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Donald Trump: collaborare o resistere?
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venerdì 13 gennaio 2017



L’ascesa di un controverso miliardario senza esperienza politica è un fenomeno inedito per la democrazia americana. Per questo, molte delle persone che non lo hanno votato adesso si trovano di fronte a un dilemma: come comportarsi rispetto a Donald Trump? Alcuni hanno scelto di resistergli a tutti i costi. Altri hanno deciso di dargli almeno una possibilità. Tra questi ultimi c’è Elon Musk, il dirigente di una delle più innovative compagnie al mondo. Tesla Motors, Inc. che ha come obiettivo la creazione di veicoli elettrici ad alte prestazioni orientati verso il mercato di massa. Durante la campagna elettorale, Musk aveva dichiarato che Trump “non è l'uomo giusto per il lavoro di Presidente degli Stati Uniti” e in seguito all’elezione si era dispiaciuto per quello che “non sarà ricordato come il momento più bello della nostra democrazia”. Pochi giorni dopo però il direttore di Tesla ha accettato di fare parte del gabinetto strategico creato dal Presidente per elaborare una politica in materia economica.



Ci sono certamente buone ragioni per fare come Elon Musk e dare una possibilità a Donald Trump. Dopo tutto, il Presidente è stato regolarmente eletto. Durante la presidenza di Barack Obama, il Partito Repubblicano aveva fatto un’opposizione spietata su tutto, rifiutando ogni compromesso. Questo atteggiamento ha danneggiato la qualità dei servizi offerti dal governo e ha esposto la democrazia americana a grandi rischi. Il Partito Democratico ha ripetutamente condannato questo atteggiamento come irresponsabile.
Eppure adesso molti dei suoi membri hanno la tentazione di trattare Trump allo stesso modo di come i Repubblicani trattarono Obama: esprimendo indignazione per ogni sua uscita pubblica, opponendosi ad ogni nomina, facendo ostruzionismo ad ogni nuova legislazione e trasformando ogni passo falso in uno scandalo. In breve, minare alle basi la legittimità della sua presidenza. Il problema di questa strategia è che, oltre a essere incoerente con le dichiarazioni del passato, rischia di spingere Donald Trump verso gli elementi più di destra del Congresso. Al contrario, avviare un dialogo con il nuovo presidente aumenterebbe le possibilità di trovare un consenso su politiche ragionevoli. Dopo il suo primo incontro con il New York Times in seguito alle elezioni, i giornalisti sono stati impressionati dalla superficialità delle posizioni di Trump, tanto che uno di loro ha suggerito che questa mancanza di competenza crea un'opportunità per le persone di buon senso di influenzare Trump: "Hanno bisogno di impegnarsi subito e cercare di tirarlo verso il centro”.
Eppure c’è chi sostiene che collaborare con un uomo come Trump sarebbe disastroso per la nostra democrazia. Stiamo parlando di una persona che ha condotto una campagna elettorale meschina, durante la quale ha utilizzato continuamente riferimenti razzisti e sessisti e ha esortato attacchi contro manifestanti e giornalisti. Aiutarlo contribuirebbe a legittimare questo tipo di politica, rendere normale il bullismo, le offese, le aggressioni, le menzogne, l’incitamento all’odio e alla paura. Alcuni giornalisti del Washington Post si sono chiesti cosa risponderemo a chi ci chiederà cosa stavamo facendo mentre Trump deportava migliaia di immigrati irregolari, toglieva l’assistenza sanitaria a milioni di cittadini e lanciava attacchi contro la libertà di stampa. Forse ci giustificheremo dicendo che gli stavamo dando una possibilità.

Lorenzo Piccoli
Sono Lorenzo e scrivo per il portale Unimondo.org dal 2012, più o meno da quando mi sono trasferito a Firenze per iniziare un dottorato di ricerca pagato dal Ministero degli Esteri Italiano presso l'Istituto Universitario Europeo. Sono approdato in Toscana dopo esser cresciuto tra Trento e altre città molto pittoresche: studiando ho trascorso un semestre al Trinity College di Dublino in Irlanda, un altro semestre alla University di Victoria in Canada, e poi lavorando ho vissuto per un anno a Bruxelles in Belgio e per qualche mese a Edimburgo in Scozia. Per il mio dottorato mi occupo di cittadinanza e nazionalismo. Provo a trattare gli stessi temi quando scrivo per Unimondo.
font.Unimondo

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Rosarno. Due domande per cambiare e rompere il silenzio
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Scritto da Administrator   
lunedì 09 gennaio 2017
Nonostante l’ennesimo disastro umanitario nella Piana di Gioia Tauro, emerge la voce degli “sfruttatori per necessità”. Silenzio invece sulle truffe, sull’economia mafiosa, sul ruolo delle OP, sugli sbocchi di mercato delle arance. E sullo Stato che crea manodopera pronta per essere sfruttata



ROSARNO – Anno diciottesimo dall’arrivo dei primi polacchi nella Piana. Anno settimo dalla rivolta. Ancora una volta, la raccolta delle arance diventa disastro umanitario. L’ong Medu denuncia che oltre duemila persone vivono in una baraccopoli indegna dell’Europa. Prima che i giornalisti tornino in massa a Rosarno per scrivere l’ennesimo articolo sempre uguale (“nulla è cambiato…”), proviamo a fare qualche domanda.
L’attuale gestione dei permessi di soggiorno favorisce gli sfruttatori?
Come testimoniato da Medu, la maggior parte dei braccianti vive nel limbo dell’asilo: hanno permessi temporanei, sono in attesa dell’esito del ricorso, hanno ricevuto un diniego o sono in attesa della Commissione. Con una percentuale di dinieghi del 60%, si rischia di tornare al passato, quando la maggior parte dei braccianti era irregolare.
Lo Stato che vorrebbe soccorrere e integrare è lo stesso che crea la manodopera ricattabile
In questo modo si crea un enorme serbatoio di manodopera ricattabile. I braccianti spesso rimangono ancorati al territorio calabrese nonostante il desiderio di andar via e giocarsi la propria opportunità in un altro paese dell’Europa.
Lo Stato che poi vuole soccorrere e integrare (poco e male) è lo stesso che crea queste sacche di precarietà e irregolarità. Nel 2011, dopo la rivolta, furono concessi molti permessi umanitari aumentando la quota di regolari (due su tre). Se continua così, il rapporto sarà invertito. Una sanatoria e una riforma di Dublino permetterebbero di eliminare questa gabbia. Inclusione e integrazione sono risposte che convengono a tutti (tranne che agli schiavisti).
Seconda domanda: lo sfruttamento dei braccianti è dovuto ai prezzi bassi imposti dalla grande distribuzione?
Piccoli produttori, media e senso comune sembrano essere d’accordo. Ne siamo convinti? Bene. Allora rispondiamo a queste ulteriori domande.
1) Perché il territorio rimane opaco? Non si sa con precisione a chi finiscono le arance (c’è chi parla di compratori dell’Est, chi di GDO italiane, chi di multinazionali del succo come Coca Cola, che però nega di acquistare dalla Calabria). La reticenza sul tema impedisce di aprire vertenze.
2) Perché nessuno parla delle truffe? I numeri dicono che erano il principale “sbocco di mercato”. Lo sono ancora? Quanto è coinvolta la ‘ndrangheta nell’economia agrumicola? L’elenco dei sequestri di beni degli ultimi anni rivela che è molto coinvolta. Rimane il silenzio degli operatori che preferiscono tacere sull’argomento.
3) Perché le OP non funzionano? Il mezzo per riequilibrare il rapporto tra GDO e piccoli produttori esiste da tempo: le Organizzazioni dei Produttori sono nate esattamente per questo. Purtroppo sono spesso controllate dai grandi commercianti e a volte sono un mezzo per attrarre contributi europei. Ancora una volta, nel silenzio generale.
4) Sulla questione caporalato parlano i piccoli (lo “sfruttamento per necessità”) ma tacciono i commercianti, quelli che spesso hanno necessità di molte braccia e – stando alle inchieste della magistratura – usano i caporali. Perché tutti coprono i grandi sfruttatori?
5) Davvero più soldi ai produttori significa più soldi ai braccianti? Quando la Piana era ricoperta dei soldi delle “arance di carta” (la maggiore truffa ai fondi UE), 1500 africani vivevano nella Cartiera, dentro casupole di cartone, sotto una orrenda fabbrica col tetto sfondato. La peggiore sistemazione di sempre. Attualmente, non è dato sapere se i produttori di kiwi (valutato sul mercato molto più dei famosi centesimi delle arance da succo) pagano di più i raccoglitori.
Infine, otto anni dopo la rivolta, nell’immaginario collettivo è rimasto il ricordo di uno scontro tra autoctoni e africani, non una ribellione unilaterale a mafia e sfruttamento. Rosarno è al massimo “una bomba pronta a esplodere” e la contrapposizione italiani – stranieri è sempre più di moda. Sapremo uscirne?

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Che sia un 2017 di rinnovabili!
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Scritto da Administrator   
sabato 07 gennaio 2017



Se il buon anno si vede da gennaio forse allora quello che si è appena aperto sarà un 2017 all’insegna di un significativo cambiamento nelle politiche energetiche e ambientali mondiali. La nostra più che una certezza è tutt'al più una speranza alimentata da alcuni comunicati stampa arrivati in redazione da ogni parte del globo. Andiamo con ordine e iniziamo dagli Usa. Ancora in dicembre, mentre i grandi elettori nominavano ufficialmente Donald Trump quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama terminava il suo secondo mandato presidenziale vietando, sensi dell’articolo 12 del Outer Continental Shelf Lands Act, l’estrazione petrolio, gas e minerali in 3,8 milioni di acri nell’Atlantico centro-settentrionale e nel 98% delle acque artiche Usa, pari a 115 milioni di acri. Nel contempo il Governo canadese guidato da Justin Pierre James Trudeau annunciava il ritiro di tutte le licenze petrolifere e gasiere nelle acque artiche canadesi e avviava una collaborazione con gli Usa per chiedere che l’International Maritime Organization metta al bando l’Hfo, un combustibile denso e vischioso che viene comunemente usato dalle navi da carico perché più economico del diesel. Rachel Richardson, direttrice del programma “STOP Drilling” di Environment America è convinta che “Questa è una vittoria per tutti coloro che hanno cercato di bandire dai nostri oceani l’estrazione di petrolio una volta per tutte. Il presidente Obama ci ha appena consegnato una vittoria incredibile nella lotta per proteggere gli oceani e il clima dalla sconsiderata trivellazione offshore e dagli sversamenti”. Per il portavoce di Greenpeace Usa, Travis Nichols, "alla luce delle intenzioni della prossima amministrazione repubblicana, che fanno supporre più combustibili fossili e meno protezione governativa per le persone e il pianeta, decisioni come queste sono fondamentali”.
Spostiamoci adesso in Svezia e più precisamente a Stoccolma. La capitale svedese potenzierà nel corso di quest'anno un progetto energetico avviato già nel 2015, che, tra le altre cose, serve a riutilizzare anche gli alberi di Natale recisi, quelli che normalmente finiscano nella spazzatura o in un centro per la raccolta differenziata. È il Biochar di Stoccolma che produce un carbone di origine vegetale attraverso la pirolisi (un processo di combustione in ambiente quasi privo di ossigeno) dei rifiuti verdi dei giardini e dei parchi di Stoccolma e ai quali in queste settimane si aggiungono gli alberi di Natale dismessi. Riscaldati fino a 800 gradi Celsius questi rifiuti organici si trasformano in un carbone sostenibile e durevole, che può essere miscelato al terreno per migliorare notevolmente il livello di drenaggio e di nutrimento, mentre il calore prodotto per realizzare il biochar viene immesso nella rete di teleriscaldamento della città. “Riunendo il dipartimento parchi, il servizio di smaltimento dei rifiuti cittadino, i fornitori di energia, e giardinieri urbani, il progetto di Biochar di Stoccolma può veramente creare un circolo virtuoso semplice e ingegnoso che potrebbe fornire un modello per le città di tutto il mondo” ha spiegato l’amministrazione cittadina.
Mentre in Svezia si produce concime ed energia anche con gli alberi di Natale, in India il National electricity plan, redatto dalla Central electricity authority (Cea) e presentato dal Governo, annuncia che “non verranno più costruite nuove centrali a carbone a partire dal 2022 e che nel 2027 dovrà terminare la costruzione di quelle programmate”. Il piano vuole ridurre la domanda di carbone, che sarà minore di un miliardo di tonnellate all’anno, ma la vera novità del National electricity plan indiano è che mira a produrre 100 GW di energia solare ed eolica, un quantitativo più che doppio rispetto alle energie rinnovabili installate oggi in India. Siddharth Singh, del The energy and resources institute (Teri) di New Delhi, ha detto che questa decisione “Metterebbe l’India sulla buona strada per superare di gran lunga i suoi impegni previsti dall’Accordo di Parigi. Il governo di Narendra Modi ha promesso di ottenere il 40% della sua energia elettrica da fonti non fossili (rinnovabili e nucleare) entro il 2030, con il finanziamento e la condivisione della tecnologia da parte di paesi più ricchi. La proposta del Cea significherebbe che la quota non fossile aumenterebbe al 53% già nel 2027, fino da oggi era al 31%, e non faceva affidamento sul sostegno internazionale”. Un risultato notevole anche per Greenpeace India, che pur ricordando che “il piano del Cea non blocca la maggior parte dei progetti per le nuove centrali a carbone da qui al 2027” vede “l’incentivo alle energie rinnovabili come una possibilità per ridurre la povertà, migliorare le condizioni di vita e fornire energia a tutti”.
Infine qualcosa è cambiato anche in Giappone se un’azienda italiana, la BTS Biogas di Brunico, è da poco stata chiamata per realizzare nei prossimi anni due impianti a biogas in Giappone, uno dei quali a Rikuzentakata, un’area nel nord del Giappone distrutta dallo tsunami del 2011 e prossima a quella colpita dal disastro nucleare di Fukushima Daiichi. E proprio a Fukushima la BTS ha proposto per le aree contaminate “una soluzione agro-energetica che potrebbe portare grandi vantaggi in termini di decontaminazione e sostegno delle popolazioni colpite”. Entrambi gli impianti hanno per il Giappone un grande significato simbolico, perché il Paese pur non avendo rinunciato totalmente al nucleare, sembra sempre più attratto dalle energie rinnovabili, come quella prodotta con il biogas. Per la BTS, oltre al riconoscimento dell’eccellenza italiana nel settore, “Il biogas si conferma sempre più spesso come la soluzione più efficiente da un punto di vista economico ed ambientale, per rispondere ad esigenze energetiche, ecologiche e strutturali anche in aree colpite da disastri come lo tsunami”. Alessandro Graziadei

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Che fine ha fatto Tartaglia?

L'uomo che nel 2009 colpì l'allora premier con una miniatura del Duomo è stato fotografato al centro commerciale di Peschiera Borromeo. Le immagini sul settimanale Oggi Nel 2009 ferì l’allora premier Silvio Berlusconi lanciandogli una miniatura del Duomo. Poi venne assolto perché riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. E a cinque anni di distanza Massimo Tartaglia è stato fotografato mentre partecipava a un casting per lavorare come Babbo Natale in un grosso centro commerciale a pochi chilometri da Milano, la Galleria Borromea di Peschiera Borromeo. Le foto sono state pubblicate dal settimanale Oggi, in edicola mercoledì 10 dicembre. Nessuno degli spettatori che ha assistito al casting lo ha riconosciuto. Alla domanda con chi avrebbe voluto pranzare nei panni di Babbo Natale, Tartaglia ha risposto a Oggi: “Se fossi Babbo Natale, credo che dovrei pranzare con la Befana, sbaglio?”. Ma non vorrebbe cenare con un’attrice o magari con un politico?: “Beh, i politici forse è meglio che li lasci perdere

MOSTRO IN ISLANDA

Il mostro del lago esiste davvero: "E' lungo 30 metri" Nessie, abitante del lago di Loch Ness, è ancora relegata a leggenda. Lagarfljótsormur, mostro del lago di Lagarfljót, è invece realtà. A confermarlo, il governo islandese
ISLANDA - Fino a poche ore fa era solo una leggenda. Niente di più e niente di meno che una sorta di "amico a distanza" di Nessie. Ma da oggi il lago "Lagarfljót" potrebbe superare la fama di quello di Loch Ness. "Lagarfljótsormur", un mostro di novanta metri, esiste davvero. A confermare l'esistenza del lungo serpente è stata una commissione governativa islandese che, con sette voti a favore e sei contrari, ha sancito l'autenticità di un filmato girato nel 2012 e che potete vedere qui sotto. Fino ad oggi il "mostro" era stato bollato come una semplice rete da pesca allungata, ma dopo la votazione della Commissione la versione ufficiale è che "Lagarfljótsormur" esiste. O forse - sottolineamo, forse - si tratta solo di una trovata pubblicitaria del governo per rilanciare il turismo. Forse.

MOSTRO MARINO IN VIETNAM

la notizia del ritrovamento di un gigante mostro marino in Vietnam, riportata dal sito giapponese Karapaia. Nel video la grossa e lunga creatura di colore grigio è circondata da una folla di persone, alcune delle quali impegnata ad ispezionare l'enorme bocca dell'imponente creatura, appoggiata su un rimorchio. Ma cosa potrebbe essere. un verme gigante, un mostro marino, un alieno o addirittura un esperimento animale finito male?

Attenti alle Sirene !!!!!




SCERZO NEL BAGNO DELLE RAGAZZE
LA FOTO DEL FANTASMA

ADAM Cantano con il vibratore


Tutti matti

Alieni in gabbia


spider cat Un gatto si è arrampicato sulla finestra di una porta esterna di una veranda, in perfetto stile Uomo Ragno, aprendo poi la porta per entrare in casa. Il filmato, inviato allo show televisivo America’s Funniest Home Videos, è diventato una hit su YouTube. un fotogramma dell'arrampicata Nella descrizione del filmato viene detto che il gatto si arrampica sul vetro: una prestazione assolutamente notevole, quella del felino, se fosse confermata. Più probabilmente, il gatto si arrampica su una zanzariera, ma questo non toglie nulla al “gesto atletico” del felino.

DONNA BARBUTA E SI PIACE COSI'

Harnaam Kaur soffre della sindrome dell'ovaio policistico, una patologia che fa crescere una folta peluria su braccia, petto e viso. La ragazza ha visto spuntare i primi peli a soli 11 anni e da lì si è trovata ad affrontare un vero dramma psicologico.
Per anni sono stati numerosi gli insulti e le offese che ha dovuto sopportare, persino minacce di morte da parte dei bulli. Oggi però sta bene e ride di tutto questo, grazie all'avvicinamento allo Sikhismo, una religione che vieta di tagliare i peli del proprio corpo.
Harnaam ha deciso di non tagliare più la barba in segno di rispetto verso sé stessa. "Dio mi ha creata così e devo essere contenta, ho imparato ad amarmi per ciò che sono, nulla può più turbarmi".

IO ERO UN ELFO