le conseguenze di una diminuzione delle capacità di soccorso poiché le imbarcazioni vengono dissuase dal rispondere alle richieste di soccorso per paura di vedersi negato il permesso di sbarcare le persone tratte in salvo. In particolare – riporta l’UNHCR – le ONG hanno espresso preoccupazione per le restrizioni imposte alle loro capacità di condurre operazioni di ricerca e soccorso a seguito di limitazioni ai loro movimenti e alla minaccia di potenziali azioni legali. Non solo le ONG sono state di fatto allontanate, ma anche le navi commerciali hanno meno incentivi ad effettuare i salvataggi visto che rischiano di vedersi negato il permesso di raggiungere un porto italiano e rischiano così di trovarsi bloccate per giorni (è accaduto anche a navi militari, anche italiane).
L’UNHCR ribadisce l’appello lanciato nelle ultime settimane insieme all’OIM – Organizzazione Internazionale Migrazioni – ad adottare un approccio collaborativo e regionale rispetto alle traversate del Mediterraneo, che fornisca linee guida chiare e prevedibili per la ricerca, il soccorso e lo sbarco.
di Lia Curcio
font.unimondo.org

Lia Curcio
Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

Lascia il primo commento! | Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 0

 
Inquinamento da farmaci: danni collaterali delle cure
Valutazione utente: / 0
Scritto da Administrator   
martedì 14 agosto 2018



Quella dell’inquinamento da farmaci è una questione della quale si sa ancora poco e si discute ancora di meno. La nostra è sempre più una società con maggiore disponibilità e facilità di accesso ai farmaci. Ciò comporta la conseguenza positiva di un miglioramento delle cure e di una longevità davvero impensabile solo alcuni decenni fa, eppure c’è anche un inquietante rovescio della medaglia.
Tutte le vie dell’inquinamento da farmaci
Sono in particolare tre i momenti nei quali si può verificare l’inquinamento da farmaci. Prima di tutto nella fase della produzione, quindi direttamente dagli scarichi delle aziende farmacologiche. Poi nel momento dello smaltimento dei farmaci, sia quelli scaduti che quelli inutilizzati. Uno studio del 2014, realizzato nelle farmacie di Verona e provincia in collaborazione con Federfarma, ha evidenziato come ancora il 22% degli intervistati (che erano i clienti delle farmacie) smaltiva i farmaci scaduti e quelli non utilizzati direttamente nel wc, nel lavandino o nella spazzatura. Molti quindi sono ancora refrattari a utilizzare gli appositi contenitori che ormai qualsiasi farmacia, anche nei paesi più piccoli, mette a disposizione dei clienti. Infine, l’inquinamento da farmaci può derivare dall’eliminazione dei principi attivi dal nostro organismo una volta assunto il farmaco. Attraverso le fognature, le feci e le urine che contengono tracce dei farmaci assunti, raggiungono l’acqua, fiumi, laghi, mari e oceani.
Secondo l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) “l’escrezione di farmaci dopo l’uso terapeutico umano e veterinario è la porta principale d’ingresso dei farmaci nell’ambiente ed è una conseguenza inevitabile del consumo di medicinali e pertanto molto più difficile da controllare. I farmaci sono generalmente solubili in acqua e quindi finiscono negli scarichi fognari. Molte sostanze chimiche farmaceutiche non sono degradabili per resistere all’ambiente acido dello stomaco o per avere una lunga durata, e possono penetrare, persistere e diffondersi nell’ambiente, specialmente nelle acque, e ritornare, attraverso la catena alimentare, negli esseri umani”. Di questi problemi si occupa la Ecofarmacovigilanza, una scienza emergente che racchiude – secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – “le attività di rilevazione, valutazione, comprensione e prevenzione degli effetti negativi legati alla presenza dei prodotti farmaceutici nell’ambiente”.
Quantità ed effetti dell’inquinamento da farmaci
Da alcuni anni i progressi della scienza consentono di realizzare studi capaci di verificare la presenza di farmaci nell’ambiente, cosa una volta impossibile, e di valutare dunque la eco-tossicità dei principali prodotti in commercio. Da tali studi è chiaro che non si tratta di concentrazioni altissime, e quindi non parliamo di emergenza immediata, ma di sostanze presenti nell’acqua in concentrazioni molto piccole: nell’ordine dei microgrammi al litro o addirittura nanogrammi al litro. Gli studi quindi si concentrano nel valutare i rischi di una esposizione continua a un basso dosaggio di decine di sostanze attive diverse. I primi risultati di tali ricerche furono quelli derivanti dagli studi di due chimici berlinesi, Thomas Heberer e Hans-Jurgen Stan, che già negli anni Ottanta del secolo scorso, cercando prove di inquinamento di un erbicida nelle acque di laghi e di fiumi, si imbatterono nella presenza di acido clofibrico. Si tratta di una sostanza presente nei farmaci anti-colesterolo.
Da quel momento in poi anche altri laboratori notarono la presenza di tale sostanza sia in Europa che nel Nord America. Più recentemente, nel 2011, l’Agenzia Nazionale di Sicurezza Sanitaria Francese ha rilevato come un quarto dei campioni di acqua potabile analizzati contenessero tracce di farmaci, in particolare antiepilettici e ansiolitici. E ancora, concentrandoci sul nostro Paese, una ricerca condotta in Lombardia ha evidenziato la presenza di numerosi farmaci (dagli antibiotici agli antitumorali, dagli antinfiammatori ai diuretici, dagli ansiolitici agli antidepressivi) nelle acque lombarde, nei sedimenti dei fiumi Po, Lambro e Adda e negli acquedotti di Varese e Lodi. Le conseguenze della presenza di tali sostanze nelle acque e nel suolo sono state studiate sugli animali. Sempre secondo l’Aifa, uno studio in Pakistan ha rivelato che gli avvoltoi subiscono gravi danni renali dal consumo delle carcasse di bestiame trattate con questo farmaco. In un periodo di tempo relativamente breve, il numero di avvoltoi è diminuito così drasticamente da renderli una specie in via di estinzione. Un altro esempio è la sterilità delle rane attribuita a tracce di pillole contraccettive orali nelle acque. La presenza di ormoni sessuali femminili (etinilestradiolo) nell’ambiente acquatico sembra provochi mutazioni sessuali nei pesci.
È ipotizzabile che gli esseri umani, che sono in cima alla catena alimentare, possano essere interessati dagli inquinanti farmaceutici ambientali. Ancora, due ricerche realizzate sia in Corea che in Cina hanno dimostrato come un comune antidolorifico da banco come l’ibuprofene crei seri danni riproduttivi al pesce del riso; uno studio tedesco ha invece descritto tutti i danni al fegato, ai reni e alle branchie della trota arcobaleno causati dal diclofenac, un antinfiammatorio molto utilizzato. Uno dei problemi più gravi poi è sicuramente quello della dispersione degli antibiotici. In questo caso. Il pericolo principale, infatti, è la resistenza microbica in quanto – come scrivono Bikash Medhi and Rakesh K. Sewal, due farmacologi indiani dell’Institute of Medical Education and Research di Chandigarh, in un editoriale pubblicato sull’Indian Journal of Farmacology – “l’esposizione continua a basse dosi di antibiotici attraverso l’acqua potabile potrebbe condurre infatti a forme di resistenza” combattendo anche i batteri utili all’ecosistema acquatico e contribuendo in questo modo allo sviluppo di pericolosi ceppi resistenti.
L’importanza di sensibilizzare farmacisti e pazienti
Calcolando che in solo dieci anni, dal 2000 al 2010, le prescrizioni di farmaci sono aumentate del 60%, con un incremento annuale che si aggira intorno al 2-3%, e che solo una parte di questo aumento è dovuto all’invecchiamento della popolazione, la prima soluzione al problema dell’inquinamento da farmaci è facilmente individuabile: arrivare ad un uso più responsabile dei farmaci. Questo in due differenti modi: abbattendo notevolmente la quantità di medicinali che restano inutilizzati e che quindi vanno poi a incrementare i rifiuti farmacologici, e diminuendo i farmaci assunti, anche in modi sbagliati e in quantitativi eccessivi, che vanno a creare quella dispersione nelle acque continua e dannosa. Maggiore sensibilità, dunque, viene richiesta anche a medici e farmacisti nel prescrivere medicinali solo in casi davvero necessari e cercando di definire un piano di cura appropriato, con i giusti quantitativi.
Un aiuto dalla ricerca: verso la green pharmacy
Un aiuto per diminuire l’impatto dell’inquinamento da farmaci sta arrivando poi direttamente dalle aziende che si occupano dello sviluppo e della produzione dei medicinali. In Nord Europa si parla ormai di “green pharmacy”, in particolare grazie a movimenti ecologisti che cercano di favorire la produzione e la scelta di farmaci rispettosi dell’ambiente. Dalla “Green and Sustainable Chemistry Conference” che si è svolta a Berlino la prima settimana di aprile è arrivato un importante impegno da parte delle aziende chimiche per lo sviluppo di una “chimica green”, una branca recente della chimica che ha come obiettivo “la creazione di prodotti e l’utilizzo di processi che riducano o eliminino la generazione di sostanze dannose”. I partecipanti alla conferenza di Berlino hanno suggerito di lavorare su soluzioni ecologiche: le sostanze chimiche devono fornire una certa prestazione ma dovrebbero anche essere progettate fin dall’inizio. Il dottor Klaus Kümmerer dell’Università di Lüneburg, ad esempio, sta lavorando nella progettazione di medicinali che siano facilmente biodegradabili dai batteri presenti nell’ambiente. I medicinali gettati nel wc potrebbero dunque essere aggrediti da tali batteri per diventare molecole sicure come l’acqua e l’anidride carbonica. Potrebbe sembrare futuristico ma, in fondo, fino a non molti anni fa chi pensava che si sarebbe effettivamente giunti a realizzare la plastica biodegradabile che oggi invece è una realtà?
Tratto da https://www.biopianeta.it/2016/04/danni-inquinamento-farmaci/

Lascia il primo commento! | Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 1

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 4 di 659





NIGERIA TV..........................................................
NIGERIA TV



MOTIVAZIOI ASSOLUZIONE BERLUSCONI PROCESSO RUBY




Sirene, ilmistero svelato su DISCOVERY


squalo mangia squalo


STRAORDINARIO


UKRAINA..TV...........................................
Login Form





Password dimenticata?
Nessun account? Registrati
WEBCAM WORLDWEBCAM....................................
Parigi
Vai alla webcam Paris, Eiffel Tower - EiffelCam 285 a Europa / Francia / Quartier des Invalides


vivere di sola frutta

PALAS Civitanova Marche





  | Top |